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E vorrei dire qualcosa anch’io…

18 Maggio 2013
in Lettere a Strill, RUBRICHE
Tempo di lettura: 4 minuti
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E vorrei dire qualcosa anch’io. Condanno la pena di morte, condanno la lapidazione, condanno la giustizia che sa di giustizialismo, condanno, improvvisamente condanno, proprio io che mi sentivo una degli ultimi mi sto ergendo a giudice e condanno.

Ma non in maniera indiscriminata, condanno la mia città già condannata dalle ingiurie della storia e dal comportamento dei suoi abitanti, dall’onta apportata ad una natura meravigliosa, dalla latitanza morale, dalle consuetudini che sono diventate regole, poi leggi, poi improvvisamente fuorilegge. Ma non lapido,io. Butto le pietre per vederle saltare su una timida onda, per vedere i cerchi allargarsi nell’acqua, ma non le dirigo verso nessuno, io.
Sono addolorata per la mia città sfregiata e data in pasto ai cani  che spesso appaiono sotto le mentite spoglie di giornalisti, tutori della legge, amministratori o semplicemente colleghi.
Hanno peccato i dipendenti che hanno commesso delle azioni illecite così come peccano, e per quanto ancora lo faranno solo Dio lo sa, tutti quelli che si nutrono di fango per produrne ancora.
E’ una piccola città provinciale la nostra, dove la notiziaccia assurge a gossip, dove ci si nutre delle disgrazie altrui per generare infamia, dove si gode a coprire di vergogna gli altri e spesso dietro c’è invidia o vendetta truccata da perbenismo.
Quando ero giovane ho avuto la possibilità di andarmene, ero ragazza, si respirava “il piombo” di quegli anni e ho affrontato gli studi universitari al nord, dove non erano particolarmente gentili con i meridionali, dove potevi trovare scritto da qualche parte “nordisti e sudici” o “per fortuna per ogni calabrese Dio ha fatto nascere 2 milanesi”.
Ero così giovane e campanilista che pensavo di dover dar fuoco a chi aveva commesso una simile ignominia, a chi osava disconoscere il lustro dei miei natali.
Poi sono tornata per motivi personali, ma anche spinta da un amore profondo che mi lega (o mi legava?) alle mie radici. Oggi mi sembra che io abbia fatto male, che avrei potuto esprimere meglio e altrove  il mio essere, non per l’ingrata terra, ma per gli ingrati cittadini e mi riferisco a tutti quelli che con il loro comportamento hanno incrementato l’immoralità ora si camuffano da paladini della giustizia.
Non si conosce la discrezione, l’attesa fino all’opportuna conoscenza dei fatti, tuttologi ad ogni costo questi cittadini perbene, depositari di una verità assoluta, tranciano giudizi, mischiano in una macabra macedonia persone, personaggi, malcostume e delitti nello stesso contenitore.
E finalmente arrivo ai fatti, perché finora la convulsione del mio animo mi ha fatto solo vomitare il mio dolore.
Condivido pienamente che vada sorvegliato il buon andamento degli uffici nella pubblica amministrazione, ammiro perfino il coraggio della denuncia, accetto che chi ha sbagliato paghi in proporzione alla gravità dell’errore commesso assumendosi le proprie responsabilità, ma non so spiegare le dimensioni dell’orrore provato di fronte alla “gogna mediatica” (è un termine che fa tendenza anche se lo detesto) a cui sono stati esposti i dipendenti comunali, soprattutto pensando a quanti di loro hanno rappresentato l’amministrazione fino a diventarne un’icona, seduti nei loro uffici, maestri di gentilezza e laboriosità, incriminati come squallidi delinquenti, spesso per leggerezza o eccessiva fiducia nell’Amministrazione per la quale lavorano da una vita e dalla quale purtroppo non sono stati rappresentati e che hanno finito per non rappresentare.
Vergogna è piombata su di loro e sulle loro famiglie, ma vergogna più grande dovrebbero provare tutti quelli che si sono nutriti di queste notizie per esporre al ludibrio pubblico, per mettere alla berlina non solo i colpevoli del reato contestato, senza neanche tenere conto della gravità dei singoli casi, ma accomunando sotto l’etichetta “dipendente comunale” l’idea di soggetti capaci di effrazioni criminose, fino a confondere le acque ed assimilare il “buco” delle casse comunali alla MANO LESTA dei lavoratori.
E mi rivolgo anche a chi avrebbe dovuto riportare ordine e legalità in una città che si è data alla “prostituzione politica” e che ora é ridotta a squallido bordello. Lavoro difficile il loro, rasenta l’inutilità, però.
Tutto sembra ineluttabile, già deciso, come giochi già giocati, come se si stessero tirando  i dadi per vedere chi vince gli stracci di questa città anche un po’ sgualdrina.
Ma era una signora, forse bastava rifarle il trucco, forse scartavetrare la ruggine degli ingranaggi per farne affiorare la bellezza e lo splendore di un animo gentile. Bella di natura, colta per tradizione, accogliente per vocazione, è impossibile che adesso il suo destino sia deciso a tavolino da  chi pur  vedendola annegare tra i rifiuti, deturparsi di buche, arrossire di vergogna, invece di aiutarla a redimersi e a guarire, assiste (compiaciuto?) alla lapidazione di chi la vuole morta tra atroci sofferenze, fingendo di essere passati dal massaggio cardiaco alla respirazione bocca a bocca, poi al defibrillatore per poi concludere il bollettino medico con “… è deceduta alle ore…”
Io non sono lo Stato, ma in che Stato vivo, io?  In che stato viviamo tutti quanti, se una città viene condannata sommariamente a morte, senza che siano puniti i mandanti, gli assassini, attaccando solo la parte più debole, quella che forse ha peccato, ma ha anche operato e prodotto per il bene di quello stesso Stato che oggi la rinnega.
Non so per cosa dolermi di più e quale sia la condizione che più mi amareggia: forse come cittadina che vive in uno stato di angosciosa attesa lo sviluppo di eventi sempre più catastrofici? Forse come dipendente offesa, vilipesa, abbandonata, sfregiata nella sua dignità di lavoratrice onesta ed indefessa? Comunque non protetta, esposta, usata e abbandonata seppur riciclabile ogni giorno, inutile ingranaggio di un sistema da rottamare.
Qualcuno paghi anche per questo: per avermi tolto la gioia di andare al lavoro, per avermi messo nelle condizioni di incrociare solo sguardi smarriti nei corridoi e nelle stanze dell’ufficio, per avermi fatto dubitare che servire lo Stato possa essere una legittima aspirazione, per avere reso inutile educare i miei figli al rispetto della legalità, dell’ambiente e delle istituzioni, per aver loro insegnato ad amare le proprie radici e a combattere per migliorare.
Non sempre non agire è prudenza, diventa spesso omissione, non sempre il silenzio è d’oro, confina con l’omertà….non ci resta che piangere?
E sono finite pure le lacrime: questo fa davvero vergogna!

Giuliana Cammarata

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