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    A monte della crisi della Stazione Sperimentale per le Essenze

    reggio

    di Enzo Vitale* – La sincera e accorata denuncia fatta dal Presidente della Camera di Commercio, Lucio Dattola,

     e dal Direttore della Confcommercio, Attilio Funaro, sul colpevole silenzio che ha circondato il decreto sul trasferimento della Stazione Sperimentale delle Essenze di Reggio Calabria a Parma, non può rimanere senza qualche precisazione. Pur condividendo appieno i contenuti dei due interventi – stigmatizzanti il decreto, da convertire entro il 14 agosto, che prevede che entro il 15 ottobre si insedi a Parma il prossimo consiglio di amministrazione – e apprezzando la posizione assunta dal sen. Giuseppe Valentino, non si può non ricordare che una circostanziata denuncia su quanto stava accadendo era stata già posta nel 2008 dalla Fondazione Mediterranea (www.fondazionemediterranea.eu) e, caduta nella disattenzione generale, comunque qualche risultato l’aveva ottenuto.

     

    Si era allora stabilito, infatti, che la Stazione sperimentale per le industrie delle essenze e dei derivati degli agrumi (SSEA), presente e autonomamente attiva in città per quasi cento anni, non venisse accorpata a quella di Parma ma semplicemente messa sotto la sua tutela: il documento, firmato dal commissario Marcello Parrinello e dal direttore della Stazione di Parma, avrebbe dovuto sancire un partenariato di collaborazione integrativa che nella sostanza avrebbe limitato l’autonomia della Stazione reggina. Questa decisione era stata assunta in base alla constatazione della presenza e della funzionalità nella sede di Reggio delle attrezzature necessarie e sufficienti a garantire l’efficienza del sistema di controllo sul Dop (Denominazione di origine protetta “Bergamotto di Reggio Calabria – olio essenziale”).

    Il pericolo del trasferimento della storica struttura reggina, quindi, sembrava scampato. Ma cosa c’è a monte di questa crisi che già nel 2008 stava portando alla chiusura della Stazione sperimentale, proprio mentre l’attribuzione del Dop e l’utilizzo anche nel settore farmaceutico e gastronomico ponevano alcune solide premesse per l’incremento della produzione e per la valorizzazione commerciale del bergamotto?

    Le premesse al paradosso di un trasferimento a Parma di competenze e funzioni relative a un agrume che si coltiva solo sul versante ionico della provincia reggina, furono poste dal provvedimento di commissariamento dell’ente adottato dal Ministero delle attività produttive il 26 novembre del 2005.
    Quali le cause del commissariamento?

    Una di queste è certamente ascrivibile alla posizione assunta dalla Cgil e dall’Uil, che presentarono un (1) circostanziato esposto alla Procura della Corte dei Conti di Catanzaro cui seguì (2) l’intervento dell’Ispettorato generale di Finanza del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato. Questo, tra l’altro, evidenziò (3) l’anomala composizione del Consiglio di Amministrazione, in cui mancavano i rappresentanti del Consorzio del Bergamotto sostituiti da consiglieri in rappresentanza di aziende che non contribuivano al sostentamento della Stazione. Altra causa fu (4) il deficit di bilancio di circa 500.000 euro all’anno e (5) il rigetto del bilancio preventivo da parte degli uffici addetti alla vigilanza dell’ente.

    Come si arrivò a questo deficit di bilancio nonostante i finanziamenti della Regione e della Camera di Commercio? Si può parlare di gestione poco oculata e di scelte manageriali sbagliate?
    Certamente alcune grosse anomalie gestionali ci furono.

    Diamo qualche esempio. (1) Per la costituzione del laboratorio per le diossine e i microinquinanti fu speso, tra attrezzature e formazione del personale, di circa un miliardo di vecchie lire: non si produsse alcun rientro economico a causa di costi fissi di gestione superiori al fatturato; il suo direttore, formato a spese dell’ente, si dimise. (2) Furono attivati altri tre laboratori (“oli essenziali non agrumari”; “confezionamento e processi termici”; “OLAB”): eseguirono solo poche analisi e senza fornire concreti servizi alle imprese. (3) Venne finanziato un dottorato di ricerca con una borsa di studio di 53.000 euro presso il Dipartimento di biologia vegetale dell’università di Torino: il vincitore della borsa non si vide mai a Reggio.

    È con questa gestione, evidentemente ritenuta dagli organi di controllo estranea a qualsiasi ottica di profitto, sia di tipo economico che di acquisizione di professionalità, che il 26 novembre del 2005 si giunse al commissariamento della SSEA da parte del Ministero competente e che si posero le premesse per la sua chiusura con l’accorpamento a Parma. Questa chiusura, scongiurata nel 2008 in extremis con una sostanziale messa sotto tutela della struttura, viene oggi riproposta con un decreto sponsorizzato dalla lobby industriale del Settentrione.

     

    * Presidente Fondazione Mediterranea