• Home / RUBRICHE / Calabresi lontani da casa / Storie di calabresi lontani da casa – Enrico Granafei

    Storie di calabresi lontani da casa – Enrico Granafei

    granafei_enrico
    di Damiano Praticò – Enrico Granafei è un chitarrista ed armonicista cosentino di fama internazionale. Vive da anni negli Stati Uniti, a Montclair (New Jersey), dove possiede

    un “ristorante musicale”: il Trumpets Club Jazz & Restaurant.

    Diplomatosi al Conservatorio dell’Aquila nel 1976, comincia la sua carriera a Roma per poi trasferirsi in Germania dove trascorre due anni insegnando ed esibendosi come chitarrista classico. Tornato a Roma nel ’79, diventa armonicista jazz dopo aver ascoltato il grande Toots Thielemans, famoso, tra l’altro, per la sua performance nel film “Un uomo da marciapiede”. Granafei lavora un anno nell’orchestra di Pippo Caruso per una trasmissione tv condotta da Pippo Baudo, ma in seguito decide di emigrare definitivamente: New York è la sua destinazione. Nella Grande Mela entra in contatto con il jazz americano esibendosi in storici locali musicali statunitensi: Blue Note, Birdland, Visiones, Bottom Line.

    Nel 1989 decide di iscriversi alla Manhattan School of Music. Dopo due anni conseguirà un “masters degree” in jazz come unico studente del suo maestro, Toots Thielemans, nonché unico armonicista nella storia dell’istituto ad aver conseguito tale titolo di studio. Da armonicista ha avuto l’occasione di suonare con Paquito d’ Rivera, Claudio Roditi, Ted Curson, Eddie Gomez, Marc Johnson, Richie Cole, Eliot Zigmund, Adam Nussbaum, Fred Hersch, Joe Diorio. Da chitarrista continua la sua attività con Carlo Barone, esperto di musica ottocentesca.

    Poliedrico nelle sue composizioni, Granafei mescola vari generi musicali – canzoni napoletane, musica brasiliana e tanti altri – creando melodie originali ed innovative. L’esperimento più affascinante, tuttavia, è sicuramente la creazione di testi in dialetto cosentino. Alla sua Calabria ed alla sua città, infatti, Granafei è profondamente legato – mantiene un forte sodalizio artistico e personale con Totonno Chiappetta – nonostante trent’anni di emigrazione. A testimonianza di ciò, la creazione di un intero repertorio di canzoni in dialetto cosentino. A proposito ha detto scherzosamente: “A volte, alcune persone, dopo aver cantato in dialetto, si avvicinano e mi chiedono se ho cantato in portoghese. E no! D’altronde, sanno pure che sono italiano!”.

    “Il rapporto con la mia città” – ha proseguito – “è estremamente importante e questo l’ho capito semplicemente dopo alcuni anni di America. A un certo punto, dopo essere andato negli Stati Uniti per la mia passione verso il jazz, mi sono ritrovato a scrivere canzoni in dialetto cosentino; senza sapere come e perché, è avvenuto un po’ per magia. Questo dimostra, in primis, l’attaccamento alla mia città; un attaccamento, però, consolidato in maniera differente rispetto ad un normale emigrato che – per una specie di dicotomia – non si sente a proprio agio nella terra che lo ospita e, allo stesso tempo, non lo è più neppure nella sua terra natale. Per quel che mi riguarda, visto che torno ogni anno a Cosenza, sono riuscito a far camminare in parallelo i due luoghi: la Cosenza che amo non è quella del mio liceo, ma quella di adesso, con tutti i suoi personaggi e tutte le cose che vi succedono”.

    A Cosenza però, Granafei, quando torna, non ritrova la sua famiglia. Emigrata anche quella. “Però lì, in Calabria, a Cosenza, c’è la mia casa e… il mio cuore”.