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    Un sacerdote a Gambarie

    gambarielaghetto

    di Enzo Vitale* – Più longilineo che magro, alto quanto basta a non mettere in imbarazzo l’interlocutore, braccia lunghe e dita affusolate con unghie ben curate, padre Germin, con un aplomb naturalmente socievole, con un eloquio calmo e chiaro, risponde con cura e sostanzialità alle mie domande.

     Con l’espressione del viso aperta e l’atteggiamento disponibile alla condivisione e all’empatia, lo sguardo è sempre attento ma mai indagatore: gli occhi, sul nerissimo sfondo del viso, appaiono tanto bianchi da sembrare irreali. Parla bene e speditamente l’italiano, con solo un vago e impercettibile inciampo su qualche parola di scarso uso.

     

    Africano della Tanzania, padre Germin afferma di conoscere ormai più l’Italia, dove risiede da oltre otto anni, che il paese natale, dove sogna un giorno di ritornare per costruirvi una chiesetta cui dedicare molte delle sue energie. Dopo gli studi romani in Laterano, da qualche anno, collaborato alla cura delle anime in alcune parrocchie di Reggio e Provincia (mi nomina S. Anna, in Reggio; poi Melito, S. Lorenzo, ecc.), celebra messa a Santo Stefano in Aspromonte e Mannoli. In periodo estivo, finché c’è gente, anche Gambarie.

     

    Idee solide, le sue, e molto chiare. Pur implicitamente ammettendo che l’abito talare l’abbia molto aiutato nell’uscire dalla disperante miseria africana e che in seguito, visto il colore della sua pelle, si sia dimostrato un poderoso aiuto nei rapporti sociali e nell’accedere a porte altrimenti sbarrate, subito dopo afferma che lo disindossa appena possibile. Si ha l’impressione che lo usi come strumento (per celebrare, nelle ricorrenze, nelle occasioni ufficiali, ecc.) e che, nella vita di tutti i giorni, ami farsi conoscere per come è ovvero senza il filtro del riconoscimento del suo ruolo pastorale.  

     

    “Si dev’essere preti dentro”, spiega, perché “non è l’abito che fa il prete”. Mi dice che Cristo ci ha insegnato a essere più che ad apparire; che è questa la grande rivoluzione del Cristianesimo; che prima di Lui l’aspetto formale era sostanziale e che dopo fu il contrario. Vorrei continuare e approfondire la discussione ma si è fatto tardi: dopo la messa di mezzogiorno, ero passato solo per consegnare un contributo al rifacimento degli arredi interni della chiesetta di Gambarie. Ci scambiamo numero di cellulare ed e-mail; mi congedo con l’impegno di invitarlo uno di questi giorni a condividere il mio desco.

     

    Mi piace questo giovane prete di colore, che tenterò di aiutare nel suo progetto in Tanzania. È il volto umano della Chiesa, quello semplice, non paludato e, soprattutto, non compromesso; è il volto di Cristo: che inutilmente si cerca nell’ufficialità di funzioni e sacramenti; e che invece, casualmente, può apparire quando meno ce lo aspettiamo.   

     

    *da www.diarioreggino.it