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    Storie di calabresi lontani da casa – Carmine Abate

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    di Damiano Praticò – Carmine Abate è un insegnante. E’ nato a Carfizzi, provincia di Crotone, il 24 ottobre 1954. Il primo settembre 2012, il suo ultimo romanzo “La collina del vento” ha vinto il Premio Campiello.

    Appartenente alla minoranza etnico-linguistica arbëreshë, storicamente proveniente dall’Albania e dalla Grecia, ha trascorso l’infanzia nel piccolo paese calabrese. Dopo essersi laureato presso l’Università di Bari, ha vissuto molti anni in Germania – ad Amburgo, città dove risiedeva il padre emigrato – iniziando a scrivere i primi racconti.
    Oggi vive a Besenello, provincia di Trento, insieme alla sua famiglia.
    Il primo libro di poesie risale al 1977 (Nel labirinto della vita). Nel 1984 esordisce come narratore in Germania con la raccolta di racconti ‘Den Koffer und weg!’. Lo stesso anno pubblica ‘I Germanesi, storia e vita di una comunità calabrese e dei suoi emigranti’, ricerca socio-antropologica sull’emigrazione svolta insieme a Meike Behrmann. Nel 1991 è stato pubblicato il suo primo romanzo, ‘Il ballo tondo’, a cui seguiranno ‘La moto di Scanderbeg’ (1999), ‘Tra due mari’ (2002), ‘La festa del ritorno’ (2004), ‘Il mosaico del tempo grande’ (2006), ‘Gli anni veloci’ (2008).
    Pochi mesi fa, il successo de “La collina del vento” – storia di una famiglia calabrese, gli Arcuri, che assistono dalla loro collina  al susseguirsi di molteplici cicli di vita ed eventi storici – ha giustamente coronato la carriera di un grande scrittore contemporaneo calabrese.
    “Le mie radici calabresi ed arbëreshë” – ha detto Abate in occasione del premio – “sono per me fondamentali. Contemporaneamente, cerco di valorizzarle con quelle che, diciamo, mi sono cresciute sotto i piedi successivamente. Parlo, ad esempio, delle culture trentina e germanese. Tutto ciò viene amalgamato ne “La collina del vento”: la famiglia Arcuri è una sorta di rondine albina, lotta contro i soprusi e l’illegalità legandosi a valori antichi, sacri. Queste famiglie esistono ancora oggi in Calabria e sono il simbolo della lotta contro la ‘ndrangheta”.