
di Enzo Vitale* – Ho conosciuto l’on. Giuseppe Reale nel 1992 a Ischia, al congresso distrettuale annuale del Rotary International: lui era presidente del Club di Reggio Calabria; io muovevo i primi passi nell’associazione.
In una pausa dei lavori mi parlò del progetto, che il suo Club aveva sposato, di erigere sulla
collina di Pentimele un’alta colonna, ben visibile dal mare, che commemorasse lo sbarco a
Reggio di Paolo di Tarso e la “costruzione” nella nostra città della prima chiesa italiana.
Il Club aveva già affidato allo scultore Michele Di Raco il progetto e questi ne aveva già
predisposto uno di massima: una colonna alta sedici metri, composta di otto blocchi di marmo di
Carrara e scanalatura verticale luminosa, con a lei vicino una statua bronzea raffigurante San
Paolo. Mi disse anche che il prefetto Lessona si era dimostrato entusiasta dell’iniziativa e,
tramite i suoi buoni auspici, l’istituto bancario San Paolo di Torino, per bocca del dirigente delle
sede reggina Enrico Salza, aveva manifestato la sua disponibilità a contribuire alla
sponsorizzazione dell’opera.
Nessuna emozione trapelava dal suo imperturbabile aplomb discorsivo: l’entusiasmo per l’idea,
non evidente come nelle persone comuni per l’enfasi con cui si pronunciano le parole, si
leggeva in filigrana per una loro oculata scelta; parlava di cose di cui si capiva ci teneva
tantissimo con una pacatezza quasi irreale. L’avventura, mi raccontò, era cominciata circa
trent’anni prima, all’epoca del suo primo mandato parlamentare: era il maggio del 1960 e
nell’estate sarebbero cominciati a Roma i giochi olimpici; parlò in Parlamento della sua
proposta. Erano tempi in cui la vecchia DC dominava la scena politica nazionale e locale:
ottenuto il convinto appoggio dell’Arcivescovo Mons. Giovanni Ferro, a giugno dell’anno
successivo il cardinale Agostino Bea pose la prima pietra dell’opera. Purtroppo (solo in questo
passaggio un velo d’emozione e rammarico ombreggiò il racconto dell’on. Reale ) fu una pietra
meramente simbolica: successivi fatti, su cui non volle accennare nulla, impedirono la
realizzazione del progetto, che ora si riprendeva sotto l’egida del Rotary.
Fin qui il ricordo, vivo e quasi attuale, di un incontro di quelli che comunemente definiamo
“formativi”. Dopo la fiammata del 1992 occorrono altri lustri di attesa per osservare fatti nuovi: a
ottobre del 2004 il Comune dona il terreno per la costruzione dell’opera. Il resto è cronaca di
questi giorni, ampiamente reperibile sui media.
*Presidente Fondazione Mediterranea




