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    Provinc(i)e d’Italia

    reggio

    di Enzo Vitale* – Nonostante che sia a destra che a sinistra l’abolizione delle Provincie (**) sia considerata un buon mezzo per semplificare la macchina burocratica statale e un utile

    strumento di controllo della spesa pubblica, la macchina politica italiana si inceppa ogni volta che l’approccio al problema diviene più concreto dei teorici enunciati di principio. Da quando furono istituite le Regioni, ossia da circa quaranta anni, si è avuta consapevolezza dell’inutilità di un ente amministrativo intermedio nell’Italia dei Comuni, veri detentori delle varie identità nazionali. Nonostante ciò il numero delle Provincie è cresciuto di dieci unità, di cui due in Calabria, con una lievitazione ulteriore dei costi di questa organizzazione dello Stato che, pur criticata, è comunque sancita dalla Costituzione.

    Nonostante che, essendo previste dalla nostra Carta Costituzionale, sia necessaria una sua modifica per l’abolizione delle Provincie, essendo state queste singolarmente istituite con leggi ordinarie, basterebbe abrogare le singole leggi istitutive per eliminarne di fatto la gran parte. È In base a questo principio che recentemente si è prima proposto di eliminare gli Enti intermedi con meno di 220 mila abitanti, la qual cosa ne avrebbe tolti una dozzina, per poi scendere alla quota di 200 mila. Poi non se ne è fatto nulla, complice l’opposizione che, sollevando il rilievo di costituzionalità, suggeriva di discuterne in sede di riassetto delle autonomie locali.

    Il fatto è che, sia a destra che a sinistra, sia al governo che all’opposizione, nonostante le dichiarazioni ufficiali, la maggioranza delle forze politiche non intende rinunciare a questa fabbrica di poltrone. Ma le Provincie sono davvero una costosa macchina che produce stipendi parassitari o invece sono enti costitutivi delle varie identità nazionali come tante piccole patrie e, in quanto tali, necessarie a tenere insieme i vari localismi comunali che altrimenti sbriciolerebbero le varie identità in un unico e indefinito contenitore?

    La suddivisione dello Stato italiano in Regioni e Provincie e Comuni, con la sua schematizzazione, ha fin ora retto un sistema nazione unitario nel quale tutti ci si è riconosciuti ed è estremamente pericoloso metterci mano in modo, per così dire, casuale: ovvero con leggi che non siano comprese in un piano coerente e compiuto di riassesto dell’organizzazione statale.

    In questa ottica, l’abolizione di alcune Provincie con tratti legislativi che facciano riferimento semplicemente al numero di abitanti e il loro successivo accorpamento, come anche la sostituzione di altre Provincie con le Città metropolitane e le relative aree, in un contesto nazionale che già prevede Regioni a statuto ordinario e speciale oltre a Provincie autonome, creerebbe un insieme non coerente in cui la sostanziale razionalità formale dell’impianto originario verrebbe persa.

    È in questa ottica che, nonostante i costi elevati, si potrebbe anche decidere di mantenere inalterato l’attuale assetto e, contrariamente a quanto stabilito dalla legge istitutiva delle Città Metropolitane, considerare queste un Ente “funzionale”, ovvero di raccordo, e non un Ente “strutturale” che andrebbe a sostituire la Provincia.

    *laboratorio politico Città Libera

    **Il plurale Provincie (e non Province, come d’uso comune attuale) è presente nel testo della Costituzione Italiana.