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    La Calabria e il turismo golfistico

    lungomare

    di Enzo Vitale* – L’Algarve, la regione più meridionale del Portogallo, non sembra aver risentito della congiuntura economica internazionale che si è manifestata con tutta la sua forza

    nel gruppo delle nazioni europee dagli economisti sarcasticamente definito PIGS (la “I” oggi sta a indicare l’Irlanda, mentre nell’accezione originale il termine “maiali”, caduto poi in disuso per la sua plateale scorrettezza, era stato coniato dagli economisti anglosassoni per i paesi europei meridionali: Portogallo, Italia, Grecia, Spagna).

    Questa impermeabilità alla crisi non è dovuta alla sua antica e nobile storia (era la parte occidentale dell’Andalusia mussulmana – il suo etimo deriva dall’arabo al-gharb al-Andaluz “andaluso occidentale” –, la più importante regione della Spagna islamica, illuminante centro di cultura e scienza; nel XV secolo, durante l’espansione portoghese, tornata a essere un riferimento mondiale per la scienza della navigazione e della cartografia); e nemmeno all’indotto turistico delle sue meravigliose spiagge atlantiche e originali paesaggi: storia e natura accomunano questi luoghi ad altri mediterranei in forte crisi. 

    Il fatto è che in Algarve l’economia gira su di un fenomeno planetario che non ha subito rallentamenti di crescita – costante incremento dell’8% annuo – nonostante la sfavorevole congiuntura: il turismo golfistico. Si pensi solo a questi dati: dei 64 milioni di praticanti questo sport a livello mondiale, ben 25 milioni si spostano per conoscere sempre nuovi campi; il turista golfista è un benestante tra 45 e 65 anni che – escluse le spese di viaggio e soggiorno – spende più degli altri (dati italiani: 90 € al giorno contro 50€ del turista generico).

    Ora, tralasciando l’ottica regionale e proiettandoci su di una nazionale, vi sono nazioni che hanno puntato molto su questo fenomeno: in Francia entra annualmente un miliardo e mezzo di euro per attività turistiche direttamente connesse al golf; in Spagna tre miliardi; una non indifferente percentuale del Pil di Marocco e Tunisia è legata ai loro campi da golf; in Europa il giro di affari complessivo, compreso l’indotto, è stimato su circa 50 miliardi di euro.

    Cifra apparentemente esorbitante ma che si spiega benissimo: un campo a 18 buche ben curato e tecnico – quello richiesto dal turista – necessita di una trentina di persone per sua amministrazione, gestione e manutenzione; unità occupazionali che superano le cento se si considera l’indotto turistico, residenziale alberghiero e legato alla ristorazione, direttamente discendente dalle presenze legate alla pratica sportiva.   

    L’Italia da questo business ricava solo 350 milioni di euro: un combinato di ottusi localismi e integralismi ambientalisti – insieme a un complesso di esasperanti impedimenti e norme burocratiche – ha fin ora impedito che nel nostro paese si stimolasse il turismo golfistico. Il Ministro al Turismo Michela Brambilla ha varato un insieme di norme che agevolano fiscalmente la nascita di strutture sportive, se inserite in un contesto di investimento immobiliare, e la riconversione in campi da golf di terreni agricoli dismessi.

    Pur non entrando nel merito della sostenibilità complessiva di una simile operazione, è fuor di dubbio che un uso razionale, e rispettoso del territorio, dei nuovi strumenti legislativi e delle incentivazioni previste potrebbe fornire a territori come quello calabrese la possibilità di inserirsi nel business del turismo golfistico. È un’occasione che non ci si può permettere di non cogliere, anche pensando ai flussi contributivi che si stanno per riversare sui Sistemi Turistici Locali. 
    * – Pres. Fondazione Mediterranea
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