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Home RUBRICHE Memorie

Mario La Cava, la Calabria, la “smemoratezza del sogno” e la profondità dell’animo umano

18 Luglio 2014
in Memorie, RUBRICHE
Tempo di lettura: 8 minuti
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mario_la_cava

di Anna Foti – “Viviamo in tempi difficili: l’avvenire è oscuro per gli scrittori. Agli amici lettori voglio dire che se anche le vetrine dei librai non saranno occupate dai miei libri,

non per questo debbano credere che io mi sia arreso al peso degli anni, rinunciando alla fatica dello scrivere. Il “riposo” non fa per me, finché avrò vita, ancora a settantasette anni, non ho detto tutto quello che dovevo dire”. Mario La Cava (Bovalino 11 settembre 1908 – 16 novembre 1988)

 

Una vita per scrivere quello che ancora c’era da dire. Una vita per osservare, scrutare l’animo umano e raccontare, attraverso di esso, la Calabria vivida e ruvida, il Sud martoriato e straordinario per voce dei suoi contadini e degli suoi emigranti. Una vita vissuta sui sentieri della letteratura e della narrativa, quella dello scrittore, originario di Bovalino, nella Locride in provincia di Reggio Calabria, Mario La Cava. Figlio di un insegnante e di una casalinga, nasce tre mesi prima del sisma che devastò le città dello Stretto, l’11 settembre del 1908 a Bovalino dove morì ottanta anni dopo.

Anche lui emigrante, viaggiò dalla Calabria a Siena per conseguire la laurea in giurisprudenza ma tornò a scrivere e vivere in Calabria. E’ di quel periodo senese la conoscenza del giovane antifascista, fortemente impegnato Slavoj Slavik, la cui storia ed amicizia fu al centro del suo romanzo “Una stagione a Siena”, opera da cui è stata liberamente tratta la rappresentazione teatrale “La storia di Slavoj Slavik” diretta e interpretata da Enzo De Liguoro e rappresentata anche a Bovalino nel settembre dello scorso anno, presso l’auditorium “Francesco La Cava” su iniziativa  promossa dal “Caffè letterario Mario La Cava” e dalla Pro Loco di Bovalino. Un mosaico di letteratura e musica sul filo di una memoria di uno dei suoi più grandi scrittori – anche per il cinema ed il teatro – del Novecento di cui, almeno, la Calabria si sta riappropriando..

Si formò fuori, ma scrisse in Calabria e della Calabria. Il suo esordio letterario è con i caratteri della Longanesi e risale al 1935 con  la pubblicazione di alcuni aforismi della cultura contadina tipici della punta dello stivale su “L’italiano”, poi uscita in raccolta nel 1939. La Cava collaborò anche con numerose riviste e quotidiani tra cui il Corriere della sera, La Stampa, Paese Sera, La Nazione, Il giorno, L’Unità, Gazzetta del Mezzogiorno, Il Mattino, Il calendario del popolo. La sua grandezza di scrittore, il suo contributo con gli altri grandi più o meno dimenticati, quali Corrrado Alvaro, Fortunato Seminara, Saverio Strati, fu lentamente riconosciuta anche con la legge Bacchelli.

I suoi scritti giornalistici del periodo compreso tra il 1953 e il 1956, testimonianza di un’epoca, sono stati raccolti e pubblicati da Città del Sole Edizioni con il titolo “Corrispondenze dal Sud Italia”, curato dal critico letterario Gaetano Briguglio, amico di Mario La Cava e da poco scomparso, e posti a disposizione dal figlio di Mario, Rocco La Cava. Un viaggio tra i luoghi del Meridione, la Campania, la Lucania, la Puglia, la sua Calabria, la Sicilia, in cui personaggi illustri si alternano ad onesti funzionari del sapere, quali direttori di biblioteca o di archivio, sovrintendenti museali.

Un’opera di raccolta di un osservatore curioso che il regime fascista ha osato censurare e che i mass media hanno ignorato, e che invece fotografa i disagi e la grandezza di un mezzogiorno non arrendevole da cui fuggono gli ingegni ma per i quali anticipa la fine dei tempi dell’isolamento e in cui, come scrive della Calabria, “il moto delle idee penetra ovunque, atteggia diversamente forme di letteratura, feconda in vario modo i concetti tradizionali di una vita”. 

Bambino timido e scontroso, come si autodefiniva, Mario La Cava ha patito l’assenza di dialogo con i giovani. Nonostante la formazione giuridica, decise dopo la laurea di fare lo scrittore. Amico fidato del grande siciliano Leonardo Sciascia, con cui tenne una fervida corrispondenza (“Mario La Cava – Leonardo Sciascia, Lettere dal centro del mondo 1951-1988” a cura di Milly Curcio e Luigi Tassoni, Rubbettino, 2012); un carteggio di trecento pagine, un tributo di amore ad un Sud ingrato che La Cava non ha mai smesso di narrare con “pungente candore”. Ad accomunare i due scrittori meridionali, nella seconda metà del Novecento Culturale, gli anni del boom economico ma anche la passione per la scrittura e la narrazione nutrita di solitudine e della ricerca del riscatto dall’isolamento.

 

Giovanni Carteri, scrittore di Brancaleone ma residente a Bovalino, gli ha reso omaggio con la pubblicazione intitolata “Come nasce uno scrittore” con i caratteri di Città del Sole edizioni. Un modello di scrittore a cui interessa l’uomo, che scava nel suo animo, ne esplora i segni del tempo e di un destino che travolge, di condizioni e contraddizioni che non hanno soluzione ma solo sublimazione nella scrittura medesima. Mario La Cava era mosso da “un genio di rendere trasparente qualche cosa che di sfugge, che sfugge persino a se stesso”, ha scritto.

 

Piero Leone, fervido attivista culturale e Direttore del Sistema Bibliotecario Territoriale della Locride con sede in Bovalino di lui ricorda con dolcezza che “a differenza di altri uomini anche se colti, egli evidenziava una civiltà del conversare, o se preferite, una moderazione dialettica, che lo distingueva come un’anomalia nel caos gesticolante e interloquente caratteristico del mondo meridionale. Egli possedeva il dono e il garbo del saper ascoltare”. Ma ricorda anche con amarezza : “Il buon Mario La Cava era nel mio cuore e immediatamente dopo la sua morte misi in moto tutte le mie energie e le amicizie per far sì che la sua tragedia (non il suo dramma) Un giorno dell’anno, lavoro teatrale in cui ha saputo trasfondere l’anima ed il metro narrativo, il pathos e la filosofia esistenziale dei grandi tragediografi greci, venisse preso in considerazione fuori dall’Italia. Volevo ad ogni costo farlo uscire dal limbo dell’estrema periferia dell’impero in cui aveva consumato la sua esistenza e fargli varcare i confini nazionali. Fin dalla metà degli anni ’80 mi occupavo di scambi culturali con l’estero, e così proposi ai miei amici di Strasburgo la rappresentazione di Un giorno dell’anno;  riuscii a coinvolgere nell’impresa la preside del liceo Jean Monnet, il provveditore agli studi e la municipalità di Strasburgo, come anche la scrittrice Dora Mauro e Ginette Herry, docente universitaria e docente all’Accademia d’Arte Drammatica di Strasburgo, grande e famosa traduttrice di Goldoni e Svevo che poi ho invitato a Bovalino, Polistena e Marina di Gioiosa Jonica nel 1997-1999, come anche l’editore Brenner* che rispose entusiasta alla richiesta di rinunciare nell’occasione ai diritti editoriali. Sembrava cosa fatta, ma un veto arrivato dall’Italia bloccò tutto e per due anni, vergognandomi, non andai a Strasburgo. Con gli stessi amici ci rifacemmo anni dopo con Fortunato Seminara, ma questa è un’altra storia”.

Chiude questo amarcord la figlia Grazia che su un articolo apparso sulla rivista culturale “Lettere Meridiane” all’inizio di quest’anno scrive: “ Mi piace pensare che il vero mestiere di mio padre non sia stato quello dello scrittore, al scrittura è stata lo strumento per raccontare ciò che lui solo era in grado di scrutare e di intendere dell’animo umano”.

 

*La Calabria è stata anche la nuova fucina della vocazione editoriale della famiglia austriaca di origine ebraica Brenner che da Vienna è approdata a Cosenza. Gustav Brenner, infatti, fu internato a Ferramonti di Tarsia durante la Seconda Guerra Mondiale e dopo la liberazione rimase in Calabria. In una delle uscite per l’acquisto di derrate alimentari, che la direzione benevola del campo consentiva, aveva conosciuto la donna che sarebbe diventata la sua fidanzata e poi sua moglie. Nel 1950, dopo il matrimonio, Gustav Brenner aprì una libreria e poi fondò la casa editrice “Casa del Libro”, le cui redini oggi sono nelle mani del figlio Walter che l’ha rinominata “Edizioni Brenner” in onore del padre. (Da Memorie 18 febbraio 1475: Reggio, fucina del primo libro in lingua Ebraica del mondo – Strill.it 20 febbraio 2013)

 

 

Appendice

Mario La Cava a Ferramonti e a Gerusalemme

 

(Da Memorie “Ferramonti di Tarsia” – Strill.it 6 febbraio 2013)
Venne a conoscenza del campo calabrese dopo aver raccontato il processo al gerarca nazista Adolf Eichmann, celebrato a Gerusalemme a partire dal 10 aprile 1961, lo scrittore originario di Bovalino in provincia di Reggio Calabria, Mario La Cava. Poi volle visitarlo, ascoltarne le storie e immaginarne i volti e condividere questa esperienza nel suo articolo apparso sul Corriere della Sera nel 1984 e riproposto nel 2011 dal Quotidiano della Calabria.
Mario La Cava scoprì del campo dopo la guerra quando scoprì altresì che la stessa scrittrice di origine ebrea Natalia Ginzburg sapeva della vita che vinse sulla morte e sull’orrore in questo lembo di terra. A Mario La Cava si deve, nel suo reportage, anche il racconto dell’uomo che fu dentro il campo il maresciallo reggino Gaetano Marrari “Anche i servizi più ingrati ai quali si fosse costretti, potevano essere ingentiliti dall’umanità di che li avesse compiuti. Ed il maresciallo Marrari, uomo semplice, fu all’altezza dei suoi umani ideali. Le testimonianze degli internati parlano chiaro(…)”. La Cava, rimase molto legato alla sua Calabria ma al contempo fu capace di un profondo sguardo sul mondo. Guardando all’impegno civile della sua scrittura (si pensi alla storia di Slavoj Slavik, giovane attivista antifascista, narrata nel romanzo “Una stagione a Siena” in cui racconta del suo periodo universitario e della sua amicizia con lui) e alla sua attenzione all’Olocausto ciò emerge chiaramente.
La storia travagliata dello stato di Israele non impedì d assicurare giustizia per il dramma della Shoah. Così Israele fu al centro del mondo al momento del processo ad Adolf Eichmann, catturato a Buenos Aires. Negli anni Sessanta, infatti, Gerusalemme fu meta per tanti giornalisti che raccontarono le udienze dello storico processo che si concluse con la condanna a morte eseguita per impiccagione il 31 maggio del 1962.
Tra loro Mario La Cava, inviato del Corriere Meridionale di Matera, che poi avrebbe raccontato l’esperienza nel volume ‘Viaggio in Israele’, diario – saggio pubblicato per la prima volta nel 1967 con i caratteri di Fazzi di Lucca ed oggi arrivato a tre ristampe, ed anche Hannah Arendt che seguì le 120 sedute del processo come inviata del settimanale New Yorker a Gerusalemme. Furono entrambi colpiti dall’impassibilità agghiacciante di Eichmann uomo accecato dall’obbedienza, per il quale la fedeltà al regime significò abdicare alla facoltà di pensare e di discernere il bene dal male. Una normalità terribile che era emersa anche a Norimberga. Otto Adolf Eichmann fu responsabile della sezione IV-B-4, competente sugli affari concernenti gli ebrei dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich (RSHA).
Hannah Arendt, il cui resoconto ed i cui commenti furono pubblicati nel 1963 nel libro “La banalità del male” (Eichmann a Gerusalemme), scrive che “le sue azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, ne demoniaco ne mostruoso”.
Mario La Cava non seguì solo il processo ma visitò la terra di Israele sicchè il suo diario narra della situazione di un popolo e del suo destino dentro la Grande Storia.

 

Alcune Opere di Mario La Cava

  • Caratteri, (1939) – Le Monnier
  • Hai avuto schiaffi sulla tua faccina, (1942)
  • I misteri della Calabria, (1952) – Casa Editrice Meridionale
  • Colloqui con Antoniuzza, (1954)
  • L’onorevole Bernabò, (1955)
  • Le memorie del vecchio maresciallo, (1958) – Einaudi
  • Mimì Cafiero, (1959) – Parenti
  • Vita di Stefano, (1962)
  • Viaggio in Israele, (1967) – Fazzi
  • Una storia d’amore, (1973) – Einaudi
  • I fatti di Casignana, (1974) – Einaudi
  • La ragazza del vicolo scuro, (1977) – Editori Riuniti
  • Il matrimonio di Caterina, (1977) – Scheiwiller (Da questa opera il il regista Luigi Comencini ha tratto l’omonimo film per la TV)
  • Terra dura, (1980) – Logos – Reggio Calabria
  • Viaggio in Lucania, (1980) – L’Arco Edizioni
  • Viaggio in Egitto e altro storie di emigranti, (1986) – Scheiwiller
  • Tre racconti, (1987) – Edizioni della Cometa
  • Una stagione a Siena, (1988) – Managò
  • Opere teatrali, (1988) – Brenner
  • Ritorno di Perri, (1993) – (opera postuma)

Premi e Onorificenze

  • Premio Città di Modena
  • Premio Regium Iulii
Premio Villa San Giovanni
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