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    La Rivista dei Libri, nascita e morte di un’utopia

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    di Enzo Vitale* – Da tempo malata – probabilmente fin dalla sua infanzia come per effetto di una tara genetica –, oggi è agonizzante e la sua dipartita si annuncia come imminente: a giugno uscirà l’ultimo numero de “La Rivista dei Libri”.

    Nata nel 1991 per iniziativa di Umberto Eco e Robert Silvers, allora direttore di “New York Review of Books”, venne ideata come edizione italiana e figlia della prestigiosa rivista d’oltre oceano e, alla stregua di sua madre, si occupò di recensioni di libri.

     

    Da tempo malata, dicevamo: per metà proprietà della Rizzoli, nel 1996 questa venne ceduta al Gruppo Espresso e, nel 2003, tornò alla madre, tra le cui braccia spirerà a giugno. Una lunga e annunciata agonia – la cui causa principe è rintracciabile nell’uso massivo che oggi si fa di internet per accedere alle informazioni e ai commenti – che ci lascerà orfani di un appuntamento mensile con la cultura scientifica di marca anglosassone: interpretata al meglio dal direttore di sempre Pietro Corsi, storico della scienza e docente a Oxford, integra e sorregge la stanca e prevalentemente umanistica cultura latino-mediterranea.

     

    Ci si potrebbe chiedere del perché di questo necrologio: non è solo un gesto di amore verso il “cartaceo” e verso tutto quanto deriva e/o viene rappresentato dalla locuzione; o la constatazione che con “La Rivista dei Libri” va via un altro pezzo di quel mondo che ha visto crescere la nostra cultura e identità; è anche, se non soprattutto, l’estrinsecazione di una dolente sensazione di annunciata assenza per un qualcosa che ha scandito e accompagnato il tempo e il ritmo del pensare.

     

    Ad aprile del 1991 il primo numero, di cui vengo a conoscenza casualmente sulle pagine di Repubblica: lo compro e appena leggo le prime righe è il coup de foudre. Il linguaggio e lo stile, rimasto immutato in questi venti anni, è quello che mi aspettavo, come se lo avessi atteso da sempre: pur prescindendo dai contenuti, è l’approccio a questi che si connota come un qualcosa di ormai irrinunciabile. Un amore a prima vista che col tempo si matura in un rapporto stabile e mai stanco, sempre vivo e vitale, in un flusso cadenzato e continuo di stimoli e riflessioni.

     

    Cos’è che lega un lettore al suo periodico di approfondimento preferito? La sintonia, presumo. Nel nostro  caso questa si è concretizzata nel bisogno, esaudito per venti anni da chi fra poco ci lascerà, di un approccio ai temi umanistici che fosse di tipo scientifico. Questo, essenzialmente, è ciò che mancherà.

     

    Umberto Eco annuncia la rinascita di “Alfabeta”, dopo la decennale esperienza – che io non ho conosciuto – che andò dal 1979 al 1989. Ma non sarà la stessa cosa. Si è chiuso un ciclo. Pensiamo ad altro.         

     

     

    *Presidente Fondazione Mediterranea