
di Claudio Cordova – Dal suo ufficio, all’ultimo piano del palazzo di giustizia di Paola, Bruno Giordano guarda il mare. Quel mare
che, con le proprie indagini, ha provato a “ripulire” da qualche mistero. Quando, infatti, il fascicolo sulla presunta nave dei veleni, la “Cunsky”, quella che il pentito Francesco Fonti diceva di aver affondato parecchi anni prima, si trovava sulla scrivania del procuratore di Paola, sembrava davvero che qualcosa di nuovo potesse essere scoperto, facendo luce su una delle vicende più oscure della storia calabrese. Poi, però, il paventato coinvolgimento delle cosche fece trasferire il fascicolo alla Dda di Catanzaro. E così, nel giro di alcuni mesi, arrivarono prima la smentita, congiunta, del Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo e del Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso, e poi la fine delle indagini, decretata dagli stessi magistrati di Catanzaro.
Da quel suo ufficio, però, Bruno Giordano, tra una parola e un’altra, guarda il mare e ricorda gli anni vissuti a Reggio Calabria. Lui, reggino, magistrato negli anni della guerra di ‘ndrangheta. Anni bui per la città, anni in cui la gente aveva paura di camminare per le strade, anni in cui il sangue scorreva a fiumi. Giordano quegli anni li ha vissuti da protagonista sul campo. Rimasto sempre fuori da ogni diatriba tra colleghi, Giordano ha curato la collaborazione di molti pentiti e ha istruito processi importantissimi come quello per far luce sull’omicidio Ligato e quello denominato “Santa Barbara”.
Di anni ne sono passati tanti, ma il ricordo sembra comunque vivissimo.
Dottore Giordano, partiamo dagli inizi: perché scoppia la seconda guerra di ‘ndrangheta a Reggio Calabria?
“Non è facile a dirsi, la causale non emerse con chiarezza. Vi furono addirittura perplessità su chi fu l’effettivo autore dell’attentato a Nino Imerti: già la metodologia, l’autobomba devastante, non apparteneva alla tipica metodologia della ‘ndrangheta reggina. La metodologia era solitamente un’altra, era quella definita “alla Paolo De Stefano”, un tipo di omicidio “pulito”: i due giovani che si avvicinavano su un motorino e quello seduto dietro che scaricava il caricatore sulla vittima designata. Nulla era più contrario alla logica ‘ndranghetistica dell’epoca di questi fatti estremamente devastanti che potevano coinvolgere un numero imprecisato di persone. Quindi il contesto non fu chiaro, anche perché, successivamente, alcuni collaboratori di giustizia ebbero a dire come questo tipo di autobombe fossero nella disponibilità delle cosche Libri e De Stefano e che quindi sicuramente erano stati loro a farne uso. C’è da dire che non esiste un pentito che, negli anni successivi, si addebitò la bomba a Nino Imerti. Un margine per le ipotesi, dunque, resta sempre. Io, a distanza di anni, mantengo le mie perplessità, soprattutto con riferimento alle causali e alla paternità”.
Si disse che furono i lavori del Ponte sullo Stretto a scatenare la mattanza.
“Beh, sa… Tutto quello che non è provato diventa suggestivo. Rimanendo legati ai fatti: nei mesi antecedenti all’attentato, è certo che Nino Imerti si guardasse palesemente le spalle. Dunque, pur essendo, in quel tempo, in una fase di pax mafiosa, c’erano delle avvisaglie che lasciavano intendere che certi equilibri si stessero per rompere. Probabilmente si tratta di logiche interne alle organizzazioni criminali, perché a un certo punto c’è una parte che è cresciuta troppo per recitare un ruolo di mero gregariato e ce n’è un’altra che ritiene di aver dominato fino a quel momento e che realizza che se non si decide per l’eliminazione degli emergenti non potrà continuare a dominare. Quindi che di tanto in tanto ci sia qualcuno che non accetta gli equilibri è abbastanza fisiologico”.
In ogni caso, la reazione alla bomba nei confronti di Nino Imerti è dirompente e a cadere è addirittura Paolo De Stefano.
“Uno degli elementi che porterebbe a pensare come Paolo De Stefano fosse estraneo all’attentato a Imerti è proprio il comportamento nel giorno del suo omicidio. Lui rimase latitante per molto tempo muovendosi, nel suo territorio, con grandi cautele e lontano da ogni insidia. La circostanza che, dopo soli due giorni dall’attentato a Imerti, sia passato, in pieno giorno, davanti alla casa dei Condello, che erano i cognati di Imerti, lascia spazio a una serie di perplessità. E c’è da dire che poco prima di lui era passato il figlio, che faceva la “staffetta”: avrebbe così esposto non solo la sua vita, ma anche quella di suo figlio. Paolo De Stefano, dunque, probabilmente non si sentiva in pericolo”.
La città come ha vissuto quegli anni?
“Ci fu un momento di grave e inquietante imbarbarimento. Ricordo che in un certo periodo la gente faceva addirittura le scommesse se si arrivasse o meno ai duecento morti entro l’anno. Ricordo che c’era questo macabro rituale della scommessa che coinvolgeva tanta parte della popolazione: addirittura ho letto di uno studio inglese che ha individuato la “sindrome di Reggio Calabria”, con riferimento a quegli anni. Non era un’etichetta che ci facesse molto onore…”.
E lei che ricordo ha della sua esperienza da magistrato in quegli anni?
“E’ bene fare una premessa. E’ passato tanto tempo e le posso assicurare che sembra di stare in un altro mondo dal punto di vista del supporto che la tecnologia può dare all’attività professionale: allora credo che non esistessero nemmeno i telefoni cellulari. Facevamo ricorso al “cicalino”, poi noi prendevamo contatti telefonici per scoprire i motivi della chiamata. Ricordo chiaramente il momento in cui mettevo la testa sul cuscino: non appena cercavo di addormentarmi o mi ero appena addormentato, intorno a mezzanotte, arrivava puntualmente la chiamata che spesso comportava dei disagi non di poco conto, come per esempio spostarsi in periferia, visto che la guerra di mafia coinvolse tutto il circondario, anche se la maggior parte degli omicidi avvenne tra Cannavò, Spirito Santo, Archi, Gallico e Pellaro. Si partiva alle sei del mattino e si tornava, bene che andasse, alle dieci di sera: questi erano i ritmi del turno in quegli anni a Reggio Calabria”.
Distorsioni provocate da una vera e propria guerra urbana.
“Scenari sudamericani, come quelli che stanno accadendo nel settentrione del Messico in questo periodo e che avallano la definizione di Calabria come “Paradiso abitato da diavoli”. Devo però dire che questa gente non ha quasi mai sbagliato, ecco perché le dicevo che nulla era più estraneo alla cultura ‘ndranghetistica del tempo come un attentato che potesse provocare vittime indiscriminate e innocenti. Così la ‘ndrangheta ha acquistato fiducia e ha preso coscienza, psicologicamente, di essere una struttura militare”.
E poi c’è l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, che chiude la guerra di mafia.
“Anche qui possiamo solo fare ipotesi. Vi fu una sentenza di primo grado che avvalorò le tesi investigative, purtroppo la circostanza che non si sia arrivati a una pronuncia giudiziaria definitiva apre, anche qui, la strada per tante congetture. Posso dirle che sentii il dovere morale di fare qualcosa per la mia città, per il collega, per un uomo che mi era stato amico e che assicuro che valeva la pena conoscere. Inoltrai la misura cautelare per i vertici di Cosa Nostra siciliana e anche per alcuni esponenti della ‘ndrangheta reggina che ritenevo fossero gli esecutori materiali, ma non si arrivò a una sentenza definitiva. Io posso dire di avere la certezza morale di aver imboccato, ai tempi, la strada giusta”.
In ogni caso, poi arrivò la pace.
“Una pace sancita per sfinimento reciproco, ma che non ha soddisfatto nessuno. Una guerra senza vincitori né vinti, in cui si sono consumati tutti. Se avessero continuato, sarebbero arrivati all’autodistruzione. Credo che quegli anni siano irripetibili, adesso le tecniche investigative sono tali che sia consentita una guerra così lunga nel tempo senza una risposta immediata. Come c’è stata la fine dei sequestri di persona, quando le organizzazioni si sono resi conto che il gioco non valeva la candela, anche per le grandi guerre di mafia, non ci sono più gli spazi”.
E adesso Reggio Calabria come sta?
“Le pare che Reggio sia cresciuta?”
(3 – continua)




