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    In ricordo di Giuseppe Reale

    reggio_calabria

    di Enzo Vitale* – Oggi, 18 maggio 2010, la città tributa l’ultimo saluto all’on. Giuseppe Reale, parlamentare e sindaco della città in uno dei suoi momenti più difficili,

     quando scelte sbagliate avrebbe potuto  compromettere definitivamente il suo anelito alla rinascita.

     

    Nel 1989 i seicento miliardi di lire del Decreto Reggio, piccolo risarcimento da parte dello Stato per i danni inferti alla nostra comunità negli anni Settanta e per le disattenzioni degli anni Ottanta, furono un’opportunità che la fredda logica dei numeri cui si attenne il Commissario non avrebbero trasformato in crescita e sviluppo: Reale, primo sindaco dopo il commissariamento comunale, diede un’anima a quell’intervento straordinario e pose le premesse per la nascita di quella primavera reggina di Italo Falcomatà cui seguì l’ancora più fortunata stagione di Giuseppe Scopelliti.

     

    Se si pensa che a quel tempo la politica non era fatta di pigli decisionisti ma di sottili equilibrismi, che il sindaco di una città non aveva i poteri che ha oggi, che spesso questi era ostaggio di manovre occulte tra consiglieri di maggioranza e di opposizione, ci si rende conto delle difficoltà in cui Reale dovette operare.

     

    Fu un grande sindaco e, ancora prima, un grande parlamentare, di quelli che fanno la fortuna dei territori di cui si è espressione: praticamente tutte le istituzioni culturali della nostra città, quelle su cui si è potuto ricostruire lo sfilacciato iter identitario cittadino, hanno avuto direttamente o indirettamente un suo imprimatur (Università Mediterranea, Accademia di Belle Arti, Conservatorio musicale, Università per Stranieri).

     

    Ma non è con questi fatti, un tratto caratteristico di Reale è stato quello di trasformare o comunque di tendere a trasformare le parole e le idee in fatti, che voglio ricordare l’on. Reale, ma scrivendo della realizzazione di un suo progetto, a lungo pensato e sognato, con costanza e perseveranza portato avanti fino alla sua quasi completa realizzazione. Mi riferisco alla Colonna di San Paolo sulla Collina di Pentimele.

     

    Eravamo a Ischia nel 1992 a Ischia, al congresso distrettuale annuale del Rotary International: lui era presidente del Club di Reggio Calabria; io muovevo i primi passi nell’associazione. In una pausa dei lavori mi parlò del progetto, che il suo Club aveva sposato, di erigere sulla collina di Pentimele un’alta colonna, ben visibile dal mare, che commemorasse lo sbarco a Reggio di Paolo di Tarso e la “costruzione” nella nostra città della prima chiesa italiana. Il Club aveva già affidato allo scultore Michele Di Raco il progetto e questi ne aveva già predisposto uno di massima: una colonna alta sedici metri, composta di otto blocchi di marmo di Carrara e scanalatura verticale luminosa, con a lei vicino una statua bronzea raffigurante San Paolo. Mi disse anche che il prefetto Lessona si era dimostrato entusiasta dell’iniziativa e, tramite i suoi buoni auspici, l’istituto bancario San Paolo di Torino, per bocca del dirigente delle sede reggina Enrico Salza, aveva manifestato la sua disponibilità a contribuire alla sponsorizzazione dell’opera.

     

    Nessuna emozione trapelava dal suo imperturbabile aplomb discorsivo: l’entusiasmo per l’idea, non evidente come nelle persone comuni per l’enfasi con cui si pronunciano le parole, si leggeva in filigrana per una loro oculata scelta; parlava di cose di cui si capiva ci teneva tantissimo con una pacatezza quasi irreale.

     

    L’avventura, mi raccontò, era cominciata circa trent’anni prima, all’epoca del suo primo mandato parlamentare: era il maggio del 1960 e nell’estate sarebbero cominciati a Roma i giochi olimpici; parlò in Parlamento della sua proposta. Erano tempi in cui la vecchia DC dominava la scena politica nazionale e locale: ottenuto il convinto appoggio dell’Arcivescovo Mons. Giovanni Ferro, a giugno dell’anno successivo il cardinale Agostino Bea pose la prima pietra dell’opera. Purtroppo (solo in questo passaggio un velo d’emozione e rammarico ombreggiò il racconto dell’on. Reale ) fu una pietra meramente simbolica: successivi fatti, su cui non volle accennare nulla, impedirono la realizzazione del progetto, che ora si riprendeva sotto l’egida del Rotary.

     

    Dopo la fiammata del 1992 occorrono altri lustri di attesa per osservare fatti nuovi: a ottobre del 2004 il Comune dona il terreno per la costruzione dell’opera. L’on. Reale, prima di spegnersi, ha così potuto vedere l’inizio dei lavori della sua ultima, in ordine di realizzazione, idea: quella, forse, cui teneva di più.

     

    *Presidente Fondazione Mediterranea