
di Claudio Cordova – Seicento. Settecento. O forse di più. Anche la letteratura del genere, anche gli inquirenti che hanno operato
in quegli anni fanno fatica a quantificare il numero di morti ammazzati da inquadrare nell’ambito della seconda guerra di mafia di Reggio Calabria, iniziata nel 1985 e finita solo nel 1991.
Una lunghissima scia di sangue andata avanti per oltre cinque anni. Dall’autobomba nei confronti di Nino Imerti e l’omicidio di Paolo De Stefano, fino all’agguato nei confronti del giudice Antonino Scopelliti. Non esiste, probabilmente, nel mondo occidentale, una mattanza protrattasi per così tanto tempo tra gruppi criminali e con un numero così elevato di morti: per trovare qualcosa di simile bisogna spostarsi, proprio in questi mesi, in Messico, dove a Ciudad Juarez i cartelli della droga messicani stanno dando vita a una vera e propria guerra per le strade della città.
E guerra in strada fu anche la disputa tra gli schieramenti facenti capo ai De Stefano-Tegano-Libri e ai Condello-Imerti. Agguati, autobombe, assalti con bazooka: una lotta senza esclusione di colpi, in cui i killer si rincorrevano per le vie della città anche in pieno giorno. Dalla calma degli ultimi mesi del 1985, in cui gli schieramenti si organizzano per la guerra, all’inizio delle ostilità, verificatosi già a partire dai primi giorni del 1986.
La guerra, come ricordato nel pezzo precedente, ha il via con l’autobomba di Villa San Giovanni, un vero e proprio atto di guerra: “…orribilmente sfigurati dalla terribile esplosione (la bomba radiocomandata – per la prima volta usata in Calabria – era stata sistemata in una Fiat 500 parcheggiata davanti agli uffici dell’ Italia Assicurazioni di cui Imerti sarebbe il titolare ombra) sono deceduti tre suoi (di Imerti n.dr.) gregari, i fratelli Angelo e Vincenzo Palermo, incensurato il primo e con alcuni precedenti penali il secondo, e Umberto Spinelli con precedenti irrilevanti. Ferito è rimasto anche l’ autista di Imerti, Natale Buda, che è grave…” scriveva Pantaleone Sergi su Repubblica.
La risposta, l’omicidio di Paolo De Stefano, non è meno clamorosa: ancora Sergi su Repubblica scriveva: “Ricostruiamo un po’ gli avvenimenti tragici di questi ultimi giorni. Venerdì sera a Villa San Giovanni un’ auto-bomba, che aveva come bersaglio Antonino Imerti, boss di Fiumara alleato di De Stefano, esplode e uccide tre guardie del corpo del boss che, leggermente ferito, finisce in galera perchè si rifiuta di collaborare con la giustizia. Carabinieri e polizia cercano di capire da chi può essere stata commissionata la strage e una delle piste, per quel che se ne sa, porta proprio a De Stefano che avrebbe così voluto stroncare sul nascere l’ ascesa dell’ amico-avversario. I killer sarebbero venuti da fuori, camorristi, amici del superboss calabrese. Se così stanno le cose l’ omicidio di De Stefano sarebbe un regolamento di conti. Ma come mai De Stefano, se era lui il mandante della strage, non ha preso alcuna precauzione per proteggersi? L’ interrogativo assilla il capo della Mobile D’ Alfonso e i commissari Blasco, Pitascio e Percolla che lavorano per arrivare a capo di tutta la faccenda. C’ è la sensazione, che per alcuni è quasi certezza, che De Stefano sia stato venduto ai suoi killer. Chi avrebbe osato altrimenti violare un territorio “sacro”? Potrebbe essere accaduto che all’ interno della cosca De Stefano in molti abbiano scelto di affrancarsi, consentendo così ai sicari di tendere l’ agguato in quella zona franca costituita dall’ abitato di Archi, un groviglio di case abusive. Nessuno ha visto nulla. Neppure gli spari, dodici colpi di fucile e numerosi colpi di pistola, esplosi da tre killer, sono stati uditi. Era insomma un boss di prima grandezza e la sua morte potrebbe scatenare un altro bagno di sangue”
La guerra non esclude nessuno e a cadere sono anche boss di primissimo livello. A metà aprile vengono così uccisi, all’interno degli Ospedali Riuniti, Francesco Serraino, il “re della montagna”, e il figlio Alessandro. Serraino (ricoverato nel reparto di diabetologia a seguito di arresti domiciliari) fiuta il pericolo e si barrica nel reparto, di cui possiede le chiavi, aprendo solo ai parenti, ad amici ed al personale ospedaliero. Una premura che, però, non salva la vita al “re della montagna”: il cartello destefaniano, infatti, ritiene che i Serraino abbiano favorito i latitanti della famiglia Imerti. Dell’avvicinamento delle due famiglie, peraltro, è segno eloquente il fatto che pochi giorni prima del delitto lo stesso Nino Imerti, “nano feroce”, si fosse recato a far visita in ospedale a Serraino.
A luglio la buona stella salva nuovamente il “nano feroce”. Dopo essere scampato all’autobomba dell’ottobre 1985, evento che scatena la reazione con l’uccisione di Paolo De Stefano, Imerti riesce a sopravvivere a un altro attentato, avvenuto a Fiumara di Muro, nel suo regno, il 7 luglio del 1986, intorno alle 20.30. L’Alfetta di Imerti viene crivellata di colpi, ma il boss riesce nuovamente a cavarsela, mentre viene ucciso il cognato del nano feroce, Vincenzo Condello. Sul terreno resta ucciso anche il giovane Saverio Cavalcante, originario e residente ad Archi, membro del commando destefaniano, colpito, probabilmente, proprio da una scarica di “fuoco amico”, in particolare da Roberto Moio, oggi collaboratore di giustizia. I fatti di Fiumara aprono, peraltro, un secondo fronte tra il clan Imerti ed il clan Zito, che avrebbe fornito supporto logistico ai De Stefano.
Anche il potente clan Libri finisce nel mirino dei killer.
Pasquale Libri, è un rampollo dell’omonima cosca, è il figlio di Domenico (Mico) Libri, acerrimo nemico dello schieramento dei Condello-Imerti. E’ detenuto presso la casa circondariale di Reggio Calabria. Il 18 settembre del 1988, intorno alle 9,30, sta scendendo i gradini del cortile della sezione “cellulare”, notoriamente destinata ai detenuti dell’area destefaniana, mentre quella “camerotti” è destinata, invece, ai detenuti dell’area contrapposta. Libri viene ucciso da un unico colpo d’arma da fuoco che lo colpisce in pieno viso, all’altezza della narice sinistra. Il killer spara con una carabina di precisione 300 da un terrazzo adiacente al cortile del carcere di Reggio Calabria. Successivamente per il delitto verranno condannati Pasquale Condello, il “supremo”, in qualità di mandante, e Giuseppe Lombardo, uno dei killer più spietati della ‘ndrangheta, detto “cavallino”, come esecutore materiale. Per ricostruire le vicende del delitto i giudici si avvalgono delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Giacomo Lauro, Antonino Rodà, Giuseppe Scopelliti, Antonino Gullì, Giovanni Riggio, Paolo Iero e Giovanni Ranieri. Inizialmente proprio a quest’ultimo era toccato il compito di assassinare Pasquale Libri, ma, alla fine il compito toccò a Giuseppe Lombardo. L’eliminazione di Libri deve essere fatta con precisione chirurgica: si giustificherebbe così, oltre al mandato, la presenza di Condello come esecutore. Comunque sia è soprattutto l’autoaccusa di Giuseppe Lombardo, poi diventato collaboratore di giustizia, a chiarire ogni cosa: “…esecutori materiali fummo io che sparai con la carabina, Pasquale Condello era a fianco a me con il cannocchiale che guardava l’entrata del carcere, il portone e mi teneva al corrente di quello che succedeva, anche perché io avevo la carabina puntata sul portone che aspettavo la vittima, per cui non è che mi potevo muovere parecchio…e lui guardava tutte le finestre del carcere”.
Lo stesso Mico Libri sarà vittima di un attentato messo in atto con un fucile di precisione, da cui, però, si salverà. E’ il 17 marzo 1989, non sono nemmeno le nove del mattino quando in via Giuseppe Mazzini, nei pressi dell’ingresso posteriore del Tribunale di Reggio Calabria, mentre il boss proveniente dalla Casa Circondariale di Palmi, è appena sceso dall’ambulanza per presenziare all’udienza penale nel procedimento “Albanese+106”. Il proiettile, però, non colpirà né Mico Libri, né la scorta che gli è praticamente incollata, andando a infrangersi contro l’automobile del presidente della Corte d’Assise d’Appello. Un colpo sparato a distanza di oltre cento metri che non colpisce il capobastone. Comica la sua deposizione agli inquirenti, in cui afferma che l’attentato non era di sicuro diretto contro la sua persona, atteso che egli non riteneva di avere nemici. Di avviso diverso il collaboratore Giacomo Lauro: “Il desiderio di far morire Mico Libri era condiviso da tutto il gruppo dirigente della mia organizzazione in quanto il Libri incarnava la “tragedia” e la “infamia” che determinò la guerra di mafia”. L’indagine, comunque, verrà archiviata nell’ottobre 1991, a guerra di mafia conclusa. Senza che si fossero individuati i responsabili.
Ma la guerra miete vittime non solo all’interno dell’ala militare. Nell’estate del 1989 si registra un omicidio eccellente, uno dei più eclatanti mai realizzati in Calabria, almeno fino all’eliminazione di Franco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio Regionale assassinato a Locri il 16 ottobre 2005.
Lodovico Ligato muore il 27 agosto del 1989, in una calda sera di fine estate a pochi metri dall’ingresso della propria abitazione di Bocale, frazione estrema a sud di Reggio Calabria. Lodovico Ligato ha compiuto 50 anni da nemmeno due settimane: è nato, infatti, il giorno di Ferragosto. Ha appena cinquant’anni, Ligato, ma ha già un curriculum lunghissimo alle spalle. E’ stato Presidente delle Ferrovie dello Stato, ma, nel novembre del 1988, essendo stato coinvolto nello scandalo delle “lenzuola d’oro” in seguito all’assegnazione, a prezzi esorbitanti, di un grosso appalto per la fornitura di biancheria per i vagoni letto, è costretto a dimettersi insieme con tutto il Consiglio di Amministratore delle FS. Ligato è stato anche deputato della Democrazia Cristiana e, adesso, a distanza di nove mesi dallo scandalo delle “lenzuola d’oro” ha deciso di rientrare a Reggio Calabria per impegnarsi in maniera attiva nella politica locale. Quelli, a Reggio Calabria, però, sono anni difficili: la città è nel bel mezzo della guerra di mafia. Non solo: in quei mesi il Governo emana il Decreto legge dell’8 maggio del 1989, n.166 che reca la dicitura “INTERVENTI URGENTI PER IL RISANAMENTO E LO SVILUPPO DELLA CITTÀ DI REGGIO CALABRIA”. E’ il “Decreto Reggio”. Ligato, allora, decide di tornare in città e di sfruttare capacità e carisma nell’ambito della politica locale. E’ chiacchierato, Lodovico Ligato, qualcuno lo ritiene vicino alla famiglia De Stefano, che del cartello Condello-Imerti è nemica giurata. Si inquadrerebbe in quest’ottica l’omicidio dell’ex deputato Dc, per il quale Pasquale Condello viene condannato all’ergastolo, in qualità di mandante, insieme con Paolo Serraino, Santo Araniti e ai due Diego Rosmini (senior e junior). In qualità di esecutori materiali verranno condannati Giuseppe Lombardo, detto “cavallino” (responsabile anche dell’omicidio di Pasquale Libri) e Natale Rosmini. Saranno prosciolti davanti al Gup, invece, quelli che, inizialmente, gli inquirenti avevano indicato come i “mandanti politici” del delitto e che, dopo aver conosciuto l’onta dell’arresto, non arriveranno imputati nemmeno al dibattimento.
Morti ammazzati in ogni ora della giornata. Non solo di notte, come avvenuto per Ligato, ma anche alla luce del sole.
E proprio alla luce del sole, dieci minuti dopo mezzogiorno, il 10 gennaio 1990, viene fatto saltare in aria Fortunato Audino (detto Maurizio), insieme al fido Giuseppe Zaccone. Una bomba ad alto potenziale distrugge la sua Renault 5 in via Cardinale Portanova, dilaniandolo e uccidendolo sul colpo. E’ uno dei delitti più cruenti dell’intera guerra di mafia reggina. Gli inquirenti ipotizzano fin da subito che Audino, divenuto capo del locale di San Giovannello, dopo l’uccisione di Pinello Postorino, fosse entrato in contrasto con la famiglia Libri, all’interno del suo stesso schieramento mafioso di appartenenza. Audino, come i Libri, è infatti legato alla famiglia De Stefano: il fratello di Fortunato Audino, Mario, farà un analoga fine, venendo ammazzato, anch’egli dagli uomini del suo stesso schieramento, diversi anni dopo. Quando all’autobomba del 1990, invece, gli investigatori ipotizzano che a scatenare l’azione nei confronti di Audino siano state controversie inerenti l’aggiudicazione di appalti legati alla costruenda sede della facoltà di Architettura. All’interno dell’abitazione di Audino, infatti, gli investigatori, nel corso di una perquisizione scattata subito dopo l’attentato, trovano una consistente mole di documenti, che testimonierebbero come la cosca Audino, tramite ditte prestanome si fosse accaparrata un grosso quantitativo di lavori nel rione San Giovannello. Che dietro l’eclatante eliminazione di Audino potesse esserci il clan Libri, sarebbe conferma l’uccisione di Vincenzo Fotia, autista e sicario della famiglia di Cannavò, verificatosi il giorno successivo all’uccisione di Audino. Una circostanza, però, non confermata in sede processuale.
Agghiacciante la ricostruzione dei fatti offerta dal responsabile, poi divenuto collaboratore di giustizia, Giuseppe Lombardo, partendo dai giorni precedenti, quando, nottetempo, venne posizionato l’ordigno, poi attivato tramite telecomando, a bordo dell’autovettura: “…Sì sì di notte, si certo di notte sì, era verso l’una di notte se non ricordo male. Abbiamo posizionato tutto e siamo andati via, siamo andati via, la mattina che noi sapevamo che tutte le mattine questo ragazzo andava a prendere il… quell’altro e mi misi io mi posizionai lì vicino casa di Audino e se lo vedevo lo dovevo fare saltare in aria, al che per un giorno o due questo non è successo, mi ricordo un giorno che ero…avevamo lasciato la bomba sulla macchina per circa quattro cinque giorni, da quando l’avevamo messa, eravamo anche spaventati perché poteva essere che passava davanti a qualche cosa a qualche garage e con il telecomando poteva anche inserirsi su quella frequenza e farli saltare, quindi avevamo paura che potesse saltare in mezzo a Reggio Calabria e fare altre vittime, io mi portai il telecomando, ricordo che mi dissero i Rosmini che gli avevano dato anche uno ai Lo Giudice, mi presi il mio telecomando e me ne andai, me ne andai da casa e mi recai sul posto, ed aspettai … mi misi sull’ospedale, l’ospedale come si chiama? (Policlinico “Madonna della Consolazione” n.d.r.) Comunque di fronte dove poi successe lo scoppio dell’auto bomba, mi misi su questo ospedale su una terrazza di questo ospedale, mi ricordo che c’è il bar affianco in questo ospedale, e cercai di vedere quando passava prima la mattina prima, un paio d’ore prima avevo già visto la macchina, io ero sulla mia macchina, avevo già visto la macchina che transitava per quei viottoli e non l’ho potuto fare saltare perché c’era una donna, mi ricordo, una donna che portava una bambina se l’avessi fatta saltare in aria avrei anche ammazzato questa donna e questa ragazza questo bambino. Mi posizionai, come ho detto, in quest’ospedale e vidi transitare nuovamente che saliva verso sopra l’Audino e poi lo vidi nuovamente girare e scendere da viale Porta Nova mi sembra che…non mi ricordo bene, comunque vicino casa sua. Quando…l’ho visto proprio che stava, stava arrivando quasi alla colonnina pigiai il telecomando, nel pigiare il telecomando non funzionò subito, cercai di muoverlo così per prendere l’onda e quando io cercai di alzarlo poco poco saltò sentì esplodere la macchina e vidi la macchina tutta sfracellata diciamo, il pezzo davanti non c’era e vidi tutte e due le persone lì dentro senza vita, mi presi la macchina e me ne andai…”
L’autobomba nei confronti di Audino apre, di fatto, il 1990 di sangue di Reggio Calabria.
L’1 settembre gli investigatori hanno modo di ascoltare, praticamente in diretta, le fasi preparatorie che porteranno all’omicidio del giovane Domenico Catalano, di appena sedici anni. L’omicidio si verifica intorno alle 21.30 nei pressi della pizzeria “Shuttle”, all’interno del rione Archi Cep, uno dei più pericolosi della città. Catalano viaggia a bordo di un motorino insieme a un coetaneo: a un tratto viene affiancato da una vespa con a bordo due persone e viene crivellato di colpi. L’omicidio viene eseguito e gli inquirenti possono ascoltare i commenti in diretta degli esecutori che consentono di identificare inconfutabilmente la vittima, indicata dai suoi assassini con lo pseudonimo “Zappa”. Un vero e proprio “omicidio in diretta”, visto che gli investigatori hanno modo di ascoltare rapide battute, captate via radio (gli affiliati comunicavano in quel modo) subito dopo l’agguato fatto scattare da Giuseppe Lombardo.
Il 18 novembre si registra uno degli omicidi più spettacolari dell’intera guerra di mafia, quello di Giovanni Cantarella, avvenuto, poco prima delle 19, sul Corso Garibaldi, la via principale di Reggio Calabria, il salotto buono della città. Un vero e proprio far west, con tanto di inseguimento su una via frequentatissima ad ogni ora del giorno e della notte. Un omicidio spettacolare, ma anche di un certo rilievo, visto che Cantarella è il genero di Mico Libri ed è uno che con le armi ha una certa dimestichezza. Subito dopo l’omicidio Cantarella, nella stessa serata, vengono registrate una serie di brevi conversazioni in cui un certo “cavallino” (Giuseppe Lombardo), avverte amici e parenti di “guardarsi” perchè ha appena fatto una “festa” e si aspettano “visite”. L’omicidio Cantarella concluderà, di fatto, una fase importante della guerra, visto che dieci giorni dopo scatterà un’operazione contro i Serraino, i Rosmini e i Condello.
La guerra, tuttavia, non si ferma, ma, anzi, prosegue spedita tra morti ammazzati e agguati da film americano.
A due giorni dal Natale, infatti, sono rocambolesche le dinamiche con cui Giovanni Ficara, detto “il gioielliere” si salva da un attentato in cui viene utilizzato anche il bazooka. Nel rione Saracinello, tre giovani che viaggiano a bordo di una Fiat Uno scaricano contro la Nissan Patrol su cui viaggia Ficara una cinquantina di colpi di pistola e anche un colpo di bazooka. La Nissan viene ridotta a un rottame, e all’interno dell’autovettura vengono raccolti il bossolo e parte dell’ogiva del razzo anticarro. Quest’ultima risulta notevolmente compressa per l’impatto subito contro la carrozzeria blindata dell’autovettura e contro l’ulteriore elemento di corazza, anch’esso blindato, posto alle spalle dei sedili anteriori del fuoristrada. E se le dichiarazioni di Ficara, illeso dopo l’attentato, non furono d’aiuto alle indagini delle forze dell’ordine, assai più efficaci, e drammatiche, furono le “indagini” messe in atto dalla cosca, che scoprì come il giovane Letterio Nettuno avesse svolto il ruolo di vedetta nell’attentato. Nettuno fu rapito e ucciso con modalità agghiaccianti nel febbraio del 1991, come raccontato dal collaboratore di giustizia Riggio: “E’ da addebitare alla cosca Latella la scomparsa del giovane Letterio Nettuno, detto Lio, il quale venne ucciso da Puntorieri Giovanni alla presenza di Cuzzola Antonino, Ficara Vincenzo, Testa Domenico, Chilà Andrea, Mafrici Giovanni, Tripodi Carmelo e Cortese Giovanni. Tutti costoro parteciparono al sequestro del giovane, che dopo essere stato interrogato in ordine alla sua partecipazione al tentato omicidio di Ficara Giovanni, il gioielliere, venne barbaramente ucciso con modalità efferate, atteso che venne scannato con un punteruolo ricavato da un pezzo di legno”.
Il bazooka torna protagonista un paio di mesi dopo, il 21 febbraio del 1991. Così le carte processuali ricostruiscono gli eventi, drammatici, di quella sera: “…in un agguato di infinita ferocia era cadutop Albanese Mario classe ’47 insieme con il suo autista, Flaviano Demetrio…il delitto si era consumato attraverso fulminee, quanto drammatiche, sequenze. L’Albanese, al momento del delitto, si trovava all’interno di una Alfa 90 blindata condotta da Flaviano Demetrio, in una viuzza stretta e mal illuminata che si dirama da viale Europa (vico Petrillina). Le vittime si erano immediatamente avvedute di essere cadute in una imboscata ed avevano tentato una disperata retromarcia conclusa contro un camion in sosta. L’Alfa 90 era stata sventrata con un colpo di bazooka ed aveva preso fuoco; i killers avevano martoriato i corpi – l’Albanese fuori dall’abitacolo, il Flaviano al posto di guida – a colpi di fucile mitragliatore e di pistola. Sul luogo i sicari avevano abbandonato un bazooka di fabbricazione russa…”
Un massacro durato sei anni, con centinaia di morti dall’una e dall’altra parte. Morti tra i soldati, morti tra i generali, morti per sbaglio. Morti. L’ultimo di questi, un servitore dello Stato, nell’agosto 1991, avrebbe lavato con il proprio sangue il passato e il presente della città, consegnandola a un futuro, fatto di una pax mafiosa, che soffoca l’economia e l’intera società civile.
(2 – continua)




