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Faccia a faccia con Bunna degli Africa Unite

26 Marzo 2011
in Artstriller
Tempo di lettura: 4 minuti
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bunna_africaunite

di Teodora Malavenda (foto di Mirella Nania) – Veterano del reggae in Italia, senza dubbio pioniere in questo genere, Bunna incomincia a suonare con gli Africa Unite (all’inizio Africa United) all’inizio degli anni ottanta, dopo

il mitico concerto di Bob Marley a San Siro. Inizialmente canta in inglese, ma con l’avvento del periodo delle Posse, la lingua nostrana prende il sopravvento perchè il messaggio si fa componente imprescindibile della musica. Capace di rinnovarsi negli anni, assieme al resto del gruppo e soprattutto al carismatico compagno di avventura Madasky, Bunna non abbandona mai le sue radici “roots reggae”. Gli Africa Unite, grazie ad un atteggiamento lontano dagli stereotipi di genere e grazie soprattutto a testi incisivi e maturi, sono riusciti a ritagliarsi ampi spazi di pubblico e di credibilità anche oltre il perimetro dei reggae lovers. Nel 2010 si propongono con “Rootz”, nuovo e ispiratissimo album che, oltre ad un suono massiccio e compatto, è caratterizzato da testi che affrontano temi come l’omofobia e la religione.  Incontriamo Bunna all’inaugurazione del nuovo punto vendita Carhartt di Reggio Calabria, dove è stato ospite d’onore alle prese con un dj set di qualità sulle note di reggae, ska e rocksteady.

Ho letto da qualche parte che hai origini calabresi.
Si mia mamma è di Platì, roba forte…(ridiamo ndr).

Questo quanto ha influito sul piano personale e sul piano artistico?
Sul piano umano sicuramente tanto. Apprezzo molto la meridionalità di mia madre, nel senso che spesso mi riconosco in questa esasperazione dei sentimenti, in questo eccesso di calore, tipico dei calabresi. Per quanto riguarda le sonorità invece, c’è un pizzico di rumore mediterraneo in “Babilonia e Poesia” (pubblicato nel 1993 ndr) dove abbiamo cantato anche un brano in calabrese (Curtaglia ndr).

Gli Africa Unite fanno musica da trent’anni. In tutto questo tempo com’è cambiata la scena reggae e come avete vissuto voi questa evoluzione?
Sicuramente è cresciuta. Quando abbiamo iniziato per avere dei riferimenti dovevamo guardare “fuori” dall’Italia, in Inghilterra o in Giamaica, per esempio. Oggi ci sono tante situazioni interessanti  grazie anche al lavoro di chi l’ha incominciata, non  mi riferisco solo agli Africa ma penso anche  ai Pitura Freska, ai Sud Sound System o ai festival come il Sunsplash . Ci sono stati avvenimenti forti  che hanno accresciuto l’attenzione verso il genere e hanno incuriosito il pubblico. Un pizzico di merito va anche alla tecnologia. Oggi ci sono dei gruppi che già al primo album sono tecnicamente perfetti ma purtroppo non basta. Noi abbiamo impiegato trent’anni per trasformare la passione in lavoro e oggi la difficoltà maggiore  è riuscire a farsi ascoltare. C’è poco spazio nei grandi circuiti radiofonici e televisivi perché il reggae continua ad essere considerato un genere di nicchia e nell’immaginario collettivo continua ad essere legato alla figura di Bob Marley. Ma chi lo ascolta e lo consoce sa che è in evoluzione.

Con i contenuti invece come siamo messi? Sempre più spesso ascolto delle canzoni fin troppo banali.
Oggi molti cantanti anche bravi scimmiottano i giamaicani e cantano in patois. Sono bravissimi imitatori ma se sei in Italia devi comunicare con la lingua che ti appartiene e devi affrontare problematiche relative alla tua “realtà”. Gli Africa hanno cercato sempre di seguire questa linea.

Nel 1991 avete suonato a Negril, in Giamaica. Che ricordo hai di quell’esperienza?
Emozionante. Prima della serata abbiamo suonato in un locale, è stato una sorta di provino. Non è facile immaginare un gruppo italiano bianco che si chiama Africa Unite e va a suonare in Giamaica. Una situazione surreale che non dimenticheremo facilmente.

Nel 2010 esce Rootz, dodici inediti arricchiti da featuring interessanti (Alborisie, Mama Marjas, Mellow Mood, Patrick “Kikke” Benifei ). Come sono nate queste collaborazioni?
Con Alberto (Alborosie ndr) ci conosciamo da parecchi anni. Siamo amici da quando suonava con i Reggae National Tickets e registrava i dischi nel nostro studio. Già allora era molto talentuoso. Le altre collaborazioni sono nate sia perché apprezziamo i lavori degli “ospiti” sia perché ci sembra giusto dar loro maggiore visibilità, almeno tra il pubblico che ascolta gli Africa.

Qual è la differenza tra il pubblico italiano e il pubblico degli altri Paesi?
Fondamentalmente il numero. In Italia la gente che viene ai concerti conosce i pezzi e c’è un coinvolgimento molto forte. Però negli anni abbiamo capito che la musica parla un linguaggio universale e anche nei posti in cui non si parla inglese, come per esempio è successo a Baghdad, la gente balla e si diverte indipendentemente dalla comprensione dei testi.

Ma tu e Madaski avete gusti musicali simili?
Assolutamente no. A me piace la musica che hai ascolto questa sera ( Bunna ha tenuto un piacevole dj set di old reggae, rocksteady, ska, ndr). Madaski invece ascolta molta musica elettronica, roba piuttosto pesante che non ascolterei per più di 30 secondi. Però nel nostro progetto siamo riusciti sempre a trovare un equilibrio . Lui tende al “futuribile” e io alle “radici”. Il risultato è sempre qualcosa che piace ad entrambi.

Torniamo al discorso sui contenuti dei brani. Nel periodo delle Posse chi ascoltava e/o faceva reggae immaginava di poter cambiare il mondo. Adesso invece il reggae ha assunto un atteggiamento autoreferenziale, dove il centro del mondo è la dancehall  e si nota inoltre una spiccata tendenza all’omologazione. Nei vostri brani e nel vostro approccio ho notato sempre un certo anticonformismo…
Noi non abbiamo mai avuto la presunzione di voler cambiare il mondo. Vogliamo informare la gente sperando che oltre a  ballare e bere birra recepisca i nostri messaggi. Oggi purtroppo il sistema in cui siamo inseriti non vuole che la gente pensi. In televisione c’è il Grande Fratello, L’isola dei famosi, nella quotidianità c’è la ricarica del telefonino da fare. Ci si illude che tutto vada bene quando invece sarebbe importante recuperare un pò di spirito critico e annullare l’imperante qualunquismo che ci avvolge.

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