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Memorie – Adolfo Berdar, da esule fiumano a ricercatore naturalista tra le terre dello Stretto

13 Febbraio 2013
in Memorie
Tempo di lettura: 3 minuti
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adolfoberdar
di Anna Foti –
Fiume, in procinto di divenire Stato libero, gli diede i natali nel 1919 e le vicissitudini storiche e politiche di questo lembo di terra, lambito

dal mar Adriatico ed oggi  città croata, segnarono profondamente la vita di Adolfo Berdar poi rifugiatosi a Messina, dove morì nel 1996.

La città peloritana letteralmente lo adottò ed oggi rivendica per lui la legittima memoria al punto da avergli intitolato recentemente il largo adiacente il Santuario di Cristo Re, su proposta dell’associazione “SiAmo Messina”, presieduta da Mauro Viscuso. La proposta di delibera, poi approvata, conteneva la presentazione a firma dello storico Marco Grassi che aveva opportunamente denunciato l’ingiusto oblio in cui era avvolta la storia di Adolfo Berdar, mettendo in luce la sua sapienza e la sua paziente tenacia nell’osservazione e nello studio delle meraviglie scientifiche del terre dello Stretto di Messina, eredità preziosa per gli studi che ne seguirono e per la conoscenza del passato di questa area.

Fin da piccolo, Adolfo Berdar amò la natura e ne volle esplorare l’universo. La sua adolescenza fu vissuta da Italiano. Italiana, infatti, fu la città di Fiume dal 1924 fino al 1947, prima di essere annessa alla Jugoslavia che già in quelle terre aveva fatto pulizia degli stessi italiani con il massacro delle Foibe. Scampato all’eccidio, fu allora che Adolfo Berdar, che da maggiorenne aveva prestato servizio militare nell’Aeronautica Italiana ed ammalatosi durante il Secondo Conflitto Mondiale era stato mandato in congedo illimitato, scelse la cittadinanza italiana e non quella jugoslava, divenendo per gli uomini di Tito un traditore, un oppositore reazionario. Fu licenziato per questo.
Ricominciò, allora, la paura di ‘scomparire’ come aveva visto accadere ad altri che avevano fatto la sua stessa scelta.

Così nel 1948 vendette i suoi beni e, con la moglie e piccola figlia, lasciò Fiume, dove aveva già fondato nel 1946 il Museo di Storia Naturale, per dirigersi a Trieste. Qui iniziarono nuovi anni difficili di sopravvivenza nei centri di raccolta e di smistamento per esuli senza più patria, senza mezzi di sostentamento e con una pesante valigia di ricordi. Quindi la scelta di andare a Messina dove aveva amici affidabili. Questa città del Sud si rivelò per lui una seconda patria.
Qui la ritrovata passione per le Scienze Naturali curò la sua nostalgia e la sua vita riprese in un territorio, quale quello calabro – peloritano, pieno di stimoli e di interessi, a cui dedicò il suo acume scientifico e dove affinò il suo spirito di ricercatore di segni di antichi vissuti. Iniziò a collaborare con  numerosi Istituti Universitari e a pubblicare studi e ricerche al fianco di docenti universitari.
A lui si deve la costituzione di una ricchissima collezione paleontologica, con reperti di pregio di Messina ma anche di Reggio Calabria, ed importanti studi e ricerche che hanno offerto un prezioso impulso alla Paleontologia. La collezione, infatti, si compone di resti fossili di elefanti, ippopotami, cervi e rinoceronti, della mandibola di Homo Neanderthalensis di Archi presso Reggio Calabria, che lui stesso scoprì, segnalò e che oggi si trova custodita presso l’Istituto Italiano di Paleontologia Umana di Roma.
40 anni di ricerche che spaziarono dalla Biologia Marina alla Parassitologia, dalla Paleontologia alla Chimica Organica, dalla Botanica alla Geografia, dalla vulcanologia alle Tradizioni Popolari. 400 reperti della collezione oggi conservati presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Messina ed esposti nei principali musei italiani. Oltre la mandibola “neanderthaliana” ritrovata a Reggio Calabria e qualche altro reperto presso l’Istituto Italiano di Paleontologia Umana di Roma, un paio di molari d’elefante si trovano al Museo Doria di Genova ed altri reperti al Museo di Storia Naturale di Verona e all’Università di Firenze. Ecco il contributo reso da Adolfo Berdar alle Scienze Naturali.
A lui si devono, altresì, gli studi dello spiaggiamento di specie abissali e dei resti dei mammiferi rinvenuti nei terreni sedimentari dello Stretto e la probabile scoperta di un vulcano sottomarino nell’area delle Isole Eolie,  che consentirono di pervenire ad importanti conoscenze circa la geologia dell’area dello Stretto nell’epoca del Quaternario (o Neozoico), periodo geologico più recente e precedente a quello in cui viviamo, e i complessi fenomeni tettonici che la caratterizzano.
Resti di una paleofauna ed informazioni del passato remoto dei nostri territori, che senza la sua dedizione, il suo impegno e la sua infaticabile e diligente opera di ricerca e riconoscimento di tracce tra le maglie del tempo, sarebbero andati perduti.

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