
“Gol di Taibi, ha segnato la Reggina col portiere” urlava nel microfono il telecronista di Diretta Gol Sky chiedendo la linea dal “Granillo”
di Reggio Calabria. Non era un “pesce di Aprile”, pur potendo esserlo, visto che il calendario di quel pomeriggio scandiva primo Aprile 2001, e a Reggio, contro la Reggina di Colomba al secondo anno di serie A, scendeva l’Udinese.
Gli amaranto ancora non avevano avviato quella clamorosa rimonta in classifica che li avrebbe portati, a Giugno, a disputare lo spareggio (perso) contro il Verona e quel giorno, quando il tramonto non era vicinissimo solo perchè la notte prima era entrata in vigore l’ora legale, il gol di Alberto – una rasoiata dal limite dell’area – pareva aver messo l’ultimo chiodo nella tomba della serie A amaranto.
A una manciata di secondi dal termine la Reggina sta dando fondo a energie e speranza a caccia del gol del pari, spinta dai 25.000 del “Granillo”; i tentativi fin lì prodotti erano stati tutti inutili, anche a causa della malasorte che aveva costretto il bomber Dionigi ad uscire dal campo anzitempo con una gamba squarciata da una tacchettata assassina.
Gli ultimi attacchi, come sempre, sono disordinati. Disordinati e improduttivi, serve una scossa. A quei tempi il leader assoluto della squadra è il capitano, il portiere Massimo Taibi siciliano di Cinisi, una carriera di tutto rispetto con esperienze anche al Milan e al Manchester United.
Taibi è letteralmente l’idolo di una città intera, d’altra parte dal gennaio 2000, quando arrivò in riva allo Stretto con un contratto per la Reggina faraonico (1.800.000.000 di lire all’anno), ha fatto vedere mirabilie e la sua permanenza a Reggio integrerà per la storia, a tutti gli effetti, il massimo che un portiere abbia mai fatto vedere ai tifosi amaranto.
Ma Taibi è anche – o forse soprattutto – un leader ed un leader vero sa quando è il momento di spendersi personalmente.
A poco meno di due minuti dalla conclusione la Reggina guadagna l’ennesimo calcio d’angolo, lato Tribuna, sotto la Curva Nord.
“Tutti dentro” è la parola d’ordine non detta ma comunque riecheggiante al “Granillo”. Non è stato spiegato se nel “tutti” rientri anche il portiere oppure no.
Taibi a restare fermo, passivo, a 70 metri dal luogo dell’azione, da dove si decidono, probabilmente, i destini di un campionato non ci sta; d’altra parte da oltre 60 minuti (dal momento del gol degli ospiti) è praticamente immobile con le mani sui fianchi al limite della propria area di rigore.
Calcio d’angolo, dunque. Il capitano, istintivamente, si mette a correre e arriva alla linea di metà campo. Si ferma, fa un altro passo, si ferma ancora, si volta verso la panchina, cerca lo sguardo dell’allenatore Colomba, cerca, in qualche modo, un’autorizzazione ad andare anche lui in area avversaria. Non riesce ad incrociare lo sguardo di Colomba, è proprio il secondo portiere, Belardi, con il quale c’è un feeling molto forte, ad urlargli: “Vai, vai!”
E Taibi vola, nel boato generale, mentre la Curva Sud, in qualche modo, raccoglie il segnale del suo condottiero: “Vola, Taibi vola, sotto la curva vola, la curva si innamora, Taibi vola” ricominciano a cantare almeno in duemila.
E’ un attimo e, forte delle grandi falcate che le sue leve infinite gli garantiscono, Taibi è dall’altra parte.
La sua presenza crea scompiglio; si vede, si sente, è grande, pesante, chiassoso, urla, incita, spinge e, con lui, l’intero stadio riprende fiato, ad una manciata di secondi dalla fine.
Non è la prima volta che Taibi sbarca – come un condottiero vichingo – in prima persona dall’altra parte; lo aveva già fatto, nel dicembre del 2000, all’ultimo minuto di Reggina-Verona, in campo neutro a Catania, dove lo scompiglio portato da lui aveva creato gioco facile per il gol del pareggio di Lorenzo Stovini.
Ma stavolta è diverso; stavolta a Taibi lo scompiglio non basta più. Stavolta Taibi vuole volare. La sua curva glielo chiede e lui vuole volare. Vuole andare a caccia della palla.
Il corner è affidato a Mamede, sul primo palo, dove si avventa Taibi, contrastato da un avversario; l’impatto gli riesce male, in maniera “sporca”, quasi con la spalla. La palla carambola sulla schiena dell’avversario e termina nuovamente in corner.
Taibi è un uomo testardo e di esperienza, a 32 anni compiuti. Fa segni evidenti a Mamede di rifare lo stesso cross, tale e quale. Mamede non vorrebbe, lui lo fulmina con uno sguardo che non ammette repliche; da mesi, ormai, è il capo carismatico e indiscusso di tutto il gruppo.
Stesso cross, uguale al precedente, stesso palo.
Stavolta l’effetto sorpresa è svanito e, dunque, è dichiaratamente una sfida uno-uno.
La difesa dell’Udinese capisce che quest’omone con i guanti e la calzamaglia non è venuto per scherzare fino nell’area di rigore opposta, sarà meglio marcarlo come se fosse un centravanti vero. E di lui, allora, si occupa il miglior difensore bianconero: Bertotto. Esperto, muscoloso, duro. E capitano.
Capitani contro quando, alle cinque della sera del giorno del pesce di Aprile, la palla calciata da Mamede spiove nuovamente all’altezza del primo palo. Anche l’attacco amaranto ha capito la novità e si concentra solo sull’incursione di Taibi.
I movimenti di attaccanti e centrocampisti sono tutti funzionali a fare spazio al portiere, sviano sul secondo palo creando sul primo un buco, dove si consumerà il duello tra Bertotto e Taibi.
Arriva la palla, tesa. Taibi sa bene che per poterla colpire adeguatamente deve tenere a distanza Bertotto che gli è letteralmente aggrappato. Allora usa le sue braccia che sono lunghissime; estendo il destro, con l’avambraccio puntato sulla base del collo dell’avversario, riesce a tenerlo a distanza di quei 40 centimetri che gli consentono di andare sul pallone.
E ci va come un vero attaccante, di quelli che sa che al pallone si va incontro, che si va aggressivi.
Ci va incontro, dunque, quasi ci si avventa e al momento esattamente perfetto imprime alla sfera la “frustata” perfetta. Prima leggera torsione del busto a sinistra, verso l’esterno e poi torsione opposta, forte, verso destra, il lato della porta avversaria, accompagnata da analogo movimento del collo.
E’ una fucilata. Il portiere avversario vede la palla solo quando ha già abbracciato la rete.
Lo stadio esplode, il suo eroe ha vinto. Taibi corre fino alla sua panchina ad abbracciare Belardi (“con lui ce lo diciamo spesso in allenamento e qualche volta lo abbiamo anche provato” dirà nel dopo gara).
La curva canta “Vola, Taibi vola, sotto la curva vola, la curva si innamora, Taibi vola…”




