
di Anna Foti – Carattere introverso e solitario. Scrittore, traduttore, insegnante, autore di versi e romanzi, tra cui “Lavorare stanca” (1936) per la poesia e “La bella estate”
(Premio Strega 1950), “Paesi tuoi”(1941), ‘’La casa in collina’’ (1949), “La luna e i falò” (ultimo romanzo pubblicato in vita nel 1950), per la prosa. Cesare Pavese è stato tra i più grandi scrittori del Novecento italiano. Piemontese nato a Santo Stefano Balbo (Cuneo), appassionato di lingua inglese e letteratura anglo-americana con una tesi su “La interpretazione della poesia di Walt Whitman” presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Torino, Pavese si ritrova a percorrere un tratto della sua strada di uomo e letterato, non allineato al regime fascista, nella provincia reggina. In particolare egli fu condannato dal regime fascista a tre anni di confino, di cui due successivamente condonati, a Brancaleone Calabro dove giunse il 3 agosto del 1935. Un esilio di cui raccontò il cammino interiore nel suo romanzo “Il carcere” scritto a cavallo tra il 1938 e il 1939. In queste pagine Stefano, la sua controfigura, racconta la sua prigione di cui mare ed i gelsomini rappresentano le pareti, l’orizzonte.
La sua amicizia stretta con intellettuali antifascisti di spicco quali Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila e Giulio Einaudi, gli costarono le antipatie del regime e quella perquisizione cui seguì la condanna al confino. Nel 1935, infatti, i componenti della redazione di “Cultura”, la rivista di Einaudi per cui collaborava, fu tratta in arresto. Emblema delle repressione del Ventennio che travolge anche chi non sia impegnato in attività antifasciste, come Pavese, sol perché non sia militante nel Fascio. Ad esporlo fu la sua attività di traduttore e di appassionato alla letteratura straniera, dunque non un’attività rivoluzionaria violenta. Alla base della sua accusa, poi condanna nel maggio 1935, il ritrovamento presso la sua abitazione di una lettera di Altiero Spinelli, già detenuto per motivi politici, in verità rivolta a Tina (Battistina Pizzardo), donna di cui lo scrittore era stato innamorato e per difendere la quale non smentì mai le accuse legate a quella lettera in realtà non destinata a lui.
Cesare Pavese descrive così l’esperienza di confinato nella sua lettera al suo professore Augusto Monti: “Qui i paesani mi hanno accolto umanamente, spiegandomi che, del resto, si tratta di una loro tradizione e che fanno così con tutti. Il giorno lo passo “dando volta”, leggicchio, ristudio per la terza volta il greco, fumo la pipa, faccio venir notte; ogni volta indignandomi che, con tante invenzioni solenni, il genio italico non abbia ancora escogitato una droga che propini il letargo a volontà, nel mio caso per tre anni. Per tre anni! Studiare è una parola; non si può niente che valga in questa incertezza di vita, se non assaporare in tutte le sue qualità e quantità più luride la noia, il tedio, la seccaggine, la sgonfia, lo spleen e il mal di pancia. Esercito il più squallido dei passatempi. Acchiappo le mosche, traduco dal greco, mi astengo dal guardare il mare, giro i campi, fumo, tengo lo zibaldone, rileggo la corrispondenza dalla patria, serbo un’inutile castità”.
Quello zibaldone sarebbe stato pubblicato in seguito. Immerso nei paesaggi brulli e selvaggi della Calabria, lambito dal calore degli abitanti, Cesare Pavese sancisce il suo passaggio dalla lirica a alla prosa ed inizia a stendere il suo diario, poi pubblicato con il titolo “Il mestiere di vivere” che racconta la sua esistenza proprio dal suo arrivo in Calabria, nel 1935, fino al 1950. Fu a Brancaleone che Cesare Pavese conobbe Concetta Delfino, detta “Concia”, all’epoca solo quattordicenne. Ella fu grande e discreta musa ispiratrice dello scrittore torinese. Vivo è ancora il ricordo di Concia, morta nel 2002 a Brancaleone Calabro, come viva è anche la memoria della prestigiosa permanenza nel comune jonico di Cesare Pavese che tutti in paese ricordano come “U professuri” che leggeva il giornale al Bar Roma, vicino alla sua casa con avanti i binari ed il mare con la sua costa dei gelsomini, che riceveva pacchi di libri dal Nord, che dava lezioni di latino. Un uomo di cultura, giunto in stato di arresto in punta allo stivale, reietto dal regime perché intellettuale libero, cui l’amministrazione di Brancaleone dedica spesso iniziative e incontri ed intitola la sua Biblioteca comunale.
Al rientro anticipato dal confino, nel 1936, ad attendere Pavese la forte delusione sentimentale causata dal matrimonio di Tina Pizzardo per proteggere la quale era stato esiliato in Calabria; delusione che non sarebbe stata l’ultima. Quindi la ripresa della collaborazione con Einaudi di cui diventerà, di fatto e poi formalmente, direttore editoriale. Da allora proseguì intensamente la sua carriera di traduttore e scrittore, consacrandosi per il suo stile essenziale ma poetico. Nel dopoguerra si iscrive al partito Comunista e, collaborando presso la redazione de “L’unità”, conosce Italo Calvino. Nonostante i riconoscimenti e le pubblicazioni, non si placano la sua inquietudine e il suo disagio esistenziale. Si suicida in una camera dell’albergo “Roma” di Torino il 27 agosto del 1950.
Forse anche Brancaleone, sulla costa Jonica della nostra provincia e in quella casa a pochi passi dal Bar Roma senza mai un targa che ricordasse la sua indimenticata permanenza, per anni a rischio di demolizione e oggi a acquistata da un privato, si conserva segretamente una traccia di quella inguaribile inquietudine, in quei paesaggi tra mare e monti, dove intenso è l’odore dei gelsomini.




