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“A me l’architettura non interessa. A me piace farla”. Incontro con l’architetto Fabrizio Caròla

25 Marzo 2011
in Artstriller
Tempo di lettura: 2 minuti
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carola
di Teodora Malavenda –
Architettura e cooperazione nei Paesi in Via di Sviluppo. È questo il titolo del ciclo di seminari, iniziati a gennaio e previsti fino al mese di giugno, promosso dal Dipartimento di Architettura ed Analisi della Città

Mediterranea della Facoltà di Architettura di Reggio Calabria. Ieri (24 marzo) in occasione del terzo incontro è stato ospite presso l’Aula Magna, l’architetto Fabrizio Caròla. Nato a Napoli, sembra già conoscere da bambino il suo destino: “da parte di mio padre sono quattro generazioni di ingegneri, da parte di mia madre, cinque generazioni di architetti”. A 18 anni lascia l’Italia per il Belgio. Sono questi gli anni da studente presso la Scuola Nazionale Superiore di Architettura di Bruxelles, fondata da Van De Valde. E sono questi gli anni del Bauhaus, in cui la stragrande maggioranza degli architetti ne assimila l’immagine piuttosto che il contenuto. Ma Caròla è fuori da quella cerchia. Lui ha voglia di progettare, ha voglia di contenuti e soprattutto ha voglia di viaggiare per vivere “perché viaggiare è uno dei pochi modi per conoscere il mondo”. Inizia così una vita avventurosa tra Africa ed Europa. All’inizio è la volta del Marocco, poi Mauritania, Malì, Mauritius ed eccolo  di nuovo in Italia, Francia, Spagna. Sono tempi produttivi in cui c’è sempre spazio per l’amore “mi sono sposato quattro volte ma la cosa più sorprendente è che ho avuto anche quattro suocere”. Sono affermazioni fatte con il tono di chi è cosciente di avere vissuto una vita piena ed adesso è felice di donare agli altri la sua esperienza. Caròla, l’architetto che al computer preferisce di gran lunga il foglio a quadretti, lui che quando progetta parte da zero e annulla la memoria. Nel ’72 il primo incontro con le tecniche e i materiali del continente africano e in particolare con le cupole di derivazione nubiana realizzate con l’ausilio del compasso ligneo desunto dall’esperienze di Hassan Fathy. Nel 1980 il suo primo importante progetto: un ospedale in Mauritania commissionatogli dall’Unione Europea. “Una struttura coperta con cupole basse, collegate da corridoi e ambienti destinati ai familiari dei degenti”. Da quel momento realizza un numero  consistente di lavori, riconoscibili per l’inconfondibile modo di utilizzare la cupola. “Le cupole sono strutture prive di tensione e l’assenza di tensione infonde serenità a chi le abita”. Libertà e rispetto, questi gli elementi essenziali di cui si è servito nella sua professione. “Libertà datami dal cliente, libertà datami dall’amministrazione, rispetto per il contesto in cui lavoro”, tutti ingredienti che l’architetto ha trovato in Africa dove nel tempo ha potuto confrontarsi con una realtà poco vincolante che gli ha permesso di realizzare un’architettura riconosciuta in tutto il mondo. Nel 1987 fonda l’Associazione N:EA (Napoli: Europa Africa) e solo qualche anno dopo vince il prestigioso “Aga Khan Award for Architecture”. Oggi continua a fare architettura, organizza stage in Africa portando gli studenti sul cantiere e sostiene a voce alta che non bisogna temere l’utopia, perché è realizzabile. “Anche Leonardo pensava al volo aereo e si è realizzato. Io immagino la vita nel 2111. Quattrocento ore di lavoro all’anno e poi il resto messo a disposizione per l’esaltazione della creatività. Il sistema lavorativo odierno è una follia frutto della civiltà occidentale, adesso sta a voi fare il prossimo passo e trovare nuove formule per andare avanti”.  Che sia un invito all’homo sapiens di rimettersi sul cammino dell’evoluzione?

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