
Ginzburg: Raf Vallone era tutto questo.
Nato a Tropea, provincia di Vibo Valentia, il 17 febbraio 1916, crebbe a Torino dove i genitori si erano trasferiti dalla lontana Calabria. Nella città della Mole mosse i primi passi da attore per poi trasferirsi a Roma e proseguire la sua carriera nella capitale. Giuseppe De Santis fu il suo maestro; fu lui, infatti, a volerlo nella parte del militare in “Riso Amaro” del 1949. Muscoloso, occhi chiari e volto buono, Vallone piacque al cinema neorealista di “ultima fase”: Pietro Germi lo volle ne “Il cammino della speranza” del 1950, De Santis lo riprese l’anno dopo in “Roma ore 11”, Mario Camerini lo ingaggiò per “Gli eroi della domenica” del 1952, ancora De Santis lo volle nel 1960 per il suo “La garconniere”.
La vera notorietà, comunque, fu raggiunta nel 1953 con “Teresa Raquin” di Marcel Carnè, insieme a Simone Signoret. Il francese impeccabile – era di casa a Parigi, dove frequentò Sartre, Picasso e Albert Camus – il mimetismo e il fascino da seduttore lo misero in evidenza agli occhi di registi come Dellanoy e Bardem. Furono loro a guidarlo verso la consacrazione.
Proprio a Parigi interpretò a teatro “Uno sguardo dal ponte” di Arthur Miller. Sidney Lumet lo volle nel 1962 per adattare lo spettacolo al grande schermo: il suo bacio a Jean Sorel scandalizzò l’opinione pubblica internazionale. Vallone divenne l’astro nascente del divismo italiano accanto a latin lover come Marcello Mastroianni. Senza rinunciare al teatro – sua prima vera passione – ed adattandosi ai meccanismi dello show business, si plasmò quale caratterista – a differenza di Mastroianni – invece che vero e proprio “mattatore”. Tale scelta è evidente in film quali “Lettera al Cremlino” (1970) di John Huston, “Il cardinale” (1963) di Otto Preminger, “Cinque per la gloria” (1964) di Roger Corman.
Lavorò anche con Sofia Loren in “Il segno di Venere” di Dino Risi e con Gina Lollobrigida in “Cuori senza frontiera” di Luigi Zampa. A teatro fu con Peter Brook in “Tommaso Moro” e “Desiderio sotto gli olmi” di Eugene O’ Neil.
Per l’amato teatro perse addirittura un occhio in un incidente di scena. Amava moltissimo l’Italia e la sua Tropea. “Siamo di fronte” – diceva – “ad un individualismo cieco e aggressivo nella vita politica come in quella sociale. Anche per noi attori sembra di esser tornati all’epoca in cui ci negavano la sepoltura in terra consacrata. Eppure non desidero fuggire lontano: amo troppo il mio paese”.
Accanto al cinema ed al teatro, Vallone coltivò altre due immense passioni: il calcio ed il giornalismo. Cresciuto nel settore giovanile del Torino, esordì in serie A nella stagione 1934-35 vincendo la Coppa Italia nello stesso anno. Accumulò 25 presenze in serie A: la cocente sconfitta nella finale di Coppa Italia nel derby contro la Juventus del 1938 lo spinse ad abbandonare la carriera sportiva per dedicarsi al giornalismo.
Fu, infatti, redattore capo delle pagine di cultura de “L’Unità”, ma non s’iscrisse mai al PCI a causa delle sue critiche allo stalinismo. Fu, inoltre, anche critico cinematografico per “La Stampa”.
Morì il 31 ottobre 2002 a Roma all’età di 86 anni. Dopo i funerali, svoltisi nella Chiesa degli Artisti in Piazza del Popolo, le sue ceneri vennero trasferite in Calabria.
Nella sua Tropea.




