
La pianura veneta è lì. Uguale a sé stessa nei decenni, pochi chilometri a Nord di Treviso, dove le Dolomiti cominciano ad incombere da lontano, eppure già presenti.
Conegliano Veneto è cresciuta ed oggi conta 35.000 anime, ma nella sua struttura è rimasta immutata rispetto a 40 anni addietro, quando viale Carducci, quello che porta alla stazione, per Pierantonio Bortot rappresenta la via verso il sogno.
Il sogno si chiama calcio, il mezzo più veloce per provare ad inseguirlo è un motorino sul quale papà Lino accompagna il figlio di soli 15 anni alla stazione per prendere il treno che lo porterà a Torino, nelle giovanili granata.
“Non fu facile” –ricorda Bortot- “il calcio è bello ma duro. E’ un mondo che ti dà tanto ma pretende molto di più. Da giovanissimo, lontano da casa, con l’obbligo di dovere anche studiare, rischia di travolgerti. E poi la vita di collegio è difficile per un ragazzo. Dopo un anno andai dal direttore sportivo del Toro, Bonetto, e gli dissi che se non mi avessero trovato un appartamento lontano da quella prigione del collegio me ne sarei tornato subito a casa mia, a Conegliano”.
Oltre un quarto di secolo fa questo centravanti spilungone e senza paura di fronte a nulla alimenta i sogni di promozione in B della Reggina, per due stagioni prova a prendersela sulle spalle, ma le soddisfazioni di allora non provengono dal campo.
Oggi Pierantonio Bortot, per tutti semplicemente Antonio, ha superato i 50 anni; dopo gli anni trascorsi tra le scarpette chiodate e l’alcool canforato è tornato a casa, in Veneto, portandosi in dote da quel Sud che gli ha dato tanto una moglie –Silvana- ed una figlia –Georgia-, siciliane.
“Io dalla vita ho avuto in dono la cosa più bella: l’amicizia ed il calore di tanta gente. E molto di tutto ciò me lo ha regalato proprio Reggio. Ho trascorso due anni fantastici. Ricordo tutto di Reggio: la città, bella e difficile, la gente, l’entusiasmo. Furono anni più belli di quelli trascorsi a Torino nel giro del Toro che poi sarebbe diventato tricolore.”
Eh si, perché il quindicenne che nel 1970 –come tanti meridionali- approda in Piemonte in cerca di fortuna, da aggregato alla prima squadra, a metà anni 70, ormai diciannovenne, vive ai margini del progetto granata, subito dietro gente come Pulici, Graziani, Bui, Claudio Sala, Agroppi, Zaccarelli.
Quel progetto che, solo 12 mesi dopo, Gigi Radice in panchina coagulerà con lo scudetto che in casa Toro mancava dai tempi di Valentino Mazzola.
Ma l’anno della festa granata per Bortot si snoda a Cremona, prima di approdare a Catania; due stagioni così così che preludono allo sbarco a Reggio, alla Reggina.
La Reggina, l’esperienza che tra tante segnerà la vita –calcistica ed umana- di Bortot nasce quasi per caso: “La Reggina veniva da un’esperienza deludente con un altro centravanti, Angelo Labellarte, che aveva disatteso le pesanti aspettative che società e pubblico avevano riposto in lui. In qualche maniera qualcosa di analogo accadeva a me a Catania. Fu uno scambio del quale credo di poter dire si giovarono entrambe le società. Ma la rivalità fortissima col Catania la ricordo bene e per me la pressione era fortissima, dal momento che ero anche un ex”.
E quanto Reggio ci tenesse a quei Reggina-Catania, Bortot se lo ricorda bene: “E chi se lo dimentica…se ne parlava per mesi, ma io condivisi con i tifosi la delusione, per due anni consecutivi; il 18 febbraio del 1979 perdemmo in casa dopo avere dominato grazie ad un contropiede organizzato proprio dai due ex, Labellarte e Rappa e concluso da questi, mentre il 25 maggio del 1980, fummo sconfitti ancora in casa, ancora per 0-1, da un rigore di Piga, dopo che Cuttone aveva levato dalla porta il pallone con le mani. Quel giorno il Catania conquistò proprio sul nostro campo la promozione in B! Che rabbia, ma che belle quelle sfide…”
I capelli lunghi, appoggiati sulle spalle larghe ed un po’ curve sono rimasti gli stessi, appena oltraggiati da un accenno di chierica: “Mia moglie mi prende in giro, dice che sto iniziando a perderli, ma non è vero” – ride il centravanti, regalando all’interlocutore buon umore vero, genuino, puro, di chi ama la vita fino in fondo, al punto da interpretare come insegnamenti anche le sue pagine più drammatiche.
Pierantonio Bortot da qualche tempo vive con un rene solo, l’altro gliel’ha portato via la malattia, ma ne parla con una serenità invidiabile: “Quando li puoi raccontare si tratta di insegnamenti di vita, prove di fronte alle quali la vita stessa ti mette di fronte. Vincerle non dipende solo da te, ma come le affronti lo decidi tu e solo tu. A me è andata bene ed oggi sono contento”.
La contentezza del centravanti rispetto all’idea di finire in una raccolta di glorie amaranto è pari solo alla sua modestia “Mia figlia mi ha detto che mi avevate cercato, in casa nostra è da ieri che ne parliamo, ma siete proprio sicuri che sia opportuno inserirmi in un volume di questo tipo? Io non ero così importante…”
E però a lungo i tifosi amaranto non la pensarono così.
Di certo quest’idea non li sfiora alle 4 del pomeriggio del 16 dicembre del 1979, quando una vera e propria bufera si abbatte sul “Comunale”.
La Reggina ha di fronte il Siracusa, il vantaggio iniziale di Ferri è stato pareggiato al 13° della ripresa dagli ospiti, ma –a 15 minuti dal termine- un uragano in piena regola irrompe sull’impianto di viale Galilei.
La bufera è tanto intensa da fare cadere un pesante ramo di un alto albero posto ai margini del campo di gioco.
Sotto il diluvio tocca proprio a Bortot, a due minuti dal 90° siglare la vittoria amaranto: “Ricordo ancora la faccia del portiere del Siracusa, era Ferioli. Vincere in quel modo beffardo mi ha sempre lasciato un retrogusto amaro, ho sempre pensato, anche solo per un attimo, alla delusione dei colleghi, con i quali, dopo qualche anno di attività, ci si conosce tutti”.
L’allenatore è Adriano Buffoni ed in qualche modo anche l’arrivo a Reggio del tecnico veneto si intreccia con la storia di Bortot, in maniera ancora una volta casuale: “Era estate, al mio matrimonio, in Veneto, con la fidanzata che avevo trovato a Catania. Ad un certo punto, a sorpresa, spuntò un personaggio che di sorprese ne inventava a non finire: il Presidente Matacena. Fui contento ed orgoglioso ed il caso volle che tra gli invitati ci fosse anche un giovanissimo Buffoni. La Reggina aveva anche il problema del tecnico e così, tra un brindisi e l’altro, cominciai la giornata scapolo e senza allenatore e la chiusi con moglie e tecnico…in quell’occasione a convincere il Presidente Matacena mi diede una grossa mano anche Elvi Pianca”
Le vie del destino talvolta sono davvero contorte e così Pianca e Bortot nascono ad un tiro di schioppo di distanza, esattamente il fazzoletto di terra che separa Conegliano da Vittorio Veneto.
Pur essendo il primo meno giovane di tre anni, i due si incrociano nei tornei giovanili ed anche in quelli estivi numerose volte.
Si conoscono, diventano amici e…si ritrovano dall’altra parte dell’Italia, con la maglia della Reggina: “Si, con Elvi siamo amici ed anche adesso che ci vediamo raramente, pur vivendo vicinissimi, siamo legati da un rapporto strettissimo. La nostra amicizia era forte anche in campo, la nostra intesa si giovò molto di questo sentimento, ma Elvi era forte davvero e così, pochi mesi dopo che prese avvio la mia seconda stagione in amaranto, lui trovò la sua grande occasione in serie A, all’Udinese. Qualche mese prima, però, al mio matrimonio, facemmo un duetto formidabile per convincere il Presidente ad ingaggiare Buffoni”.
Ma l’allenatore che segna in maniera indelebile la carriera di Bortot nasce a Lipari, di nome fa Franco e di cognome Scoglio, per tutti “il professore”.
Si vede che Antonio ha voglia di parlarne, fa in fretta a diventare un fiume in piena, caratterizzato da uno slang stranissimo, veneto nella struttura, nelle travi portanti, ma meridionalissimo nelle sue porzioni più evidenti ed in mostra: “Eh si” –ride di gusto il centravanti- “me ne rendo conto, ogni tanto mi viene fuori qualche vocale alla
rgata che tradisce anni di Sud, ma sono orgoglioso anche di questo…anzi ogni tanto mi scappa pure un ‘minchia’ che con la lingua veneta ti garantisco che non c’entra nulla”.
Ed allora forse non è un caso che questo meridionale acquisito abbia trovato la sua guida in campo proprio in un altro uomo che incarna alla perfezione la meridionalità: “Quando arrivai a Reggio Scoglio era il direttore sportivo, allenatore era Balestri, ma l’avvio di stagione fu disastroso e venne licenziato. Al suo posto Matacena promosse proprio il professore Scoglio e praticamente con lui cominciai a giocare con continuità. Parlare di Scoglio, anche solo pensare a lui, per me è un’emozione immensa. Ha creduto in me sin dal primo giorno e, soprattutto, me lo ha sempre dimostrato. Credo che lui sia il più grande motivatore del calcio italiano. Io avevo bisogno di sentire attorno a me tanta fiducia e lui era grande. Si, lui mi ha dato veramente un qualcosa in più, l’ho percepito subito. E’ come quando trovi la donna giusta, te ne accorgi subito e a me è capitato prima con Silvana e poi, nella sfera professionale, con Franco Scoglio. ‘Tu sei forte’, mi ripeteva in continuazione e, tanto fece che quasi me ne convinsi…”
Una risata di cuore spazza via dal viso del centravanti il velo di emozione che si stava guadagnando la ribalta, ma, tornando serio, Bortot ribadisce: “Comunque sia, io con Scoglio sono riuscito a fare cose che non mi sono mai più riuscite.”
Come quella volta, il 1° Aprile del 1979, quando la premiata coppia Pianca-Bortot abbatte la Lucchese con due gol a testa: “Che partita, quella! Elvi ed io eravamo in giornata di grazia, ci riusciva tutto e la ciliegina sulla torta la misi proprio io…”
Un centravanti che si rispetti deve –almeno una volta in carriera- mettere a segno un gol in rovesciata.
E quella volta, sotto la curva Sud, Pierantonio Bortot decide che quel debito con la professione di centravanti lo deve saldare lì ed ora.
La palla che si impenna, quasi scavalca Bortot, i difensori in contro tempo, il portiere rossonero un po’ fuori dalla porta…è il momento…
Il genio viene fuori prepotente, all’improvviso, del tutto libero da condizionamenti, da legacci di tipo logico, da valutazioni di opportunità.
Ed allora il centravanti decide di mettere in scena la più classica delle rovesciate: la bicicletta!
L’impatto con la palla è deciso e preciso.
Gamba tonica, distesa, collo del piede perfettamente inclinato, impatto con il cuoio praticamente perfetto, angolazione della caviglia impeccabile.
Quasi telecomandata la palla si accomoda con grazia, decisa ma non sgarbata, nell’angolino basso della porta avversaria.
“Che gol che feci quella volta! Fu proprio bello, ma fui anche fortunato”.
Quest’uomo è un monumento alla modestia, un inno alla serenità ed alla semplicità.
Pierantonio Bortot è un uomo semplice e vero, come la sua vita oggi.
A Conegliano l’esistenza scorre a ritmi facili, non per questo noiosi.
La famiglia Bortot è serena, il centravanti è magro ed alto come quando giocava, forse ancora più secco.
La quotidianità si chiama tranquillità, il lavoro è in una ditta di spedizioni, un settore nel quale il centravanti entra subito dopo che esce definitivamente dal campo, in modo –anche questo- un po’ strano: “Dopo Reggio feci altre esperienze, ma da nessuna parte trovai più gli stimoli, le soddisfazioni, le emozioni vissute con la maglia amaranto: giocai a Siracusa, Lucca, Grosseto e Pagani. Smisi di giocare presto, a trent’anni appena compiuti. Ero già saturo. Saturo di pressioni –che in C al Sud esistono tali e quali che nelle categorie superiori- saturo di botte prese da stopper con tutte le maglie, ma, soprattutto, stanco di girare per l’Italia come uno zingaro e di fare girare appresso a me la mia famiglia non riuscendo neppure a godermela appieno. D’altra parte allora i soldi che si guadagnavano non erano paragonabili a quelli di oggi e così ben presto il gioco non valse più la candela e decisi di chiudere. Poi avvenne una cosa curiosa: tornai a casa ed iniziai a cercare lavoro nei dintorni. Qui mi venne offerta un’opportunità lavorativa a condizione che giocassi –a livello dilettantistico- nella squadra locale. Colsi anche questo strano gioco e così da un lato cominciai a lavorare e dall’altro mi staccai in maniera graduale dal mondo del calcio che fino a quel punto, da quando il mio papà mi accompagnava alla stazione, era stata la mia vita”.
Adattarsi ad una vita normale non è facile, soprattutto per chi, fino a quel giorno ha vissuto solo nella favola –certo faticosa, anche ad andare in discoteca, ad esempio, ci si stanca- ma pur sempre favola.
“No, lasciare il calcio non è stato facile. Lasciare il contatto con i tifosi, con la voglia di farli vibrare semplicemente con una tua giocata non è semplice. E poi, paradossalmente, molto presto ti manca proprio quello che ti ha logorato: quell’adrenalina che ti consuma ogni secondo della giornata da calciatore, dove sembra che il mondo debba darti tutte le risposte subito e tutte assieme”.
Ma la vita è inesorabile e –per fortuna- impone sempre i propri ritmi, le proprie stagioni, alle quali Pierantonio, diventato il Signor Antonio, si adegua in fretta ed anche con appagamento: “Eh si, perché il bello della vita è che in ogni cosa c’è del buono; così in fretta mi adeguai alla nuova realtà. Imparai a godermi veramente le gioie della famiglia, di una casa finalmente tua e non più di transito, di progettare insieme ai tuoi qualcosa in prospettiva, di vedere sviluppare nel tempo anche i sogni, le aspettative dei tuoi amici, che, finalmente, non devi cambiare ogni anno. Però io trovo tanta forza interiore anche nel ricordo delle esperienze passate, soprattutto di quelle che mi hanno formato uomo e tra queste Reggio per me è indimenticabile. Posso affermare senza ombra di dubbio che quei due furono gli anni più belli della mia vita e non solo in senso professionale, anzi quell’aspetto lo metto addirittura in secondo piano rispetto alle gioie ed alle gratificazioni ottenute sul piano umano. Solo io so quanto ho gioito quando, nel 1999, la Reggina è riuscita, addirittura, a raggiungere la serie A”.
Ma quel calcio, il calcio di Bortot non c’è più, o forse è proprio il mitico Bortot che non c’è più, avendo ceduto il passo al Signor Antonio; fatto è che il centravanti non entra in uno stadio da oltre un decennio, che segue distrattamente il calcio, solo ogni tanto alla tv – “quasi sempre per controllare il risultato della Reggina; ma, francamente, il calcio non mi interessa più di tanto. Lo trovo distante dal mio modo di essere, chissà, forse sono invecchiato…ma nemmeno tanto, tra poco compio 50 anni…”
L’ultima risata, forse un po’ amara, ma anch’essa tanto vera, mette il punto esclamativo alla nostra conversazione col centravanti.
Perché centravanti è un modo di essere, di affrontare la vita, le difficoltà, le gioie, il futuro.
Sempre a testa alta, sempre con la faccia contro qualche gomito, sempre con gli stinchi regalati ai morsi di qualche tacchetto.
Perché centravanti si nasce e centravanti si resta, anche quando tua moglie ti prende in giro perché i capelli, ancora lunghi come allora, mal si conciliano con la chierica.
Ma il centravanti è uno che sa giocare con la vita in modo leale e fiero, preparato ad accettarne i lati più amari, sempre pronto a mettersi in gioco.
Finchè c’è tempo, fino all’ultimo respiro di recupero.
E questo Pierantonio Bortot, da Conegliano Veneto, lo ha sempre saputo.
(tratto da Idoli di carta – Giusva Branca – Laruffa editore)




