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Memorie – Peppe Valarioti, il primo delitto politico della ndrangheta

13 Giugno 2012
in Memorie
Tempo di lettura: 3 minuti
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valarioti

di Anna Foti – Trentadue sono gli anni passati dall’omicidio di Giuseppe Valarioti, il dirigente calabrese del Partito Comunista Italiano di Rosarno, segretario della sezione rosarnese

e consigliere comunale, trucidato a colpi di lupara. Trenta quelli che aveva quando, quella notte tra il 10 e l’11 giugno 1980, la ndrangheta commetteva, uccidendolo, il primo delitto politico in Calabria. Un efferato omicidio ancora rimasto impunito. Il primo delitto eccellente. Una vicenda giudiziaria lunga 11 anni al temine della quale nessuna verità è stata mai restituita alla storia. Testimonianze coraggiose, faldoni scomparsi, dichiarazioni non trasmesse e mai acquisite, depistaggi, ritrattazioni repentine, tante incongruenze e un superpentito ritenuto inattendibile.

Insomma nessuna giustizia ed una petizione popolare per riaprire le indagini e ristabilire la verità. Un processo fallito che comincia nel 1982 a Palmi e che mette alla sbarra il capobastone Giuseppe Pesce. Un processo che registra le dichiarazioni del primo pentito della ndrangheta, Pino Scriva che nel 1983 chiama in causa anche il boss di Gioia Tauro, Giuseppe Piromalli. Ma anche un processo che, tra ritrattazioni e timori di ritorsioni, termina con una assoluzione di Pesce. La successiva istruttoria bis sarebbe stata archiviata nell’87, le dichiarazioni di Scriva non considerate nel 1990 e l’assoluzione del boss Pesce confermata. Da allora un silenzio gravissimo è stato steso sulla vicenda.

Ricordato come l’impastato calabrese, anche se Giuseppe Valarioti non apparteneva ad una famiglia mafiosa, Giuseppe Valarioti era professore di lettere, appassionato di studi archeologici della Rosarno Magno Greca. Un autentico spirito libero che la prevaricazione mafiosa non è riuscita ad imprigionare.

Attivista politico che guidava la sezione rosarnese del partito comunista, la notte in cui venne ucciso festeggiava la vittoria delle elezioni amministrative. Un delitto in cui culminò la tensione tra la ndrangheta e la politica anche in Calabria. Il suo impegno contro il malaffare politico mafioso ebbe come primo ambito la malapolitica che ruotava proprio attorno alla cooperativa “Rinascita” di Rosarno, una delle prime esperienze associazionistiche nel settore della produzione e della trasformazione agrumicola rosarnese. Ed è infatti lì che andrebbe ricercata la verità.

Il comune di Rosarno, con un passato anche recente di commissariamento per scioglimento per infiltrazioni mafiose, oggi lo riscopre e lo ricorda con una targa nella piazza principale del paese che già porta il suo nome. La storia della Calabria e dei calabresi, la storia di uno dei tanti che hanno fatto molto con modestia ed umiltà, offrendo alla comunità calabrese e non solo un contributo irrinunciabile .

« Peppe vive nella lotta per gli ideali di libertà e giustizia, per i quali sacrificò la sua giovane esistenza. Amò Medma e la sua storia antica. La difese e la voleva valorizzare per la elevazione culturale del nostro popolo e per il lavoro che poteva far nascere. Amò la musica, le arti, la bellezza, che voleva fossero godute da tutti e soprattutto dagli umili. Amò i braccianti, i contadini, gli agricoltori, non solo perché da essi nacque. Ma per la loro fatica, le loro sofferenze. Sapeva come vivevano molti di loro », in occasione del trentennale dell’omicidio commemorati nell’antica città di Medma due anni fa, lo ha ricordato così lo storico sindaco di Rosarno, Giuseppe Lavorato che, candidato allo scranno dell’amministrazione provinciale reggina in quel frangente caldo, in cui poi Valarioti venne ucciso, rimase vittima di un’intimidazione. La sua auto venne bruciata come alle fiamme fu data anche la sede rosarnese del partito dei Comunisti Italiani. Solo dieci giorni dopo Giuseppe Valarioti, il 21 giugno, sarebbe stato ucciso anche l’assessore di Cetraro (CS), oltre  che Segretario Generale della Procura di Paola, Giovanni Losardo.

Ancora la storia ha bisogno di essere conosciuta, la realtà di essere compresa. Ancora le coscienze hanno bisogno di essere scosse e la memoria di essere alimentata e non solo a Rosarno. A ciò provvedono anche il lavoro di raccolta e documentazione dell’archivio Stopndrangheta.it e la ricostruzione operata a quattro mani da Alessio Magro e Danilo Chirico, con il contributo dei familiari e della fidanzata Carmela Ferro, nel libro “Il caso Valarioti. Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria”, edito da Round Robin.

Un’altra goccia nel mare salato di Calabria, questa pagina di sangue. Un’altra speranza nel cuore pulsante di Rosarno, questa pagina di memoria e di impegno. Quella speranza con cui si è spenta anche la mamma di Giuseppe Valarioti, Caterina Cimato, lo scorso 21 febbraio a Rosarno, all’età di 91 anni. Una donna che con la sua vita ha testimoniato una grande umanità e nobili ideali. Anche i migranti africani conoscevano la sua casa in via Carlo Alberto, di fronte alla quale non passavano senza salutarla.

Caterina Cimato è morta senza conoscere la verità sulla morte del figlio Giuseppe. Qualche anno fa fu avviata una raccolta firme per riaprire le indagini sul caso Valarioti, anche perché tanti sono i riferimenti comuni che legano l’ambiente in cui il giovane dirigente comunista rosarnese resisteva e contrastava il malaffare, a quello descritto dalla collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce, di recente anche lungamente interrogata nel processo ‘All inside’ contro la sua famiglia egemone nel rosarnese. Nelle sue parole, nel suo coraggio, forse una nuova speranza di verità anche per il caso Valarioti.

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