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    In politica, sia locale che nazionale, con Proust e “Contre Sainte-Beuve”

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    di Enzo Vitale* – Un incauto commento di un locale tycoon, tanto inappropriato quanto fuori luogo, questa estate paragonava Giuseppe Raffa a Gianfranco Fini e Giuseppe Scopelliti a Silvio Berlusconi.

    Non trovo tutta questa similitudine tra storie tanto diverse – se non per  la bassa politica di cui sono espressione – ma, il fatto che da più parti siano state poste a confronto, mi spinge a porre una riflessione sulla maggiore, adattabile benissimo alla minore locale.

     

    Se si presume che in ambito sociale i programmi siano per un politico l’equivalente di ciò che in letteratura le opere sono per un autore, ne deriva che ai politici si potrebbero applicare alcune categorie interpretative valide per scrittori e poeti.

     

    Con questa presunzione pensiamo di portare un modesto contributo all’interpretazione di una questione che, non riguardando solo la politica nazionale, determina a cascata una serie di ripercussioni anche a livello locale.

     

    Nella critica letteraria, semplificando al limite della banalizzazione un concetto su cui sono stati scritti innumerevoli saggi, si può giudicare un’opera letteraria in due modi:
    1) quasi ignorando la biografia dell’autore, considerando la sua produzione come la sola realtà letteraria ed estetica da prendere in considerazione (questo afferma Marcel Proust nel suo saggio “Contre Saint-Beuve, tesi ripresa in Italia da Benedetto Croce: “gli autori sono ombre”);
    2) facendo della vita dell’autore e delle relative sue esperienze un asse portante della valutazione dell’opera, che non può essere interpretata e “letta” se non alla luce del vissuto dell’autore (come postulato da Saint-Beuve e, in Italia, da Francesco de Sanctis).

     

    Trasponendo questi codici interpretativi in ambito politico, un programma può essere letto e valutato in due modi:

    1) indipendentemente dal vissuto culturale e sociale ed etico del politico;
    2) valutandone vizi e virtù personali e sociali quasi ancor prima del suo programma.

     

    La personalizzazione della politica prodotta dal berlusconismo farebbe, in via generale, propendere per questa seconda ipotesi.
    Nel nostro caso, però, ci si deve porre alcune domande di senso opposto.

     

    La ventata di novità e di “libertà”, introdotta da Gianfranco Fini nel dibattito politico, dev’essere interpretata all’umiliante luce di un’operazione immobiliare che, comunque la si giudichi da punto di vista formale, non può che essere definita come meschinamente familistica?

     Oppure, al contrario, queste folate di aria pulita devono essere accolte per quello che sono, ovvero per una nota positiva nello squallido e asfittico campo della finta politica, prescindendo dai problemi familiari – perché di questo si tratta – di un uomo che, in questa occasione, si è dimostrato non molto presente e ostaggio di un’intrigante gonnella (insomma, a dirla in messinese, un po’ “babbo”)?

     

    Non ho a riguardo un pensiero manicheo ma, se costretto comunque a decidere, mentre in letteratura propenderei per l’impostazione di Saint-Beuve e De Sanctis, in politica sarei più orientato a schierarmi con Proust e Croce:
    il futuro di una grande idea, ma anche quello di una piccola e locale, non può essere condizionato da banali vicende familiari.

     

    *Coordinatore Laboratorio Politico Città Libera