
di Anna Foti – Lea. Madre coraggiosa, calabrese. Per lei lacrime e pensieri floreali di migliaia di cittadini nella gremita piazza Beccaria di Milano lo scorso sabato, il giorno delle
sue esequie laiche. Un modo per dire che Lea Garofalo resterà viva nell’esempio quotidiano di altri. Con la sorella Marisa, don Ciotti, fondatore di Libera, il sindaco Giuliano Pisapia, il senatore Nando Dalla Chiesa, figlio del prefetto di ferro Carlo Alberto, e Mario Calabresi, direttore de La Stampa. Erano in migliaia nella lontana Lombardia, approdo allettante per la ndrangheta che lì ha consumato uno tra i delitti più atroci. Un’esecuzione mafiosa in piena regola.
Era il novembre del 2009 ma la verità lenta e dolorosa su quella scomparsa si è svelata in tutto il suo orrore solo negli anni successivi. Solo lo scorso anno, dopo oltre tre anni di macabro silenzio, è stato ritrovato quel che resta del corpo martoriato e dato alle fiamme di Lea, trentaseienne testimone di giustizia di Petilia Policastro, in provincia di Crotone.
Lea non è solo una vittima ma è soprattutto una persona che ha reagito alla ndrangheta, una madre che si è ribellata per salvare sua figlia Denise, una donna che non ha subito le scelte degli uomini della sua famiglia, una cittadine calabrese che rende onore a questa terra maledetta e sorprendente al contempo. Ma la pena di morte, che nel nostro paese le mafie comminano nei ‘loro tribunali privati’ e nel silenzio omertoso di intere comunità, non l’ha risparmiata. Ad essere stata condannata non è stata solo una persona che ha tradito l’omertà mafiosa ma anche una donna che non ha ubbidito, una moglie che ha sottratto la figlia al padre. Un femminicidio soffocato dalla cappa mafiosa.
Lea aveva scelto lo Stato che combatte la ndrangheta non quello che la compiace. Aveva ‘disonorato’ la famiglia che la voleva zitta, passiva e rassegnata per onorare la dignità, la libertà, attraverso quel seme di speranza che, spezzando quella catena, aveva interrato. Un seme che adesso la figlia Denise potrà vedere germogliare e crescere.
Lea ha sfidato le leggi brutali della ndrangheta ed è stata uccisa per mano del marito, del cognato e di altri due uomini con la complicità del suo potenziale genero, all’epoca fidanzato di Denise. Uccisa per mano del marito che Lea aveva commesso l’’errore’ di tradire con la giustizia. Lea ha pagato con la sua vita il coraggio delle sue scelte, la ribellione rispetto ad un destino in cui avrebbe dovuto tacere, subire, essere complice, dimenticare di avere perso per mano della ndrangheta il fratello Floreano, i cugini Mario, Francesco e Salvatore, tutte vittime della sanguinosa faida contro il clan dei Mirabelli nel suo comune di origine, Petilia Policastro in provincia di Crotone. Avrebbe dovuto rinunciare al sogno di un futuro diverso per la sua Denise. Invece ha parlato ha detto quello che sapeva e per questo è andata incontro ad una morte orribile, consumatasi proprio nel milanese.
Denise. Figlia coraggiosa, calabrese. Denise ha testimoniato contro suo padre Carlo Cosco, assassino di sua madre e di lei ha voluto anche il cognome. Denise Garofalo è oggi un esempio di speranza e di riscatto nonostante il dolore, nonostante l’orrore, nonostante lo strappo insanabile, avendo accolto in tutta la sua grandezza ed in tutta la sua drammaticità la scelta della madre Lea, divenuta un sacrificio sull’altare profanato dalla ndrangheta. In Calabria come in Lombardia.
Dalla località protetta in cui si trova, ha salutato la madre Lea con intenso messaggio. “Un giorno triste ma tu mi dai la forza”, risuonano le parole della giovane poco più che ventenne il cui destino sarebbe stato quello di vivere nell’oppressione mafiosa se la madre Lea non avesse deciso di testimoniare le circostanze di cui era a conoscenza e dunque di ribellarsi alla ndrangheta. L’uomo non le ha mai perdonato di essere andata via con la figlia ancora minorenne e di avere iniziato collaborare con la giustizia, mentre lui si trovava in carcere. In migliaia hanno voluto esserci a Milano. In migliaia in questo Nord, poi non così lontano, hanno testimoniato la preziosità del suo esempio.
Due i gradi di giudizio per ricostruire una vicenda che per anni è stata avvolta nel mistero. La Corte di Assise e di Appello di Milano ha confermato la condanna all’ergastolo, lo scorso agosto, a carico di Carlo Cosco, di uno dei due fratelli di Carlo Cosco, Vito, e degli altri due complici Massimo Sabatino e Rosario Curcio. Ridotta a 25 anni di reclusione la pena per l’ex fidanzato di Denise, Carmine Venturino, che pentitosi aveva rivelato dove ritrovare i resti ossei di Lea. Assolto l’altro fratello Cosco, Giuseppe.
La pubblica accusa ed i giudici di primo grado lo avevano già riscontrato, poi durante il processo di secondo grado Carlo Cosco ha confessato di avere pianificato l’uccisione della madre di sua figlia, Lea Garofalo, eseguita a Monza il 24 novembre 2009. Nessun raptus, ma un orribile piano di morte e violenza. “Doveva essere cancellata dalla faccia della terra anche disperdendone ogni traccia materiale”. Questo era il suo piano e lo ha realizzato con l’aiuto di tre complici, anche loro condannati. Un piano compiuto finanche nel dettaglio dei resti atteso che furono ritrovati tre anni dopo il delitto e che la completa ricostruzione circa le modalità del barbaro gesto non è stata e non sarà più possibile.
I funerali quest’anno dopo la conferma dell’appartenenza a Lea Garofalo dei resti ossei ritrovati nel tombino a San Fruttuoso di Monza, nel milanese, dove Carmine Venturino aveva indicato. Lì c’era ciò che del corpo di Lea era sopravvissuto ad una combustione durata due giorni, su ciò che avvenne prima, non vi sarebbero riscontri secondo quanto dichiarato al pm Marcello Tatangelo, dal più giovane degli imputati, Carmine Venturino, che lo scorso anno rivelò la sua verità: Lea non era stata sciolta nell’acido, come a lungo si era creduto, ma strangolata ed il suo corpo brutalmente colpito e poi bruciato. La storia di Lea Garofalo, testimone di giustizia crotonese scomparsa ed uccisa a Milano nel 2009, ha continuato a riservare aspetti drammatici e raccapriccianti. Dopo la confessione dell’ex compagno Carlo Cosco, le rivelazioni macabre dell’ex fidanzato della stessa Denise (neppure diciottenne al momento dell’assassinio di sua madre) Carmine Venturino che ha raccontato dell’accanimento con pala per spezzare le ossa mentre il corpo bruciava. Una descrizione che pesa parola per parola, per l’orrore che richiama e diffonde, per la violenza che certifica di una ndrangheta capace di delitti di onore come i più ciechi fondamentalismi, per il sangue con cui si sottoscrive una condanna a soli 21 anni. Lo stesso Venturino dichiarava di raccontare la verità per “amore” di Denise, la cui madre aveva avuto il coraggio di uccidere.
Pochi i riscontri sulle circostanze riportate e così le modalità precise dell’omicidio restano sconosciute. Anche questo si legge nelle motivazioni della sentenza della Corte di Assise e di Appello di Milano (presidente Anna Conforti, a latere Fabio Tucci) che ha confermato quattro ergastoli, riducendo solo la pena per Venturino.
Il 30 marzo 2012 erano già arrivate, in primo grado, sei condanne all’ergastolo nel processo in cui la sorella Marisa si era costituita parte civile. La prima Corte d’Assise del Tribunale di Milano, presieduta da Anna Introini, aveva condannato infatti i tre fratelli Carlo, Vito e Giuseppe Cosco, Carmine Venturino, Massimo Sabatino e Rosario Curcio per avere sequestrato, seviziato, interrogato, ucciso con un colpo di pistola alla nuca Lea Garofalo e poi sciolto il suo corpo, dopo averlo trasportato in un terreno a San Fruttuoso, in cinquanta litri di acido. Alcuni mesi dopo, tuttavia, i resti di Lea furono ritrovati e affiorò un’altra macabra verità: diverse erano state le modalità di esecuzione del delitto e di soppressione del suo cadavere. Al momento della condanna in primo grado, l’ex convivente e padre di Denise, Carlo Cosco, era già in carcere dal 2010 per il tentativo di sequestro finalizzato ad omicidio della stessa Lea Garofalo, avvenuto a Campobasso nel maggio del 2009.
«In una situazione di così esacerb
ato rancore per l’abbandono impostogli, per l’orgoglio ferito (…) la scelta collaborativa di Lea non può che avere svolto una funzione moltiplicatrice. (…) Cosco – si legge nelle motivazioni della sentenza d’appello – non ha mai accettato le scelte trasgressive di Lea Garofalo e ha, anzi, maturato e coltivato per anni un odio profondo nei confronti della stessa (…)L’imputato appartiene a una sottocultura che non è incline a tollerare lo svilimento della figura maschile e del suo ruolo primario all’interno della coppia da parte di una donna». Queste le motivazioni della sentenza di secondo grado della Corte d’Assise d’Appello di Milano. Ma già un’altra sentenza era stata eseguita: quella di morte scritta dalla ndrangheta.




