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    Umanesimo Mediterraneo ed Impegno Religioso

    Riceviamo e pubblichiamo

    Ormai alle spalle il vento delle grandi rivoluzioni che hanno fallito trascurando gli aspetti produttivistici di una economia moderna, esaurita la stagione delle rivoluzioni industriali nazionalistiche in chiave di fordismo, in archivio storico il pensiero voltairiano della Encyclopedie di Diderot, dunque l’uomo moderno deve misurarsi con eventi epocali che ormai hanno imposto le loro regole in tutto il mondo: globalizzazione (mondializzazione dell’economia finanziaria), migrazioni storiche (che vanno accolte e regolamentate nel comune interesse di chi accoglie e di chi spera di essere accolto), sviluppo ipertecnologico (che ha distrutto ogni forma di domanda sociale), rappresentano la forza vincente che comprime ogni speranza di rinascita di una cultura neo moderna.

    Purtroppo gli anzidetti eventi epocali sovente propongono soluzioni pericolosamente penalizzanti e drammaticamente escludenti.

    Oggi che il villaggio globale sta dunque rischiando di svuotarsi dei suoi fondamentali contenuti valoriali, sperduto nel suo vasto circondario, privato del suo centro vitale e pulsante, ove la comunicazione fra individui e collettivo si è interrotta ed il cittadino verrà depauperato della sua capacità decisionale, egli si chiede continuamente chi è.

    Mentre la Società è impegnata nel tentativo di rispondere a macrosollecitazioni di interesse politico ed economico, noi gente del Mediterraneo, abbiamo l’orgoglio di proporci con il rilancio della cultura del Neoumanesimo, tentando di stabilire una nuova, felice comunicazione fra i suoi componenti, con la riscoperta di comuni valori che, nel rispetto delle diversità culturali e religiose, sia capace di edificare una prospettiva di futuro che si contrapponga ad una ipotesi di rafforzamento meramente economicistico e finanziario che rischia di soffocare ogni anelito di umanità.

    A pensarci bene tutti i valori rappresentati dalla economia e dalla politica non possono che essere immaginati in diretta proporzione ai valori culturali che essi esprimono.

    Credo che soprattutto nel settore della formazione si debba appunto avere a cuore la nascita di un nuovo umanesimo, un nuovo illuminismo se vogliamo, ma questa volta “costellato di cieli stellati sopra di noi”, che sappiano riempire di “senso” la nostra esperienza esistenziale, pur proiettata verso “le magnifiche sorti e progressive”.

    Nel concerto del Mediterraneo l’uomo occidentale deve sapere ascoltare non soltanto le voci che gli suonano familiari, “le voci di dentro”, giacché ce ne sono altre, soltanto apparentemente estranee; ma la tastiera esige l’uso di entrambe le mani.

    Natura – storia – anima mutano a seconda che si ponga a Nord o a Sud del mare, che si guardi esclusivamente nell’una o nell’altra direzione, ammoniva Brobel.

    L’intera storia del Mediterraneo è una molteplicità di conoscenza che rappresenta una provocazione costante per ogni ragionevole tentativo di sintesi.

    Verso tale obiettivo ha puntato e continua a puntare la scuola francese “Les Annales” che continua a chiedere un impegno europeo per recuperare la consapevolezza geopolitica dell’Area Mediterranea come vettore universale di civiltà.

    Risuona ancora il messaggio di Dominique Bouriel: il Mediterraneo viene percepito come una rocca dell’umanità le cui pietre segnano i passi del mondo.

    Siamo dunque al cospetto del vero eroe del Mediterraneo, il navigatore Ulisse, che esprime l’eterno anelito “a seguir virtute conoscenza”.

    Non occorre tergiversare, il tempo delle politiche moderne deve essere sconfitto; stiamo pericolosamente assistendo ad una corsa bruciante verso la cancellazione di tutte le diversità, realtà diverse che come tali rivendicano diversificazioni di impegno politico e culturale.

    Ciò accade mentre il mondo assiste a mutamenti globali provenienti da lontani continenti ma le cui ricadute sono diffusamente presenti in tutte le Aree locali.

    Richiamiamo la nostra memoria il grande significato geopolitico del Mediterraneo: un grande ipertesto ad infinite dimensioni culturali e fisiche: un concentrato di eventi senza precedenti; un giacimento di sedimenti storici sovrapposti, mischiati, ma spesso dimenticati.

    In definitiva il Mediterraneo continua ad essere interpretato come un grande eponimo di tutto il mondo conosciuto dalla Civiltà Classica Occidentale; ma, dall’altro lato, in chiave contemporanea quest’area inserita nei processi di globalizzazione, oggi non differisce molto da altre aree poste agli antipodi del pianeta.

    In definitiva i mutamenti del mondo occidentale, in essi compresi gli avventurismi politici recenti (gli eccidi di Saddam Hussein e Mu’ammar Gheddafi) per finalità di espansione del potere finanziario appartengono a continenti posti in altri emisferi, ma le ricadute sono state e continuano ad essere “locali”, si ripercuotono cioè direttamente sui singoli territori, determinandone e condizionandone il destino economico e sociale.

    Ed allora oggi, in definitiva, è reale il rischio che siano ridotti a stracci millenni di civiltà interiorizzata, di pensiero speculativo di un costume di umanità (l’Umanesimo Mediterraneo).

    Le città appartenenti alla cultura del Mediterraneo rischiano di perdere i propri connotati, registrando l’estinguersi dei propri valori, per l’intervento di forze annientatrici etero indotte provenienti da altre civiltà.

    Ma le speranze sono sempre coltivate se è vero che ancora oggi proprio nell’Area dello Stretto riemergono imponenti le risorse di un grande passato, come crocevia di culture del Mediterraneo.

    Siamo profondamente convinti che l’Italia Meridionale conservi ancora una grande flessibilità culturale e possa ritrovare nel rapporto con il Mediterraneo, l’Africa ed il Medioriente nuovi impulsi alla riaffermazione di una vocazione e di una missione sia pure in termini moderni.

    Avvertiamo tutti la necessità di ritrovare la memoria di una tradizione millenaria che in questo mare ha scritto la sua storia ed ha generato la nostra civiltà.

    Una storia, purtroppo travagliata ed accidentata (vedi il fallimento della Primavera Araba e le lotte fratricide), che dovrà oggi fare del dialogo interculturale ed interreligioso un elemento fondante della esistenza dei nostri popoli.

    I segni della continuità sono ancora evidenti nelle innumerevoli vestigia della presenza islamica nel Sud e nello sviluppo della scienza e della sapienza tradizionale che la presenza musulmana, fra primo e secondo millennio, ha determinato.

    Quindi affermare la continuità significa percepire il Mediterraneo, partendo dal suo passato, dalla sua storia comune.

    Ma oggi il Sud Europa e la riva Sud del Mediterraneo esprimono le loro debolezze.

    Il Mediterraneo appare sempre come un’area geografica definita, ma non riesce purtroppo ancora a diventare un Progetto.

    L’Italia si protende come un lungo ponte in questo mare, ma non riesce ancora a raggiungere positivamente la riva Sud popolata da circa da quattrocento milioni di abitanti.

    Ricordo il pensiero di un sacerdote spagnolo, Don Miguel Palacios (1919) in “l’Escatologia Musulmana nella Divina Commedia”, tradotto in Italia nel 1994.

    Ebbene è impressionante la serie di corrispondenze rilevate tra testi appartenenti alla tradizione islamica e l’opera dantesca.

    D’altronde, la parola Islam, nel suo più profondo significato significa abbandono, sottomissione a quel Dio unico a cui rivolgono la loro adorazione ebrei e cristiani, appartenenti anche essi al monoteismo di Abramo.

    Le differenze rituali e culturali tra ebraismo e cristianesimo e islam non impediscono che gli uomini trovino la loro unità in Dio. E cito dal Corano: “Se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità, ma ciò non fece per trovarvi con il dono che vi ha fatto.

    Gareggiate dunque nelle buone opere; tutti ritornerete a Dio ed Egli vi informerà allora circa ciò di cui oggi voi siete in discordia.”

    In definitiva, nella prospettiva di un impegno religioso in Italia per un nuovo Umanesimo Mediterraneo, va rafforzata la convinzione che il Mediterraneo sia un bacino di cultura che, pur nelle differenze, costituisce la trama di una identità che noi siamo chiamati a far emergere, promuovendo la conoscenza tra i popoli di quello che una volta veniva chiamato mare nostrum, avviando scambi tra etnie, religioni, linguaggi, società che in esso si affacciano.

    Ecco in questa straordinaria regione si coglie la specificità di questa porzione della terra così ricca di storia: “C’è un’altra cosa, che contraddistingue e che identifica il Mediteraneo, oltre all’acciuga, al pane, all’olio e al vino: è Dio, il Dio dei popoli del Mediterraneo, il Dio di Abramo e dei giudei, dei musulmani e dei cristiani”. Il Mediterraneo allora come cifra evocativa dell’uomo nella sua dimensione più terrestre e nella sua dimensione spirituale.

    È dunque possibile rintracciare una serie di tratti unificanti tra le diverse realtà politiche sociali, culturali e religiose che hanno sblocco nel Mediterraneo.

    Questo, però, non significa che ci troviamo di fronte ad un’area integrata: qualcuno, anzi, afferma che il mare nostrum si sta trasformando in un immenso Rio Grande (il riferimento è al fiume che costituisce non solo una barriera fisica tra Stati Uniti e Messico, ma una barriera di demarcazione tra società che seguono ritmi di sviluppo completamente diversi).

    Ma, se questo avvenisse, non ne soffrirebbero solo i paesi del Sud del Mediterraneo, bensì l’intera Europa, perché come ha affermato Romano Prodi, “passa per il Mediterraneo la nuova via per l’Europa”. E ha aggiunto: “l’Europa si trova ad un bivio: riprendere con slancio l’iniziativa per la stabilità di questa regione o rassegnarsi a subire le conseguenze di fattori destabilizzanti ancor più forti dato che il futuro del partneriato tra l’Europa ed il Sud del Mediterraneo sempre di più coincide con il futuro della stessa Europa”.

    In queste terre benedette da Dio cristiani e musulmani hanno vissuto una storia comune con aspetti positivi e negativi: essi hanno diviso il pane ed il sale (così come si esprime la cultura araba) per lunghi secoli. Dobbiamo insieme, cristiani e musulmani, avere il coraggio di riconoscere la verità e la verità è che la convinzione pacifica, arricchente, dialogante è perfettamente conciliabile con pluralismo e con la diversità. Dobbiamo guardarci tutti da colore che hanno interesse a mettere la società in situazioni inestricabili, a far degenerare il confronto nella diffidenza, nell’intolleranza e nella violenza.

    Qui forse va ricordato quello che ancora oggi è un forte ostacolo ad una piena collaborazione nella costruzione di una realtà comunitaria le discriminazioni che in alcuni paesi del Mediterraneo ancora sussistono nei riguardi di alcuni cittadini a causa della loro religione. In particolare i cristiani desiderano essere considerati cittadini nel senso pieno del termine e non una minoranza che chiede tolleranza e protezione. È urgente allora, proprio per garantire l’integrazione di questa area, elaborare un quadro giuridico che, permetta a tutti un’eguale partecipazione nella vita civile, ivi comprese le decisioni politiche, economiche, sociali ed altre.

    Vi è senz’altro una ricchezza nel mondo arabo: considerare la religione un elemento essenziale nella cittadinanza e nella vita pubblica, una ricchezza che v conservata, superando però l’ostacolo della discriminazione fra cittadini a causa della loro religione.

    Ma il Mediterraneo è anche un interessante “laboratorio ecclesiale nel quale costruire l’unità nella diversità”, come afferma il Santo Padre. Qui la tradizione della Chiesa cattolica si incontra con la tradizione ortodossa e delle Chiese cosiddette vecchio-orientali, con le quali in questi ultimi anni abbiamo ricucito vecchie fratture dogmatiche ritrovando al di là delle formule l’unica fede nel Cristo vero Dio e vero uomo.

    È tempo di approfondire in fraterno spirito di dialogo quel che ci unisce, arricchendoci reciprocamente dei grandi tesori di spiritualità, di mistica, di santità, di liturgia che ognuna delle tradizioni ricordate porta in sé.

    Occorre allora vivere l’appartenenza all’unica Chiesa di Cristo, rispettando la storia delle varie comunità per rispondere sempre meglio alle numerose e complesse sfide pastorali del momento presente.

    In particolare, proponendo l’attenzione sul ruolo della nostra città verso questi formidabili obiettivi, va sottolineato che non è soltanto una questione di geografia: è la storia della Calabria, luogo di incontro tra la tradizione cristiana occidentale ed orientale, terra aperta all’ospitalità ed all’accoglienza, a fornirci un modello di convivenza, a ricordarci il valore unico ed imprescindibile della persona umana come criterio per valutare ogni sistema politico, sociale e religioso.

    Ha scritto il Papa nel citato Messaggio per la Giornata del Migrante, riprendendo la Novo millennio inuente: “E’ questa – la centralità della persona – l’unica via per alimentare la speranza di allontanare lo spettro delle guerre di religione che hanno rigato di sangue tanti periodi della storia dell’umanità, e hanno forzato non di rado tante persone ad abbandonare il loro Paesi.

    È urgente operare affinché il nome dell’unico Dio diventi, qual è, sempre di più un nome di pace e un imperativo di pace.”

    La Calabria ha dato una magnifica dimostrazione di cosa significhi porre la persona umana al centro dell’attenzione prendendosi cura di folle di disperati che si sono affacciate sulle sue coste, non considerando questi fratelli un fastidio ma un compito d’amore.

    L’ambizioso progetto di trasformare il Mediterraneo in un laboratorio di nuova umanità trova qui in Calabria il luogo più adatto e lo spirito più pronto per iniziare il suo cammino.

    Giuseppe Tuccio