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    Storie di calabresi lontani da casa – Giovan Battista Falcone, il braccio destro di Carlo Pisacane

    Giovan_Battista_Falcone
    di Damiano Praticò – Giovan Battista Falcone fu uno dei massimi protagonisti di quella disastrosa spedizione antiborbonica, comandata dall’eroe risorgimentale Carlo Pisacane,

    che sarebbe passata alla storia

    come “spedizione di Sapri”. Era il 1857.

    Nato ad Acri, oggi provincia di Cosenza, il 23 ottobre 1834, fu indirizzato alla carriera ecclesiastica dai genitori – il padre, Angelo Salvadio, era un facoltoso proprietario di piccola nobiltà – con l’iscrizione al collegio italo-greco di S. Demetrio Corone. L’istituto, tuttavia, era diventato, in quegli anni, un grande centro di irradiazione degli ideali risorgimentali e giacobini. Enfatizzato dalla orrenda repressione della spedizione dei fratelli Bandiera in Calabria – nel 1844 – il ribellismo dei giovani calabresi cominciò ad assumere tratti sempre più antiborbonici e filomazziniani, anche se ancora privi di concretezza politica.

    Il presunto sovversivismo del collegio di San Demetrio convinse il padre di Falcone a trasferire il figlio in un altro seminario: a Bisignano. Era, però, il 1848, l’Anno delle Rivoluzioni. Le insurrezioni di Reggio Calabria e Messina, nell’agosto-settembre 1847, erano appena state sedate: ancora una volta con la violenza. Il breve esperimento costituzionale di Ferdinando II di Borbone stava per morire dopo breve vita. I fermenti politici contagiarono anche gli ambienti più sperduti. Anche Bisignano. Il giovane Falcone fu sorpreso a sventolare un tricolore inveendo contro i tiranni: fu espulso d’urgenza ed inviato a completare gli studi a Napoli, nel seminario di S. Carlo all’Arena. Non restò a lungo nemmeno qui: scovato a leggere scritti “poco educativi”, scappò e fece ritorno ad Acri.

    Nel 1856 Falcone si traferì a Napoli. Nella capitale del Regno, entrò in contatto con gruppi di studenti calabresi di chiara matrice antiborbonica. Essi facevano capo a Giuseppe Fanelli, responsabile del locale comitato segreto mazziniano, e spesso si riunivano proprio a casa di Falcone per cospirare contro il regime di Ferdinando II.

    Falcone non aveva dubbi: bisognava uccidere il re. L’8 dicembre, tuttavia, uno degli studenti calabresi – Agesilao Milano – venne arrestato ed essendo molto probabilmente a conoscenza del progetto regicida di Falcone, “bruciò” il piano del patriota di Acri. Per sottrarsi alla polizia, Falcone dovette imbarcarsi e scappare a Malta.

    Il periodo maltese segnò per Falcone il passaggio dalla prematura logica del regicidio alla costruzione di un concreto sistema operativo di cospirazione. Ritrovatosi a fianco di Nicola Fabrizi proprio mentre, all’inizio del 1857, si innescavano i preparativi per la spedizione di Carlo Pisacane, Falcone non esitò ad appoggiarla fin dal primo momento, nonostante le grandi difficoltà organizzative. La riunione del comitato mazziniano del 4 giugno 1857 fissò per il 10 dello stesso mese l’inizio della spedizione, poi spostato al 25 per dar modo a Pisacane di essere di persona a Napoli.

    Il 25 giugno 1857, Pisacane, Falcone, Giovanni Nicotera – anch’egli calabrese, di Sambiase – ed altri 22 compagni s’imbarcarono a Napoli sul piroscafo “Cagliari”. Impossessatisi della nave durante il viaggio, gli insorti furono graduati dallo stesso Pisacane in base alle loro competenze: Falcone divenne Maggiore.

    A Ponza gli insorti liberarono più di 300 detenuti. Falcone si distinse nell’assalto alla prigione, ma restò perplesso al momento della liberazione di molti detenuti comuni e non politici. L’impresa, a suo parere, non ne avrebbe tratto alcun contributo utile. Effettuato lo sbarco a Sapri e constatata l’assenza del sostegno armato promesso dal Comitato napoletano, si trovò ancora una volta in disaccordo con Pisacane rispetto alla direzione da intraprendere: per Falcone, bisognava deviare verso la Calabria ed evitare la penetrazione nella zona del Cilento. Era l’unico modo per sottrarsi ad una sorte atroce.

    Falcone non fu ascoltato. Il 2 luglio 1857, dopo lo scontro del giorno prima a Padula, gli uomini di Pisacane, avvistati nel Vallone dei Diavoli presso Sanza, furono massacrati dalle guardie urbane, aiutate dai forconi del popolo inferocito.

    Pisacane e Falcone, per sfuggire alla violenza degli assalitori – anche se la storia non è chiara su questo punto – scelsero la via del suicidio. Si spararono con le loro pistole.

    Il corpo di Falcone, subito bruciato, non fu più trovato.

    Non aveva ancora compiuto 23 anni.