Non credo che un solo post, benchè rispettabilissimo, possa assurgere a diventare “paradigma di un comune sentire”. Sono molto più convinto invece che più di mille firme raccolte nelle piazze dei centri interessati, rappresentino un po’ meglio il “comune sentire” di cui sopra. Firme ottenute parlando alla gente, mostrando “il progetto ufficiale”, ponendo l’accento sulle carenze, sulle emissioni, sugli investimenti (dei quali ho già parlato in una lettera precedente) e sull’evanescente chimera dei posti di lavoro; firme peraltro raccolte nei giorni successivi il comunicato della SEI che chiedeva la sospensione dell’iter burocratico e dunque in un momento in cui si è cominciato a “raffreddare” l’interesse rispetto all’imminenza del progetto.
Ripeto ora quel che ho già espresso qualche tempo fa: chi ha contrastato il progetto della Centrale a Carbone (e lo contrasta ancora) non è né integralista, né pseudo-ambientalista; semplicemente è “convinto” che il carbone non possa essere l’elemento che tirerà fuori dal pantano dell’arretratezza e dalla miseria il comprensorio melitese.
Non so dove risieda la Tanya che ha lasciato il commento sul diario reggino del dottor Vitale, ma ritengo che affermare che la fascia jonica è irrimediabilmente compromessa e quindi è giustificabile, anzi auspicabile la realizzazione della Centrale a Carbone, è un’enormità assoluta ed evidenzia, non me ne voglia, quel mistico realismo che rasenta la rassegnazione che pervade molti giovani, e credo che lo sia anche Tanya, da queste parti, all’ombra della ciminiera.
Sui numeri io non so se mai ci saranno i finanziamenti per cancellare definitivamente tutti gli scheletri industriali che hanno lasciato sul nostro territorio delusione e sfascio; quello che so è che nessuno, “nessuno” può permettersi di dire “no, grazie” a 50 mln di Euro di questi tempi; dobbiamo augurarci invece che ci siano e che vengano spesi bene, per una volta.
Non è elemosina, non si tratta di chinare la schiena. In tutti questi anni in cui le strutture metalliche si ossidavano ed i capannoni si scrostavano, l’iniziativa privata non si è sviluppata; certo sono molteplici i motivi, ma quel fallimento, quella chimera mancata del “posto sicuro alla Liquichimica”, ha creato tanta disillusione, ha addormentato l’impresa, ha tradito un popolo che aveva abbandonato l’aratro convinto di indossare una tuta blu e un elmetto giallo.
Oggi, cara Tanya, è quella disillusione che dobbiamo combattere, dobbiamo risvegliare la voglia di impugnare nuovamente l’aratro (simbolico, insomma che si faccia impresa).
Non dobbiamo augurarci che dei signori imbellettati arrivino, lottizzino, si accordino con gli amici e promettano, ancora una volta, tute blu ed elmetti…che nessuno indosserà mai.
dott. Federico Curatola – Coordinamento Associazioni Area Jonica




