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Memorie – Rosanna Scopelliti: ''Mio padre, un uomo di legge che non ha avuto giustizia''

8 Agosto 2012
in Memorie
Tempo di lettura: 8 minuti
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scopellitigiudice
di Anna Foti –
Ha gli stessi occhi scuri e profondi di suo padre. Occhi pieni di parole e di emozioni mentre parla di lui, Antonino Scopelliti, suo papà, ucciso nella sua terra di

Calabria dalla ‘Ndrangheta su ordine di Cosa Nostra, il 9 agosto del 1991. Esiste una gioia che non potrà mai essere piena, ma che sarà comunque cercata e desiderata, ed esiste un dolore inestinguibile rimasto nascosto fino ad alcuni anni fa. Questi occhi scuri e profondi sono di Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonino Scopelliti ucciso da colpi di lupara a Piale di Villa San Giovanni mentre si trovava in ferie a Campo Calabro, in provincia di Reggio Calabria, ventuno anni fa. Rosanna era soltanto una bambina. Era agosto e a settembre Antonino Scopelliti avrebbe dovuto discutere le argomentazioni di rigetto dei ricorsi in Cassazione avverso le condanne nei confronti dei più importanti e pericolosi esponenti di Cosa Nostra nel primo maxiprocesso.
A Piale, Villa San Giovanni (RC), luogo del vile agguato, stridente con uno scorcio di rara bellezza, a picco sullo Stretto, al cospetto di Messina, si respira quiete ma non rassegnazione. In questo luogo, emblema di una Calabria che la stessa Rosanna Scopelliti ha definito ‘terra di suo padre e degli uomini perbene e non di ndrangheta’, si celebra ogni giorno la memoria di un uomo calabrese che per la sua integrità ha sacrificato la sua intera esistenza. Un uomo che ha dato la vita per la giustizia ma al cui assassinio, ancora oggi, non si associano volti ma solo l’ombra ingombrante ed asfissiante della mafia. Si celebra la memoria anche di altri due uomini vittime, a Villa San Giovanni, per il loro coraggio di essere liberi, Franco Salzone, dirigente autotrasporti, e del vice sindaco Giovanni Trecroci, uccisi nel 1990.

Dal 1991 fino all’omicidio Fortugno nell’ottobre 2005 e alla successiva ribellione dei ragazzi di Locri, nessuna fiducia più nella Calabria era stata riposta da Rosanna. Adesso, nonostante l’indignazione di una sentenza ignobile che nel 2004 ha soltanto assolto, senza decretare alcun responsabile per l’omicidio di suo padre, giudice che la storia ha confermato essere stato solo, Rosanna si unisce alla voce di quei ragazzi. Così da Roma, dove vive e studia, periodicamente torna in Calabria per testimoniare che nessun cambiamento è possibile senza una cittadinanza attenta, vigile, coraggiosa e unita. Nel ricordo dell’ impegno di un uomo di legge contro la mafia e nel monito di una giustizia rimasta incompiuta, anche quest’anno Rosanna Scopelliti e la Fondazione intitolata a suo padre si sono fatte promotrici, accanto la movimento “E adesso ammazzateci Tutti” guidato da Aldo Pecora, del meeting giovanile nazionale Antimafia in svolgimento a piazza Duomo domani 9 agosto e venerdì 10 alle ore 21.

Rosanna, oggi ha riscoperto un legame con questa terra che, soprattutto grazie al suo impegno, non dimentica l’eredità di suo padre. Così torna spesso in Calabria e non solo per le edizioni di Legalitalia ma anche per scrivere intense pagine di memoria, come quella in provincia di Reggio, a Palmi, dove lo scorso febbraio ha avuto luogo la cerimonia di intitolazione dell’aula bunker del Tribunale di Palmi alla presenza del guardasigilli della Repubblica Paola Severino che, come ha evidenziato, ‘teneva molto ad essere presente a questo momento di memoria doveroso’, del procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso e di tutte le massime autorità ed esponenti politici di tutti gli schieramenti.

La ‘toga di papà’, la sua seconda pelle, ed il ricordo inossidabile e fiero di un uomo coraggioso ed integerrimo. Questo il patrimonio che ha spinto Rosanna ad uscire dall’oblio, in cui il dolore per la perdita l’aveva gettata all’indomani della tragedia. Un dolore coraggiosamente tramutato in instancabile impegno per tenere accesa la fiaccola della Speranza e della Legalità e per portare luce sulle vicende processuali inficiate da depistaggi e superficialità investigative che ne hanno pregiudicato gli esiti.
‘Poco si è fatto per proteggere papa’, ha ribadito anche in quell’occasione poiché la memoria deve potersi completare con la verità. Il punto nevralgico rimane sempre la riapertura del processo per ristabilire Giustizia e Verità, ‘le uniche cose che noi familiari possiamo chiedere’. Per quanto importante sia ricordare, bisogna anche accertare i fatti e restituire verità alla storia cui quest’uomo calabrese ha contribuito nobilmente.
Antonino Scopelliti entra in magistratura a soli 24 anni, svolge la carriera di magistrato requirente che inizia dal ruolo di Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma, passa dalla Procura della Repubblica di Milano per poi approdare alla Procura Generale presso la corte d’Appello e al ruolo di Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione.
E’ lo stesso Salvo Boemi, magistrato in pensione, ora commissario della Stazione Unica Appaltante della Regione Calabria, a ricordare che “negli anni ‘93 e 94 tra i tre processi che impegnavano la DDA di Reggio Calabria, insieme al processo Olimpia, sulla seconda guerra di mafia reggina, e al processo per la morte di Lodovico Ligato, vi era proprio il processo per l’assassinio di Antonino Scopelliti”. Nell’ambito di questo venne accertato l’asse ndrangheta – cosa nostra che nulla aveva da guadagnare dalle condanne che quel maxiprocesso avrebbe procurato e che dunque ha cercato e trovato dei validi alleati calabresi per l’irreversibile e sanguinoso disegno criminale. Una tesi che fu poi smantellata in appello.
Il caso avrebbe potuto essere riaperto solo in presenza di nuovi elementi, giunti il mese scorso nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla DDA reggina, nella persona del sostituto procuratore Giuseppe Lombardo, che inquadrerebbero l’omicidio Scopelliti come primo atto di quella trattativa Stato – Mafia che avrebbe poi mietuto altre vittime tra cui i giudici Falcone Borsellino e sulla cui indagine nel capoluogo palermitano, proprio lo scorso 24 luglio, il procuratore aggiunto presso la DDA Palermo, Antonio Ingroia prima di incontrare la cittadinanza reggina a Tabularasa, firmò, con i sostituti Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Lia Sava, il decreto di rinvio a giudizio per 12 persone. Ultimo atto del magistrato siciliano prima di partire per il Guatemala, terra afflitta da una violenta criminalità e dal traffico di droga ed in attesa di giustizia per reiterate violazioni di diritti umani, ed assumere l’incarico affidatogli dall’ONU di capo dell’unità di investigazioni e analisi criminale sull’impunità.
Tra le persone rinviate a giudizio l’ex presidente del Senato Nicola Mancino, l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, il senatore del Pdl, Marcello Dell’Utri, i capimafia corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano, i generali dei carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni.
La ricerca della Verità, come un puzzle cui aggiungere faticosamente e pazientemente tasselli di cui uno dei più spigolosi è proprio rappresentato dall’omicidio di Antonino Scopelliti, potrebbe essere adesso ad una svolta.

****Strill.it nel 2008 ha raccolto la testimonianza di Rosanna che ha iniziato con il raccontare cosa abbia destato in lei nuova fiducia in una terra che le aveva lasciato solo un vuoto incolmabile e che le suggeriva solo il rosso del sangue versato da suo padre e il grigiore di un’indifferenza immeritata e vile.

“Dopo anni di lontananza ho risposto al richiamo di giovani, come me, che pretendono un cambiamento. L’omicidio di mio padre che, convinto che la sua terra e la sua gente non lo avrebbero mai colpito alle spalle, rifiutò la scorta, rappresentò per me la distruzione della Calabria di cui lui stesso mi raccontava e che lui stesso mi insegnava ad amare. Nasce così la decisione mia e di mia madre di allontanarci in modo definitivo da questa regione. Il processo che seguì e  l’assenza di responsabili che la sentenza decretò, aggravarono questo divario, in ragione di un’indifferenza che perdurava e che sentivamo colpirci allora come all’indomani dell’omicidio. La sensazione che provavo era di immensa tristezza per una terra incapace di rialzarsi. Una terra che comunque non e
ra più casa mia. Gli avvenimenti della fine del 2005, l’omicidio Fortugno e la marcia dei ragazzi a Locri mi hanno scossa. Sentivo quel richiamo ad una speranza che forse aspettavo da anni e che per lungo tempo avevo soffocato. Mi sentivo finalmente capita da persone di questa terra. Nasce così la mia vicinanza al movimento Ammazzateci Tutti cui ho deciso di affidare la memoria di mio padre perché, al di là delle marce e delle manifestazioni, c’è un impegno serio portato avanti con le difficoltà tipiche di chi si propone di operare, restando libero. Questo cammino era anche il mio, ecco perchè ho deciso di unirmi a loro. Un cammino che si pone anche contro quella mafia di terzo livello, quella che si infiltra e si annida nelle istituzioni. Quella più pericolosa.”

Cosa ti ha lasciato la drammatica esperienza della perdita di tuo padre?
“Io ho pagato un prezzo altissimo. Quasi tutta la mia vita senza mio padre. Tuttavia ho imparato che non bisogna restare inginocchiati ma raccogliere piano, piano tutte le forze possedute, ricaricarsi e combattere. Io ho impiegato quattordici anni per farlo ma ora so che era necessario.”

Ti sei mai sentita in pericolo per il tuo impegno?
“Non mi sento in pericolo solo perchè io ho già pagato il mio tributo e credo che la mafia più pericolosa ormai sia quella nascosta, quella che condiziona senza che ciò sia percepito e che si può contrastare facendo rete e restando uniti. Non mi stancherò mai di dire che bisogna avere fiducia nelle istituzioni e che in Calabria la gente onesta rappresenta la maggioranza della sua popolazione. Eppure poche famiglie tengono in ostaggio un’intera regione.  Mi viene in mente il condizionamento degli esercenti costretti a pagare il pizzo e i risultati che si potrebbero ottenere se gli imprenditori si unissero e denunciassero. I risultati che potrebbero ottenersi se la cittadinanza scegliesse con fermezza da che parte stare, subito! Cominciando dai ragazzi come disse Salvatore Boemi, in occasione dell’incontro in memoria di Falcone e Borsellino lo scorso maggio.”

Tu hai fiducia nello Stato?
“Paradossalmente si! Io l’avevo perduta ma adesso ho capito che lo Stato fa ciò che può.”

Cosa ricordi tuo padre?
“Ci sarebbero tante cose che non potrei sintetizzare. Della sua vicinanza come padre era ricca la mia quotidianità. Ero molto piccola quando lui fu ucciso, ma ciò che più mi è rimasto impresso è quel senso di sicurezza che mi proteggeva quando stavo in famiglia con lui e mamma. Purtroppo allora non potevo capire cose che adesso mi sono più chiare. Continuo a conoscere mio padre, a restargli vicino attraverso dei suoi scritti che leggo continuamente, perché continuamente posso imparare da essi. Leggendo rendo conto di quanto già, nel 1975, mio padre fosse riuscito a prevedere quella che oggi è acclarata:  l’infiltrazione della mafia nelle istituzioni. Lui parlava di sé come di un giudice perseguitato per poter essere libero. Quanto accaduto a Luigi De Magistris non è poi così lontano da quello che accadeva a mio padre nel 1975. Quando realizzo quanto attuale sia ancora quello lui scriveva negli anni Settanta, quando realizzo questo parallelismo, inizio a preoccuparmi perché le pressioni e gli impedimenti continuano a minacciare l’espletamento della funzione istituzionale della magistratura. Io spero che evoluzioni ci siano. Avrebbero già dovuto esserci.  Se la magistratura è in pericolo, come anche i recenti ritrovamenti di microspie presso la Procura di Reggio Calabria dimostrano, anche i cittadini e le istituzioni tutte lo sono e a quel punto sono necessarie prese di posizioni più forti che, a mio avviso, sono mancate.”

Credi anche tu che la lotta alla mafia abbia bisogno di eroi?
“Assolutamente no! Mio padre non era un eroe ma solo un magistrato che compiva il suo dovere e rientrava in questo dovere, rifiutare i cinque miliardi di lire offertigli per “aggiustare” il maxiprocesso. Il punto è che coloro che compiono il loro dovere sono sempre pochi, la società civile resta muta e forse bisognerebbe cominciare a non pretendere di più solo dalle istituzioni e dalle forze dell’ordine, poiché resiste nel tempo una cittadinanza che non si sente responsabile, che non si indigna, che non sostiene, che si gira dall’altra parte. Io ancora ricordo il silenzio assordante attorno all’omicidio di mio padre, forse proporzionato al bisogno di insabbiare la questione per cui è avvenuto. E’ vergognoso che nessuna luce sia stata fatta su quanto avvenuto al momento dell’omicidio ed è inaccettabile sentire dire che chi sa, non parlerà mai. Allora non parli neanche di mio padre, non offenda ulteriormente la sua memoria.”

Cosa vedi nel futuro tuo e di questa terra?
“Spero di laurearmi, proseguendo comunque nell’impegno della Fondazione e del movimento nel ricordo i papà e a fianco dei familiari delle vittime di mafia, per cercare nel nostro piccolo di adoperarci per la giustizia. La responsabilità è di ognuno e noi cercheremmo di sensibilizzare e stimolare la Calabria ad abbandonare questa coltre di indifferenza per risollevare la testa e tornare libera, senza  delegare oltre.” 

Terminava così la chiacchierata con Rosanna Scopelliti che, sorridendo, riconosceva di essere tornata a sentirsi orgogliosa di questa sua rinnovata vicinanza alla Calabria.
Rosanna sarebbe tornata in Calabria ancora molte volte.  

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