
di Anna Foti – Immacolata Rumi, 53 anni. ‘Ammazzata’ di botte dal marito. Siamo nel 2013 in uno Stato che si professa civile. Il compagno Domenico Laface di 54 anni, è in carcere,
in attesa di giudizio, con l’accusa di maltrattamenti aggravati seguiti da morte. 30 anni di abusi tra le mura domestiche e sei figli. 30 anni di silenzio.
Un silenzio che continua sulla vita di tante donne che non riescono a denunciare, quello che si consuma nei focolari domestici profanati dalla violenza e dalla brutalità, avvolti nell’indifferenza. Un silenzio che avvince tante famiglie che non trovano la strada per liberare e ‘salvare’ la propria congiunta, per dialogare o allontanare il loro congiunto carnefice.
Niente di normale, in tutto questo. Niente di accettabile, niente di tollerabile. Nessun martirio, ma un attacco gravissimo al cuore della dignità della persona e una ferita profonda per un’intera comunità.
Una storia diversa, forse, da quella che racconta una foto raccapricciante scattata dalla polizia scientifica regionale, esposta nella mostra allestita presso l’archivio di Stato di Reggio Calabria con il titolo “Generazioni di donne”. Sangue e quel corpo femminile esanime riverso su una scala a chiocciola. E’ il corpo di una donna, una moglie adultera, uccisa a colpi di pistola dal marito. Un’altra donna uccisa, oltre 80 anni fa. Una storia diversa che fa rima con violenza ed ingiustizia, ma con lo stesso drammatico finale.
Una donna muore perchè donna, vittima di violenza in un caso, vittima di giustizia privata e di vendetta nell’altro. Il processo che è seguito, dinnanzi al tribunale penale di Reggio Calabria nell’ottobre del 1930, ha visto imputati il marito della donna con l’accusa di omicidio e l’amante con l’accusa di adulterio continuato e violazione di domicilio. La sentenza ribaltò l’accusa solo per il marito. Il Tribunale penale di Reggio Calabria, il primo ottobre 1930, assolve il marito dall’accusa di omicidio e condanna l’adultero a 6 mesi di detenzione con il beneficio condizionale. La vittima non è una persona qualunque, ma è una donna, per di più adultera.
La visione è quella di oltre 80 anni fa nelle aule della giustizia, specchio di una società che dopo quella sentenza non si indigna. Cosa è cambiato oggi? Oggi la giustizia è più equa e giusta? Dov’è la cultura del rispetto e la cura dell’altro? La comunità si sente ed è responsabile delle sue donne vittime e dei suoi uomini carnefici? Non urge una battaglia di genere, in cui gli uomini si schierino contro le donne, ma un impegno corale indifferibile contro la violenza che metta insieme tutti, al di là delle differenze, per debellare un male che ereditiamo da retaggi del passato che, per la ragioni più diverse, degenerano fino all’estremo irreversibile.
Tante, troppe donne ancora muoiono ogni giorno per mano maschile, anche se la legislazione si è adeguata agli standard internazionali, ancora in là dall’essere determinati nel 1930. L’adulterio non è più reato, la riforma del diritto di famiglia ha posto come pilastro l’uguaglianza giuridica dei coniugi, i delitti sessuali sono delitti contro la persona e non contro l’onore. Rivoluzioni importanti, ma evidentemente insufficienti a proteggere le donne, ad evitare che muoiano così, ammazzate di botte e non solo, ancora oggi. Sono tante le storie vicine e lontane, più o meno note, cha hanno funestato i decenni scorsi.
Di questi ottanta anni che separano le due storie, in cui una donna muore perché tale, e i due provvedimenti della magistratura profondamente diversi tra loro, una delle pagine da ricordare, oggi più che mai, è quella scritta nel 1978 e trasmessa nell’aprile del 1979, quando per la prima volta in tv, sulla rete Rai, andava in onda un processo per stupro (documentario Processo per stupro, registrato al Tribunale di Latina, diretto da Loredana Dordi – presentato al festival di Berlino con il titolo A Trial for Rape ed insignito del Prix Italia for documentaries ). A pronunciare parole ferme e saggiamente vigorose*, per reclamare il diritto delle donne ad essere riconosciute come persone libere, fu l’avvocato, già deputato, Tina Lagostena Bassi. Morta a Roma nel marzo del 2008, al suo impegno in politica e nella società si legano gli esordi di una coscienza, ancora oggi non completamente piena, del valore della donna come persona e della necessità di contrastare la violenza di genere e di condannarla senza sconti.
Tra le fondatrici del telefono rosa, Tina Lagostena Bassi, già presidente della Commissione Nazionale Parità e Pari Opportunità uomo-donna e capo delegazione italiana nei lavori preparatori della Conferenza Mondiale Onu sui diritti della donna di Pechino del 1995, contribuì con la sua storia personale e professionale a segnare un’epoca. Particolare scalpore fece l’argomentazione della difesa degli imputati secondo la quale alcuna violenza avrebbe potuto esserci stata dal momento che nessun segno era visibile. In quel momento storico la difesa di Fiorella, una ragazza di Latina che denunciò quattro stupratori, fu dirompente, segno che l’orientamento non era quello di perseguire e condannare tali atti ma di tollerarli con logiche di disuguaglianza che ancora oggi riemergono ogni qualvolta la sopraffazione, verbale e materiale di chi si arroga posizioni di superiorità perché evidentemente ciò viene consentito, trova sponde nel silenzio e nell’indifferenza di comunità ed istituzioni. Sarebbe davvero il caso di ricordare cosa siamo stati, cosa abbiamo avuto già l’occasione di imparare, cosa non dovremo più essere e cosa vorremmo essere.
La storia di Maria Immacolata è la storia di tutte le donne che non possono sentirsi donne senza essere trattate da esseri inferiori, di tutte quelle persone che subiscono ingiustizie senza avere voce. Noi siamo la loro voce anche quando facciamo silenzio. Per indignarci e disimparare a tollerarle, dobbiamo sentire queste ingiustizie sulla nostra pelle per il semplice fatto che sono già sulla nostra pelle, lo sono sempre state e sempre lo saranno.
*“Presidente, Giudici,
credo che innanzitutto io debba spiegare una cosa: perché noi donne siamo presenti a questo processo. Intendo prima di tutto Fiorella, poi le compagne presenti in aula, ed io, che sono qui prima di tutto come donna e poi come avvocato. Che significa questa nostra presenza? Ecco, noi chiediamo giustizia. Non vi chiediamo una condanna severa, pesante, esemplare, non c’interessa la condanna. Noi vogliamo che in questa aula ci sia resa giustizia, ed è una cosa diversa. Che cosa intendiamo quando chiediamo giustizia, come donne? Noi chiediamo che anche nelle aule dei tribunali, ed attraverso ciò che avviene nelle aule dei tribunali, si modifichi quella che è la concezione socio-culturale del nostro Paese, si cominci a dare atto che la donna non è un oggetto. Noi donne abbiamo deciso, e Fiorella in questo caso a nome di tutte noi – noi le siamo solamente a lato, perché la sua è una decisione autonoma – di chiedere giustizia. Ecco, questa è la nostra richiesta.
E certo, io non sarò molto lunga, ma devo purtroppo ancora prendere atto, e mi scusino i colleghi, che se da parte di questo collegio si è trattato in questo caso Fiorella, ma si sono trattate le donne, come donne e non come oggetti, ancora la difesa dei violentatori considera le donne come solo oggetti, con il massimo disprezzo, e vi assicuro, questo è l’ennesimo processo che io faccio, ed è come al solito la solita difesa che io sento. Vi diranno gli imputati, svolgeranno quella che è la difesa che a grandi linee già abbiamo capito. Io mi auguro di riuscire ad avere la forza di sentirli – non sempre ce l’ho, lo confesso – di avere la forza di sentirli, e di non dovermi vergognare, come donna e come avvocato, per la toga che tutti insieme portiamo. Perché la difesa è sacra, ed inviolabile, è vero. Ma nessuno di noi avvocati – e qui parlo come avvocato – si sognerebbe d’impostare una difesa per rapina così come s’imposta un processo per violenza carnale. Nessuno degli avvocati direbbe nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, i beni patrimoniali sicuri da difendere, ebbene, nessun avvocato si sognerebbe di cominciare la difesa, che comincia attraverso i primi suggerimenti dati agli imputati, di dire ai rapinatori “Vabbè, dite che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, dite che il gioielliere in fondo ha ricettato, ha commesso reati di ricettazione, dite che il gioielliere un po’ è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse!” (…)
Tina Lagostena Bassi, Arringa, Processo per stupro, RAI, 1979 (fonte: Wikipedia)
Il tribunale condannò Rocco Vallone, Cesare Novelli e Claudio Vagnoni ad un anno e otto mesi di reclusione, mentre Roberto Palumbo fu condannato a due anni e quattro mesi. Tutti e quattro gli imputati beneficiarono della libertà condizionale e furono subito rilasciati. Il risarcimento dei danni venne calcolato in due milioni di lire.




