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Memorie – La morte di Nicholas Green, una speranza di vita per sette persone. Una lezione all’Italia

11 Aprile 2012
in Memorie
Tempo di lettura: 3 minuti
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nicholasgreen
di Damiano Praticò – Maledetta A3 Salerno-Reggio Calabria. Causa di morte per svariati incidenti stradali.

Ma non solo. Il 29 settembre 1994 la famiglia Green,

composta dai genitori Reginald e Margaret e dai figli Eleonor e Nicholas, originari della California (Stati Uniti), stava percorrendo proprio l’A3 per dirigersi in Sicilia. In viaggio avevano visitato le grandi città d’arte del nostro intramontabile (dal punto di vista culturale) Paese: Roma, Firenze, Pompei.

Un destino crudele, tuttavia, attendeva l’Autobianchi Y10, su cui viaggiava la famiglia Green, all’altezza dello svincolo Serre, vicino Vibo Valentia. Un gruppo di rapinatori scambiò l’auto dei Green per quella di un portavalori. Vennero presi d’assalto. Colpi d’arma da fuoco vennero indirizzati verso l’Autobianchi Y10. Nicholas, sette anni, seduto sul sedile posteriore, venne raggiunto da un proiettile vagante e ferito gravemente. Conclusosi l’agguato, il bambino venne trasportato d’urgenza all’ospedale di Messina dove, purtroppo, morì due giorni dopo, in data primo ottobre.

Fin qui la cronaca. L’amaro Fato riservò ad un giovanissimo innocente una morte atroce e senza motivo. Tuttavia, quello stesso Destino ha attribuito a Nicholas Green ed alla sua famiglia un compito, pesante ma esemplare. Una lezione di vita all’Italia tramite la morte di un bambino statunitense. Il paradosso dei paradossi.

Difatti, alla morte del loro piccolo, Reginald e Margaret autorizzarono la donazione degli organi. In via diretta, tale sublime gesto permise a sette italiani, tra cui quattro ragazzi, di riavere una speranza di vita normale. Ma furono gli effetti indiretti del gesto a svegliare l’Italia dal letargo culturale e mentale. C’è da dire, infatti, che la donazione degli organi, circa vent’anni fa, non era molto diffusa in Italia. Non che oggi lo sia in grandi percentuali: basti pensare che in Calabria, per fare un esempio, sono soltanto 15500, ad oggi, i soci aderenti all’Aido (Associazione Italiana Donatori Organi) e che la stessa Regione possiede “un tasso del 50% di opposizione al prelievo di organi da parte dei familiari di soggetti con morte cerebrale constatata”.

Il padre di Nicholas, Reginald Green, commentò così le enormi conseguenze culturali di quel piccolo gesto d’amore verso gli altri: “Centinaia e centinaia di persone ci hanno scritto lettere in cui si mescolavano sgomento per la causa e giubilo per gli effetti. Sconosciuti ci hanno offerto generosamente il loro aiuto, i media hanno sviscerato la nostra storia trasformandola in un’utile lezione per l’umanità intera. Riconoscimenti che negli anni passati andavano a personalità di statura mondiale, quest’anno sono stati assegnati a un bambino che sapeva scrivere solo in stampatello. Uomini e donne, ragazze e ragazzi hanno compiuto azioni meritorie che nulla avevano a che fare con la donazione di organi, ma che rispecchiavano il loro offrire al mondo qualcosa che sentivano vagamente di dovergli. E molti, che fino ad allora non avevano dedicato un solo pensiero al problema, hanno compreso con un sussulto che ogni anno migliaia di famiglie uguali alla loro perdevano una persona cara perché altre famiglie, anche queste uguali alla loro, rifiutavano di donare gli organi di cui i loro cari non avevano più bisogno”.

Educazione civile. Dopo la seconda guerra mondiale ed il piano Marshall, gli Stati Uniti, tramite il loro comportamento, aiutavano ancora l’Italia. Stavolta, però, su un piano tutt’altro che meramente economico o militare. Il nostro Paese non poté far altro che inchinarsi al nobile gesto di due genitori sconvolti dal dolore, consegnando loro il massimo riconoscimento dello Stato italiano ad un civile: la medaglia d’oro al merito civile.

Il resto è di nuovo cronaca. Michele Iannello e Francesco Mesiano furono processati per l’omicidio Green. Il 16 gennaio del ’97 vennero assolti in primo grado dalla Corte d’Assise di Catanzaro, per poi essere invece condannati in appello nel giugno dell’anno seguente: il primo all’ergastolo ed il secondo a 20 anni di reclusione. La sentenza è poi stata confermata in Cassazione nonostante i due si siano dichiarati sempre innocenti e, soprattutto, nonostante Iannello abbia accusato nel 2002 suo fratello Giuseppe dell’omicidio. Il fascicolo aperto a seguito di tali dichiarazioni è stato comunque archiviato dal gip della Procura di Vibo Valentia.

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