Riceviamo e pubblichiamo – Le cose hanno sempre due facce, due piani di lettura, diverse possibili interpretazioni. Neppure queste righe sfuggono a questa duplicità. E così varrà poco questo sfogo per chi spinge i bottoni dalla cabina di regia, per chi sta determinando le sorti della Fondazione Tommaso Campanella, per chi ha deciso della salute della collettività, calabrese e non solo. Ma se così è per loro, diverso è per gli uomini e le donne della Fondazione, professionisti e pazienti, e per i legami umani che si sono stretti tra le sue mura. E vale per me, che sento di affidare queste parole semplici e accorate, cariche di un sentimento difficile da raccontare, mettendomi umanamente a nudo.
La vita è piena di giornate difficili, ma alcune lo sono particolarmente. Oggi è una di queste . Piena di amplificata, moltiplicata sofferenza.
Quando 180 non è più solo un numero, per quanto consistente, ma è visi, occhi, mani, cuore. E desideri, aspirazioni, speranze, abnegazione, prodigalità, sostegno, cura e da oggi, purtroppo, anche preoccupazione disperata per il proprio lavoro costruito e perduto, per il senso di inutilità e di fallimento che ne deriva per se stessi e per la propria terra, 180 diventa numero incalcolabile. La Calabria. Questa nostra Calabria. Che potrebbe essere altro e non lo diventa mai. Un apparire che non si fa mai divenire.
Oggi è un giorno triste per me che scrivo, per i lavoratori della Fondazione Campanella, per i calabresi tutti. Oggi è il giorno dei licenziamenti, e quel 180 è il numero che li raggruppa.
La Fondazione chiude con drammaticità il primo atto della sua rappresentazione. Tutti a casa. Ed è un’ angosciante disperazione aver perso la battaglia e queste risorse. Per un attimo mi chiedo a cosa pensano coloro che lo hanno deciso, cosa penseranno, come staranno. Coloro che hanno decretato la fine, che hanno costretto uomini e struttura al silenzio, dopo illusioni e promesse mai mantenute. Ma il pensiero è un attimo, quattro anni di confronti, agonie e speranze non lasciano intravedere pensieri dell’ultima ora. Perde un altro pezzo la Calabria, un altro figlio, di cui siamo tutti madri e padri, anche chi non sapeva di questa bella realtà e legge il nome qui per la prima volta.
Perde un’eccellenza di uomini e di professionisti a servizio della gente e dei suoi bisogni di salute. Siamo tutti genitori privati del figlio anche se ce ne siamo curati poco, anche se non sapevamo di averlo.
Lo sapevano però coloro che lo hanno ucciso, che hanno preso con lucidità la mira e hanno sparato.
Cosi queste righe vorrei fossero una spina e un abbraccio. Spina nella coscienza di quegli uomini che questo scempio hanno causato. Abbraccio forte, di vicinanza, gratitudine, stima e affetto, per i 180, medici, infermieri, OSS, amministrativi, ecc., con cui ho condiviso la mia vita in questi anni, ma soprattutto persone, vinte da un certo insopportabile sistema politico bipartisan che lascia sul suolo di Calabria un numero di vittime sempre crescente.
Prof.ssa Patrizia Doldo
Direttore U.O. Gastroenterologia
Fondazione Tommaso Campanella





