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    Storie di calabresi lontani da casa – Umberto Boccioni

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    di Damiano Praticò – Umberto Boccioni, uno dei principali interpreti del Futurismo italiano, nacque a Reggio Calabria il 19 ottobre 1882 da genitori provenienti da Forlì e

    trasferitisi in Calabria.

    Nel 1888 la famiglia Boccioni si spostò a Padova e, pochi anni dopo – nel 1897 – a Catania, città in cui il giovane Umberto si diplomò all’Istituto Tecnico. Ai piedi dell’Etna, inoltre, egli iniziò la collaborazione con alcuni giornali locali.

    Nel 1901, Boccioni si trasferì nella Capitale per frequentare lo studio di un cartellonista. A quest’epoca risalgono i primi contatti con Gino Severini ed il pittore divisionista Giacomo Balla, dal quale sia lui che Severini si allontaneranno molto presto. Soggiornò a Parigi per la prima volta nell’aprile del 1906, trasferendosi poi in Russia pochi mesi dopo. Tornato in Italia, si stabilì a Padova per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Venezia. In seguito, si diresse nuovamente in Russia fermandosi, però, a metà strada: a Monaco di Baviera. Al ritorno dalla verde Germania, cominciò a fare quello per cui sarebbe passato alla storia: dipingere, sperimentando, tra l’altro, nuovi tentativi nel campo dell’incisione.

    Al fine di scardinare i vecchi e tradizionali retaggi della vita artistica italiana, Boccioni scelse come meta Milano, unica città – secondo lui – ad essere dinamica ed intraprendente dal punto di vista culturale ed artistico. Qui conobbe Romolo Romani e Gaetano Previati, dal quale ricevette una prima influenza simbolista.

    Dopo che Marinetti pubblicò sul ‘Figaro’ il primo manifesto futurista, Boccioni si avvicinò al Movimento e sottoscrisse nel 1910, insieme a Carlo Carrà, Luigi Russolo, Severini e Balla, il “Manifesto dei pittori futuristi” e il “Manifesto tecnico della pittura futurista”. Il reggino divenne il massimo esponente dell’avanguardia italiana, sviluppando un linguaggio artistico autonomo. E tra una “Serata futurista” e l’altra – incontri che sfociavano quasi sempre in risse dettate dall’ideologia pre-fascista del futurismo italiano – Boccioni organizzò numerose mostre, da lui stesso allestite, in varie capitali europee: Parigi, Londra, Berlino e Bruxelles.

    Contemporaneamente, scrisse il “Manifesto della scultura futurista”, scolpì e dipinse la serie delle opere dinamiche, tra cui il suo capolavoro “Forme uniche della continuità nello spazio” (1913), oggi raffigurato sulla moneta da venti centesimi di euro. Nello stesso anno, avviò la collaborazione con la rivista fiorentina “Lacerba”.

    Alle soglie del primo conflitto mondiale, gli intellettuali futuristi aderirono in massa alla corrente interventista. Cosicché, quando l’Italia entrò in guerra nel 1915, Boccioni e molti altri suoi colleghi si arruolarono da volontari e partirono per il fronte. L’incontro-scontro con “la sola igiene del mondo” – come definì Marinetti il ruolo storico della guerra – fu frustrante per Boccioni. Dentro le trincee, egli coniò l’equazione “guerra uguale insetti più noia”.

    L’artista reggino morì in modo del tutto accidentale il 17 agosto 1916 cadendo da cavallo durante un’esercitazione militare a Chievo, frazione di Verona.