
Un luglio di memoria. Tre i luoghi: Palmi, in provincia di Reggio Calabria, Rende, in provincia di Cosenza, Partanna in provincia di Trapani. Tre donne che non ci sono più, salvate dall’oblio. Tre vite spezzate dalla violenza ed una sola voce quella del ricordo che si unisce alla memoria della strage di via D’Amelio del 1992 in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.
Rossella
Il suo volto era rimasto sconosciuto anche dopo che della sua drammatica storia era stato reso noto l’epilogo peggiore con le rivelazioni di tre collaboratori di giustizia nel luglio del 1994; anche dopo che la giornalista reggina Francesca Chirico ne aveva raccontato la vicenda nel suo saggio “Io parlo. Donne ribelli in terra di ndrangheta”. Questa è la storia di amore, di coraggio e di violenza mafiosa vissuta dalla giovane fiorentina, Rossella Casini, residente a Santa Croce con i genitori, la cui foto, divulgata solo alcune settimane fa, è stata reperita nell’archivio dell’Università di Firenze, dove alla fine degli anni Settanta studiava Pisicologia, grazie all’impegno della stessa Francesca Chirico e di Libera, associazione Nomi e numeri contro le mafie nella persona del coordinatore della Toscana Andrea Bigalli. Rossella Casini è la “straniera fatta a pezzi e gettata in mare in Calabria” per ordine della ndrangheta perché, legata sentimentalmente a Francesco Frisina conosciuto a Firenze, aveva convinto il giovane di cui era innamorata a collaborare con la giustizia. Rossella scoprì nel modo peggiore che la famiglia del fidanzato era affiliata alla ndrangheta quando, durante una delle sue visite in Calabria, a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, un’esecuzione mafiosa spezzò la vita del padre di Francesco, Domenico Frisina. Solo pochi mesi dopo vittima dell’agguato fu lo stesso Francesco. Fu allora che Rossella cominciò a farsi domande, a chiedere, a pretendere risposte e a scoprire l’imponderabile: la famiglia del fidanzato era coinvolta in una faida mafiosa con i Condello ed i Gallico. Non lo accettò, si ribellò. Ignara e lontana dalla mentalità mafiosa, ritenne immediatamente normale denunciare il delitto, rivolgersi allo Stato nella persona del magistrato Francesco Fleury, in poche parole violare il muro di omertà e paura di cui la ndrangheta si è sempre nutrita. Convinse anche il fidanzato Francesco, affiliato, a collaborare con la giustizia. Siamo alla fine degli anni Settanta. Una scelta di coraggio nel tentativo di costruire con il suo fidanzato un futuro libero. Un tentativo affogato nel sangue. Scomparve in Calabria nel febbraio del 1981. Aveva 25 anni ed era figlia unica. Suo padre Loredano, sopravvissuto alla moglie che non ha retto al dolore, l’ha cercata per anni prima di leggere sui giornali nel luglio del 1994 che sua figlia Rossella era quella ‘straniera condannata a morte’. Era la sua Rossella quella ragazza antimafia che sfidò da sola la ndrangheta rapita ed uccisa, per lavare con il sangue il disonore, da Domenico Gallico e Pietro Managò per ordine di un’altra donna, Concetta, la sorella di Francesco in carcere dalla ritrattazione delle sue denunce. Solo da alcune settimane conosciamo il volto di questa giovane donna che con la sua vita cercò coraggiosamente di liberare la nostra terra. Un volto ritrovato per tutti noi che di lei in questi lunghi trentadue anni abbiamo solo conosciuto il coraggio e la libertà. I Consiglieri dei gruppi consiliari PD e palmi Domani hanno rivolto al consiglio comunale di Palmi la proposta di intitolare alla memoria della giovane fiorentina una piazza o una strada per non dimenticare.
Roberta
Tra le montagne, ormai maledette di Falconara Albanese, nel cosentino, è stata spezzata anche la vita della giovane Roberta Lanzino. La studentessa di Rende non è mai arrivata alla sua casa al mare quel 26 luglio 1988. Aveva diciannove anni quando percorrendo sul suo motorino un tratto di tirreno cosentino verso Miccisi di San Lucido, si è imbattuta nella violenza e nella brutalità di chi, dopo anni di processi, colpi di scena e smentite, forse accenna ad avere un volto per la giustizia e per la famiglia della giovane.
Dopo quel bivio di Torremezzo, l’aggressione, la violenza, la morte e un mistero che lentamente nonostante siano trascorsi più di venti anni non ha ancora svelato tutte le sue pieghe. Pieghe tra le quali si sono insinuate menzogne e tentativi di affossare un gesto brutale, uno stupro, un atto vile di violenza contro le donne al solo scopo di mantenere un omertoso e vergognoso silenzio e coprire infamanti responsabilità.
Comincia tutto con un fitto mistero. Il ritrovamento, la mattina successiva, di quel motorino riverso nella scarpata e, poco distante, di quel corpo martoriato e senza vita di Roberta segnò l’inizio di un indagine che oggi lega insieme diversi delitti. Dal tentativo di incolpare figli di noti professionisti della città bruzia all’assoluzione in Cassazione dei tre pastori imputati, i fratelli Frangella e ed un cugino. Nonostante tale sentenza, le indagini condotte fecero luce sugli accadimenti di quel pomeriggio, sul percorso di Roberta prima dell’aggressione. Si registrava una paura incomprensibile che serpeggiava intorno a questa vicenda, subito dopo il suo accadimento. I delitti che seguirono, e che sembrerebbero essere ad esso legati, potrebbero spiegarne il perché.
In forza delle rivelazioni nel 2000 dei pentiti della Ndrangheta Umile Arturi e Franco Pino, informato dai boss di San Lucido – Romeo e Marcello Calvano di cui il primo non ha confermato le circostanze in oggetto ed il secondo è stato ucciso nell’agosto del 1999 – del fatto che la ragazza fosse stata uccisa da Franco Sansone e Luigi Carbone, si riaprono le indagini presso la Procura di Paola dove il pm Domenico Fiordalisi, pubblica accusa nell’odierno processo, sarebbe tornato a cercare la verità sulla morte di Roberta. Nessuna responsabilità di giovani della Cosenza bene, come le operazioni di depistaggio avrebbero voluto lasciar intendere, ma un delitto occasionale senza indagati eccellenti e maturato in un contesto di violenza e di terrore oppresso da un cappa mafiosa.
La svolta arriva anche con la deposizione della confidente di Rosaria Genovese che fuga ogni dubbio circa i significativi collegamenti che legherebbero insieme la morte della giovane Roberta, la scomparsa dell’allevatore Luigi Carbone (che forse era sul punto di rivelare qualcosa) avvenuta nel novembre del 1989, la morte per strangolamento di Rosaria Genovese nell’aprile del 1990, dei pastori Libero Sansone e Pietro Calabria, i cui corpi trucidati sarebbero stati ritrovati a Ferrera di Paola nel marzo del 1989. Sembra che tutti fossero a conoscenza di dettagli dell’omicidio di Roberta e che per questo siano stati “messi a tacere” subito dopo quel delitto. Questi gli elementi alla base della riapertura dell’inchiesta e due i testimoni chiave: il fratello di Rosaria Genovese, Gennaro, e il padre di Luigi Carbone, Carmine.
Si tratterebbe, dunque, di un intreccio tragico di violenza e barbarie, forse interessi economici legati a proprietà terriere e pascoli. Un intreccio certamente degenerato in un progetto criminale di eliminazione di possibili testimoni scomodi. Nel gennaio 2010 disposto il rinvio a giudizio per Franco Sansone, imprenditore di Cerisano scomparso nel 1989, proprietario del fondo rustico presso cui lo scorso anno fu invano effettuato un sopralluogo per la ricerca del corpo di Luigi Carbone, già detenuto per l’omicidio della casalinga Rosaria Genovese e imputato nel processo per il delitto di Luigi Carbone. Franco Sansone è ritenuto esecutore materiale del delitto Lanzino. Imputati nel processo Lanzino anche Alfredo e Remo Sansone, rispettivamente suo fratello e suo padre, a loro volta anche coimputati nel processo per l’omicidio dello stesso Carbone.
Il processo ancora tarda a volgere al termine e dopo 25 anni ancora papà Franco e mamma Matilde, costituitisi parte civile, non hanno avuto Giustizia per la loro adorata figlia Roberta. In corso il dibattimento ed il 15 ottobre la prossima udienza mentre, in collaborazione con Libera, il primo motoraduno lo scorso 26 luglio ha ricordato nel cosentino l’ultimo viaggio sulle due ruote di Roberta quando, persasi, intraprese quel fatale percorso alternativo, non previsto, ed andò incontro ai suoi aguzzini. La verità e la giustizia tardano ad essere riconosciute ma intanto prosegue l’attività del centro antiviolenza che, con sede a Rende, dal 1989 porta il nome Roberta e dona speranza e rifugio ad altre donne vittime di abusi e prevaricazioni..
Rita
“Non c’è più tempo”. Così Paolo Borsellino presagiva che la drammatica sorte dell’amico e collega Giovanni Falcone avrebbe raggiunto anche lui. Non c’era più quel tempo per finire il prezioso lavoro che era stato cominciato. Era il maggio del 1992 quando la strage di Capaci segnò il culmine
dell’attacco della mafia allo Stato e ad irrompere furono la sensazione di sconfitta e l’impotenza, per Borsellino molto differente dalla resa. Sapeva che sarebbe stato fermato e questo lo obbligò ad andare avanti. Arresta il suo operato contro Cosa Nostra un’autobomba sotto casa della
madre, in via D’Amelio, che esplode il 19 luglio1992 uccidendolo insieme al caposcorta Agostino Catalano, ad Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cusina e Claudio Traina. A quella disastrosa deflagrazione, che ha lasciato oscurità sull’identità di chi ne abbia mosso le fila (nuovo processo si è aperto lo scorso marzo davanti alla Corte di Assise di Caltanissetta) ma non sulla matrice mafiosa,
sopravvive solo Antonino Vullo. Il fratello Salvatore grida alla strage di Stato. La sorella Rita ha imbracciato la strada della testimonianza e della memoria. Ci vogliono radici profonde per veder crescere fronde capaci di offrire ombra, per vedere nascere e crescere una coscienza civile contro le mafie. Come quelle
dell’albero che sorge nel centro di Palermo al numero 23 di via Emanuele Notarbartolo, reggente del Banco di Sicilia ucciso nel 1893 e prima vittima di mafia, e che accoglie sul suo tronco i pensieri e le riflessioni di chi non vuole dimenticare. Tali radici necessitano di un terreno che non sia arido e ostile. Un terreno che riscopra risorse anche laddove sia stato defraudato di ogni nutrimento. Quella risorse che la vita ha negato alla giovane Rita Atria, non sopravvissuta all’omicidio di Paolo Borsellino di cui, dopo una vita di omertà, era riuscita a fidarsi. Non leggeremo mai su quell’albero le parole che Rita scrisse qualche istante prima di “volare” via da un mondo che non riusciva più a darle speranza.
“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita.
Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta”
Rita Atria
Si chiude tragicamente la travagliata storia di speranza e disincanto di Rita Atria, figlia di Vito e sorella di Nicola uomini d’onore assassinati in Sicilia, a Partanna in provincia di Trapani, negli anni ’80. Qui lo scorso 26 luglio trecento giovani hanno marciato al seguito della cognata Piera Aiello, anche lei testimone di giustizia, fino al cimitero dove la lapide di Rita non porta il suo nome. Profanata dalla stessa madre Giovanna Cannova, la tomba di Rita è stata corredata da una foto ed un marmo anonimo fino a qualche giorno fa quando la cognata Piera ha posto una targa con il suo nome per ricordare la vita di Rita e quel sogno di libertà che noi tutti siamo chiamati a coltivare anche per lei. In quello stesso nome molti giovani lavoreranno su terreni confiscati a cosa nostra. Come Lea Garofalo, sorella e figlia di mafiosi, Rita ha pagato il massimo prezzo per la sua ribellione. Rita ha vissuto un’epopea di promesse infrante e un sogno spezzato dagli eventi drammatici che nel 1992 culminarono negli attentati ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La storia di Rita torna ad interrogare le coscienze di ciascuno, riproponendo con forza la speranza di un mondo pulito e giusto, quello che insieme alla nuora Piera aveva desiderato. La storia di un coraggio che non sopravvive al tradimento della cruda realtà e che non resiste all’indignazione, diffusa in certi ambienti, che giudica infamante la scelta di raccontare la verità, di lottare contro un destino ereditato per costruirsi un futuro diverso. Un giovane sogno, mai realizzato, che ha testimoniato,
nel suo nascere, la volontà di non arrendersi. Quel sogno improvvisamente comincia a sgretolarsi in un giorno caldo del luglio 1992, quando le edizioni straordinarie dei telegiornali annunciano la strage di Via D’Amelio. La giovane diciassettenne, figlia di secoli di violenza, giustizia privata e “rispettabile silenzio”, aveva trovato il coraggio di affidarsi, di raccontare la verità a Paolo Borsellino. Ai suoi occhi non inquinati dai retaggi familiari, egli era uomo prima che giudice, Stato onesto contro la mafia. Solo qualche giorno dopo, il 26 luglio, a Roma in via Amelia, il cui nome sembrava sfidare la sorte di Rita e dove in veste di testimone di giustizia era stata scortata ed era sottoposta a sorveglianza, quel
sogno cede alla solitudine e alla disperazione, spezzandosi definitivamente.
Ma non è solo buio e non è solo silenzio ogni volta che si racconta la storia di Rita. E’ buio ogni volta che si racconta la storia di una speranza che muore. Rita era rimasta sola e aveva scelto di andare, per non avere più paura. Resta tuttavia la luce della verità che aveva scelto di raccontare, anche se essa non riusciva più a risplendere dentro di lei. Qualche parola di speranza ancora, poi quel “volo” che l’avrebbe portata via da tutto quel dolore imposto e da quella mafia misteriosa
che con certezza avrebbe assunto di nuovo il sopravvento nella sua vita, avrebbe privato quel futuro diverso del suo tempo per accadere. Anche questa volta non c’era più tempo.
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