
di Stefano Perri – Sono passati 125 anni dall’inizio di una delle avventura più avvincenti e controverse mai vissute in Calabria. E’ il 28 ottobre del 1897 quando nell’Osteria
della Frasca a Santo Stefano in Aspromonte
inizia l’epopea di quel giovanotto che sarebbe passato alla storia sotto il nome di Brigante Peppe Musolino, il giustiziere d’Aspromonte.
Fa freddo fuori. L’inverno è appena iniziato ma già la prima neve comincia a ricoprire col suo manto immacolato i tetti del borgo di Santo Stefano, un paesino di 2500 anime alle pendici dell’Aspromonte, la cui unica forma di sostentamento è rappresentata dal commercio di legname.
E’ sera, nell’Osteria del paese si gioca a carte, si beve vino, si chiacchiera di affari e si ride a gran voce. Ma nell’aria c’è una strana tensione, il prologo di uno scontro che sta per consumarsi.
I fratelli Vincenzo e Stefano Zoccali, esponenti di spicco della locale consorteria mafiosa, siedono ad un tavolo in fondo alla locanda. Vincenzo, il maggiore, spalle larghe e aria da prepotente, sfida apertamente il giovane Peppe Musolino, figlio del locandiere ed appena ventunenne, insultandolo di fronte ai compaesani attoniti. Come spesso accade da quelle parti alla fine del ‘800 non è difficile che dall’offesa verbale si passi immediatamente alle vie di fatto. L’affronto verso il giovane Musolino, in paese conosciuto come una persona mite e di rispetto, è grave e per di più è anche pubblico. Non esiste alcun dubbio, va regolato. Peppino si alza, invita i due balordi a seguirlo fuori per non disturbare il resto della clientela. Ne segue una zuffa, pugni, calci e anche un coltello. Qualche goccia di rosso sangue macchia le neve nel freddo della notte aspromontana. Inizia cosi la storia del Brigante Giuseppe Musolino.
Il giorno dopo qualcuno, forse per un torto arretrato, forse uno stratagemma architettato ad arte, decide di sparare a Vincenzo Zoccali, il balordo che la sera prima aveva sfidato Peppe alla Locanda. Colpi di fucile in aperta campagna. Zoccali sfugge all’agguato, rimane ferito, corre dai carabinieri. Porta con se un prezioso ritrovamento, che servirà secondo la sua ricostruzione a provare il colpevole dell’agguato. Sul luogo del delitto è stato rinvenuto il berretto di Peppe Musolino, che viene dunque accusato del vile gesto.
Quando i gendarmi si presentano a casa del giovane, Musolino non c’è. Peppe è scappato, deciso a dimostrare la sua innocenza. Bruciano ancora le ferite riportate alle mani dalla lama di Zoccali il giorno prima. Brucia ancora di più la rabbia per il torto subito, per l’ingiusta accusa di tentato omicidio. Passano i mesi, il giovane Peppe si nasconde da parenti ed amici cercando una via d’uscita. A primavera la guardia municipale di Sant’Alessio, il borgo confinante con Santo Stefano, spiffera ai carabinieri che Musolino si trova ancora in paese. Il giovane viene rintracciato ed immediatamente arrestato, condotto a Reggio Calabria e processato per il tentato omicidio del rivale Vincenzo Zoccali.
E’ il 24 settembre del 1898. D’avanti la corte d’Assise di Reggio Calabria si celebra il processo a carico di Giuseppe Musolino. Nonostante le numerose prove portate a sua discolpa, le false testimonianze dei compari di Vincenzo Zoccali non vengono smentite. Quattro giorni dopo arriva le sentenza, terribile e definitiva: 21 anni di carcere.
Ma Musolino continua a proclamarsi innocente. Viene immediatamente tradotto nel carcere di Gerace Marina, l’odierna Locri. Il suo morale e a terra. I suoi detrattori se la ridono, burlando il giovane pubblicamente nella piazza principale di Santo Stefano. Ma Peppe giura vendetta: “Si per casu a lu paisi tornu, chidd’occhi chi arridiru ciangirannu”.
Passano i mesi, Musolino è rinchiuso a Gerace. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, cresce la rabbia per il torto subito, cresce la voglia di farsi giustizia, la sua giustizia.
Si racconta che durante il periodo di prigionia il giovane abbia sognato San Giuseppe che gli indicava il punto esatto dove scavare per sgretolare il muro ammuffito della sua cella. Sono le tre di notte del 9 gennaio 1899 quando il giovane Musolino riesce a fuggire assieme ai suoi compagni di galera Giuseppe Surace, Antonio Filastò e Antonio Saraceno.
E’ inverno, fa freddo, ma Musolino riassapora il gusto dolce della libertà. Corre lontano da quel luogo terribile che pensava sarebbe diventata la sua tomba. A piedi risale le pendici aspromontane, si dirige verso Santo Stefano con in testa un solo ossessionante obiettivo. Giustizia.
Nel frattempo inizia la caccia al brigante. Su di lui viene posta una taglia di 5.000 lire, ma Musolino è furbo come una volpe, veloce come un gatto selvatico. Riesce sempre a sfuggire ai continui tentativi di cattura. Giorno dopo giorno cresce la sua fama di invincibile giustiziere. La gente si schiera dalla sua parte. Il Brigante diventa il simbolo dei torti subiti dalla Calabria, l’eroe gentile e spietato che vuole farsi giustizia da solo e sfida apertamente lo Stato.
I tentativi di acciuffarlo sono molteplici. Una volta si tenta, tramite un tale Antonio Princi di farlo addormentare drogando con l’oppio un piatto fumante di maccheroni. Ma il tentativo fallisce, Musolino ferisce il traditore Antonio Princi e uccide il carabiniere che stava nascosto dietro la siepe in attesa di arrestarlo. Scrive una lettera che consegna ai giornali per chiedere scusa ai genitori del milite. Non era sua intenzione spargere sangue innocente. I carabinieri fanno solo il loro lavoro, gli obiettivi di Peppino sono ben altri. Un’altra volta si cerca di fargli credere che potesse emigrare con una nave attraccata a Capo Bruzzano ma Musolino non si reca all’appuntamento e successivamente scopre che si trattava di una trappola.
Il mito del Brigante raggiunge in poco tempo ogni angolo della nazione. La stampa inizia a trattare il suo caso come una sorta di romanzo a puntate. A lui sono dedicate lunghe pagine ed approfondimenti sul Corriere della Sera, il Mattino, l’Adriatico, la Nazione, il Secolo, e i locali Cronaca di Calabria, Gazzetta di Reggio, Gazzetta di Messina e delle Calabrie, La Giovine Calabria. Addirittura parlano del Brigante anche il Times di Londra e Le Figarò a Parigi. La sua figura diventa una sorta di leggenda e le sue gesta diventano uno spunto per molte canzoni popolari.
Il tempo passa e Musolino rappresenta ormai l’eroe del popolo meridionale che si batte contro l’ingiustizia dello Stato romano. Ma il Brigante è stanco. Le continue fughe, i pedinamenti, gli agguati. Peppe Musolino decide che è ora di smettere i suoi panni di giustiziere. Il pensiero va alla famiglia ed ai suoi amici, messi in pericolo dalla fame dei tanti cacciatori di taglie, dalle cattiverie degli infami traditori e dall’insistenza degli uomini dello Stato che li perseguitano con continui interrogatori e perquisizioni
E’ il 1901 quando il Brigante decide di lasciare la Calabria. Il suo obiettivo è quello di fuggire per chiedere la grazia al nuovo Re Vittorio Emanuele III. Si mette in cammino percorrendo veloce la linea degli Appennini. Ma la sorte decide di voltargli le spalle. Ad Acqualagna in provincia di Urbino viene per caso catturato da due carabinieri, l’Appuntato Amerigo Feliziani di Baschi e Antonio La Serra da San Ferdinando di Puglia, comandati dal brigadiere Antonio Mattei, il padre di Enrico Mattei, uno dei grandi protagonisti del novecento italiano.
I Carabinieri erano completamente ignari dell’identità del Brigante, erano in perlustrazione alla ricerca di malviventi locali. Ma alla loro vista Peppe Musolino scappa, corre veloce. Tenta di fuggire nascondendosi in mezzo ai filari di un enorme vigneto. Ma i due riescono a raggiungerlo quando Peppe, nella sua folle corsa inciampa in un fil di ferro e rimane ferito. “Chiddu chi non potti n’esercitu, potti nu filu”.
Il 17 ottobre del 1901 i giornali rendono pubblico l’evento. Il Brigante Musolino, giustiziere d’Aspromonte, è stato arrestato. Lo Stato ha vinto. Dopo la cattura Peppe Musolino viene interrogato la mattina del 22 ottobre 1901 e subito trasferito presso il carcere di Catanzaro. Per il trasferimento gli viene addirittura riservato un treno speciale, sotto la scorta autorevole di Alessandro Doria, Ispettore Generale delle Carceri Italiane.
Si stima che per la cattura del Brigante il Governo italiano abbia speso addirittura un milione di lire. “Si presume – scrive La Tribuna Illustrata del 27 ottobre 1901- che le spese complessive, per la dislocazione delle truppe negli Abruzzi, che come è noto nell’inverno scorso raggiungevano quasi due reggimenti, abbiano toccato le 500.000 lire, e a queste aggiungendo le altre spese ingenti per lo spionaggio, per gli arresti numerosi e per tutte le misure di Pubblica Sicurezza, si verrebbe a raggiungere e forse a sorpassare la somma tonda di un milione. Nessun galantuomo ha mai costato tanto al Governo!”
Il processo a carico del Brigante inizia il 14 aprile del 1902 presso la Corte d’Assise di Lucca. Si tratta di un evento di caratura nazionale che la stampa segue nei minimi dettagli. Musolino chiede di essere difeso dai due migliori avvocati del tempo. Si rifiuta anche, per non dare una cattiva idea di sé all’opinione pubblica, di indossare gli abiti da carcerato.”Ho un abito di sedici lire il metro – dichiara alla stampa – e lo voglio indossare! Io sono un uomo storico e non un delinquente qualunque, bisogna perciò usarmi riguardo”.
La sentenza viene emanata pochi mesi dopo, l’11 luglio del 1902. Per il Brigante si aprono nuovamente le porte della galera. Gli omicidi e la lunga latitanza gli valgono una pena esemplare: carcere a vita e ben otto anni di isolamento. Ma si tratta di una seconda terribile ingiustizia. Musolino non è più in grado di intendere e di volere. Gli anni della latitanza, le lunghe fughe, i sospetti, gli agguati, lo hanno condotto alla psicosi. Ma per lo Stato italiano è solo un assassino, un balordo che è riuscito a tenere in scacco per anni l’intero Paese, da punire in maniera esemplare.
Il processo lo descrive come un demonio assetato di sangue. Solo 44 anni più tardi, nel 1946, gli viene riconosciuta l’infermità mentale. Viene trasferito nel manicomio di Reggio Calabria, dove muore dieci anni dopo alle 10:30 del 22 gennaio 1956.
La vicenda di Musolino si differenzia dalle altre storie criminali della Calabria a cavallo tra l’ottocento e il novecento anzitutto per l’enorme eco che ebbe nell’opinione pubblica. Ad alimentare quest’aurea che si formò attorno alla vicenda del Brigante fu soprattutto il grande clamore mediatico suscitato dalla sua storia. Come scrive anche lo studioso giornalista Enzo Magrì a fare la differenza furono i giornali. Nonostante le comunicazioni all’epoca fossero difficoltose e non certo tempestive, la vicenda del Brigante di Santo Stefano d’Aspromonte evaso dal carcere di Gerace divenne presto una questione di carattere nazionale, investendo nel suo complesso l’intera opinione pubblica.
Si tratta ovviamente di una esagerata mitizzazione, che dal punto di vista sociologico aiuta però a far comprendere quanto nella cultura popolare sia stata necessaria ed importante, durante tutto il secolo scorso, la figura di un cavaliere che rappresentasse quantomeno simbolicamente le istanze solidaristiche delle grandi masse contadine dell’entroterra calabrese. La lotta all’ingiustizia dello Stato romanocentrico rappresentò nel novecento un’aspirazione mai placata nelle popolazioni meridionali. Un’aspirazione che il Brigante Giuseppe Musolino giustiziere d’Aspromonte, in maniera probabilmente inconsapevole, seppe interpretare alla perfezione.




