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Riflessioni politiche e musicali in compagnia del Maestro Daniele Sepe

31 Dicembre 2010
in Artstriller
Tempo di lettura: 8 minuti
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danielesepecd
di Teodora Malavenda –
Eclettica, ironica e variopinta, la musica di Daniele Sepe collega e attraversa i generi, si intinge di sana e robusta militanza, talvolta esplicita, altre volte velata, e supera così gli anni ottanta,

i novanta e i primi duemila, anche se per la verità la sua vicenda artistica parte nella seconda metà degli anni settanta, mentre si diplomava in flauto al conservatorio. Un passato da turnista, poi i suoi primi lavori da solista, le esperienze con il cinema, le collaborazioni con tanti altri nomi della scena napoletana e italiana. I riconoscimenti, i premi, le soddisfazioni. La mia impressione è che il Maestro Sepe non ami particolarmente le pose e le farse da artista, ma prediliga la sostanza del suono e del messaggio, sempre chiaro anche nei brani strumentali. Impressione confermata da vari indizi, come ad esempio uno psichedelico e dissacrante curriculum vitae sul sito ufficiale (www.danielesepe.com).
Ci incontriamo direttamente nel suo territorio, in Piazza Bellini a Napoli, in una suggestiva cornice natalizia fatta di etnie, voci, odori, presepi, sfogliatelle e per l’occasione (aspettava noi) anche di neve. L’intenzione era quella di fare due chiacchiere sul suo ultimo album, Fessbuk – Buonanotte al Manicomio, ma in pochi minuti ci ritroviamo a parlare di Cuba, di repressione, del fermento studentesco di questi giorni e anche di musica. Tutto ciò sorseggiando un tè alla menta “dagli arabi”. Paga la rivoluzione!

Incominciamo con il parlare del titolo del tuo ultimo disco Fessbuk – Buonanotte al Manicomio.
Il disco è composto da una serie di canzoni che sono state tirate fuori partendo da quello che è successo sulla mia bacheca  di facebook  nell’ultimo anno. Si è discusso di argomenti vari ma alla fine riconducibili ad uno solo: cioè se è giusto ribellarsi. Rispetto a questo, politicamente (o meglio filosoficamente) parlando, una posizione per me condivisibile è quella di tanti illustri precedenti da Bakunin a Gramsci, secondo la quale ribellarsi è giusto e la legge è fatta per proteggere il potere, i potenti e chi ha il coltello dalla parte del manico. Questa cosa invece non è naturale come sembra, perché scatena un dibattito durissimo che porta ad altri problemi come, ad esempio, la “fabbrica del dissenso”, un dissenso pilotato che è quello mediatico. Il mondo così com’è non va bene e il tentativo di questi intellettuali organici è quello di dividerci in buoni e cattivi. Buono se fai una fiaccolata, cattivo se rompi una vetrina. La legge non è la giustizia. Giustizia e legge non sono la stessa cosa. Paradossalmente, quando diciamo che la legge è legge, come fa Saviano, dobbiamo accettare anche che Berlusconi si faccia le sue leggi. Qualcuno diceva: “io non accetto nessuna legge se non ho partecipato personalmente alla sua stesura”. È un concetto giusto.
Quale era la domanda quindi? (ridiamo)

Passiamo subito al discusso brano “Cronache di Napoli”. In quel pezzo proponi una visione critica del fenomeno Saviano. Molte persone che non hanno gli stessi tuoi strumenti culturali, non rischiano di essere disorientati nel dovere scegliere da che parte stare? È  meglio stare dalla parte di Saviano o è meglio non credere neppure a lui?
Per me è meglio disorientare. Orientare la gente è quello che fanno certi proprietari di giornali, anche quelli per cui scrive Saviano. C’è da chiedersi se la camorra abbia subìto un danno dalla questione Gomorra.  Probabilmente sono state colpite certe famiglie, come i Casalesi. L’attenzione si è spostata tutta su di loro, e io mi sono chiesto perché. Saviano non è poi tanto imparziale, equidistante. Spesso ha parlato di Israele come della più grande democrazia del Medio Oriente, giustificando a mio avviso quello che ancora oggi succede a Gaza. Ha detto cose dure sull’ETA , continua a dire cose su Chavez e sul Venezuela. Sostiene di richiamarsi alla lotta antimafia fatta da Almirante, dimenticandosi che quest’ultimo era un personaggio non proprio trasversale a livello politico.

Probabilmente nella lotta contro le mafie, la trasversalità può essere vista come un rischio. Si tende ad accomunare e a legittimare tutto, identificando uno stesso obiettivo, raggiungibile in tutti i modi possibili o da tutte le prospettive possibili.
Quando tu dici l’ovvio, mettendo assieme una serie di informazioni che alla gente possono sembrare cose strepitose, fornisci un servizio pessimo. Saviano non ha mai fatto nomi chiari su chi si cela dietro l’affare rifiuti in Campania. Allora sorge il sospetto che stia spingendo la gente ad allontanarsi dalla vera informazione. E’ un po’ come la pratica cattolica di chi vive nelle contraddizioni e poi si assolve in una confessione. E la Bibbia e Gomorra hanno una cosa in comune: la maggior parte di quelli che li comprano non li hanno mai letti. E’ un po’ come quando oggi si parla di Pasolini. Di sicuro avranno visto casualmente un suo film, ma ti assicuro che se lo conoscessero non sarebbero così entusiasti. Non ricordano che Pasolini nel ’68 stava dalla parte dei poliziotti, perché figli del popolo, che scrisse articoli contro la legge sull’aborto, contro i capelloni. Era uno  double face, tant’è vero che scriveva sul Corriere della Sera. È  un parallelo di quello che oggi succede con Saviano che dà consigli agli studenti scrivendo su Repubblica e non, per esempio, sul Manifesto.
La trasversalità mette d’accordo tutti, pensa a Peppino Impastato e a Paolo Borsellino, il primo militante in Lotta Continua, l’altro nel Movimento Sociale. Io non posso accettare in toto questo approccio. Musicalmente parlando, quindi, spero che i miei dischi non assomiglino mai a quelli di Jovanotti. Ricordi la canzone in cui c’erano Madre Teresa e Che Guevara nello stesso calderone? E poi è venuta fuori una generazione che non capiva un ca**o!

Parliamo della questione spazzatura a Napoli.
Situazione drammatica che non cambierà mai. Qui hanno imposto gli inceneritori perchè dovevano venderli. Il contratto  era già stato firmato anni fa, e ci sono di mezzo grosse realtà economiche. Se tu fai il nome del sergente della ‘ndrangheta non dici nulla di eclatante. Il dissenso è fondamentale. In Campania tutte le discariche sono sottoposte a tutela militare e nessuno conosce l’entità dei rifiuti che riversano. Tu capisci che ribellarsi è legittimo. Il problema dei rifiuti è un problema economico, politico, oltre che una totale inadeguatezza dei sistemi di raccolta e smaltimento.

Passiamo al disco adesso, per non rischiare di lasciarci infervorare. Come sta andando?

Non come altri mie dischi. Un po’ peggio se sommiamo la crisi discografica alla questione Saviano. Mi sono arrivati messaggi con critiche forti e le richieste di concerti sono quasi nulle. Anche  Ma l’amore mio non muore, lo spettacolo teatrale sugli anni ’70 che avrei dovuto portare in tournè, non ha avuto nessun riscontro. Adesso però parlare di Saviano in modo critico è più facile. Sei mesi fa significava offendere la Madonna.

Come è nata la collaborazione con il rapper Shaone?
Ho avuto sempre attenzione per la musica popolare, ho collaborato spesso con i 99 Posse. Del “La Famiglia” (il gruppo di Shaone, ndr) conoscevo poco. Ma quando Paolo (il nome di Shaone ndr) si è sposato con una mia amica abbiamo iniziato a frequentarci, e stando tutti e due su facebook a discutere con la gente, abbiamo deciso di prendere spunto dalle conversazioni per fare un disco. Alcune sono state riportate sulla copertina.

Ma “ El Hombre Yamamay” chi è? E’ lo stesso che dalle mie parti viene definito l’uomo succube della fidanzata?

È un amico nostro che ha  passato un periodo sentimentale terribile. La sua donna  gli aveva messo le mutande in testa e quindi Yamamay, essendo una marca di intimo, rendeva benissimo  l’idea.

Il nome di un poeta, quello di un regista teatrale e il nome di un politico.

Pavese e Brecht, Luca Ronconi e Carlo Marx. Diffido delle imitazioni!

Influenze musciali?
Jimi Hendrix, Led Zeppelin, Miles Davis, Claudio Lolli, Ivan Della Mea, i Zezi con cui ho iniziato e poi la musica classica. Quando ero giovane ascoltavo molto Bob Marley che ai tempi rappresentava un modello di comportamento sia per i testi che per la sua posizione antiproibizionista.

Nei tuoi dischi quanto c’è di intrattenimento e quanto di politicità?
Se ami la musica le due cose vanno di pari passo. Anche per un tema difficile, vedi il pezzo su Saviano, ho tentato una via di mezzo tra Frank Zappa e Led Zeppelin. Per cui non voglio fare né il jazzista che non parla nè il predicatore.

Sbaglio o a livello musicale c’è anche qualche citazione?

Si, ad esempio per il brano “Cullett’ janche” ho ripreso un pezzo dei Rage Against the Machines. Un gruppo che mi piace parecchio.

Dal punto di vista strettamente musicale, tu e Shaone come vi siete coordinati?
Lui era molto ortodosso dal punto di vista musicale. Si è divertito e ha cercato di adattarsi alle mie idee, visto che io conosco superficialmente il mondo del rap e soprattutto non sono affascinato dal campionamento. Tutto è nato in coincidenza dell’acquisto di un nuovo computer, quindi nuovi programmi e nuovi suoni che ho fatto subito ascoltare a Paolo. E così è nato “Homo sapiens”…

A proposito del brano “Homo sapiens”: tratta il tema della guerra relazionato alla storia dell’uomo?
È un brano che non parla della questione della guerra ma della questione della violenza. Ma è stata da molti percepita come la classica canzoncina contro la guerra, peraltro tema già affrontato e su cui non sentivo la necessità di ritornare. Raccontiamo la storia dell’umanità che è una storia di violenza. Non è una storia di fiaccolate che ci hanno portato alla democrazia e allo statuto dei lavoratori, come vogliono farci credere. La violenza è nata e morirà con l’uomo. Viviamo in una società violenta, soprattutto quando ti esclude e non ti dà la possibilità di lavorare. E’ violenta perché mentre noi parliamo, ci sono militari che bombardano qualche terra. Una cosa è la violenza disorganizzata (vedi gli studenti in questi giorni), e una cosa è la violenza organizzata delle istituzioni, che invece di rappresentare ordine e legalità, rappresenta la difesa di un privilegio.

Ti piace la pittura?
Mi piace quando parla a tutti. Penso a Caravaggio e a quei pittori che dipingevano nelle chiese (luogo pubblico) e le cui opere potevano essere viste anche dagli analfabeti. Se tu leggi le Pietà non nell’ottica del critico d’arte, intravedi elementi socio-politici. Quelli erano gli  anni delle rivolte contadine, era l’epoca dei grandi massacri contadini, quindi c’è un significato sotteso, un contesto di riferimento ben preciso.


E quindi cosa ne pensi di certa arte contemporanea che potrebbe apparire velleitaria o radical chic?

Il pezzo “Democratic Party” parla proprio di questo (ride). Non sono contro l’arte contemporanea, come non sono contro Saviano. Sono contro i savianisti e i consumatori di questa arte che diventa immediatamente elitaria, ostentazione di ricchezza, pretenziosa. E mentre negli anni ‘70 l’arte era provocatoria ed era contro il sistema stesso dell’arte, oggi si corre il rischio di diventare come certi politici che hanno iniziato come incendiari e poi sono finiti per essere i più feroci reazionari. L’arte di oggi non vuole parlare alla gente. Il suo obiettivo è il denaro e non trasmettere messaggi. Ecco allora che preferisco i graffitari.

Ritornando sul concetto di arte fruibile: ho visto una linea della metro con opere di arte contemporanea…

Credo che sia un investimento intelligente. Investire in un luogo attraversato dalla gente ha un senso, invece il concetto di museo o galleria è differente. Se io dovessi fare l’artista, non chiuderei mai un’ opera all’interno di una struttura, perché creerebbe esclusione.

Che seguito ha la tua musica nel ceto popolare napoletano?

La mia musica non ha seguito in nessun ceto. Mi definiscono un musicista di nicchia, ma a me non interessa. La canzone napoletana di oggi è quella dei neomelodici. La gente dei quartieri popolari ascolta testi in cui si rispecchia. “Nu latitante” per esempio è una canzone parecchio rappresentativa. Ci sono testi che descrivono realtà per noi impensabili, dove ragazze di diciotto anni hanno già figli, dove ogni famiglia ha qualcuno in prigione o qualcuno in fuga. E’ una realtà in cui si invecchia velocemente e non si ha neppure tanta fantasia o sofisticatezza musicale.

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