
di Teodora Malavenda – Si è svolta ieri negli spazi della storica Galleria Toma l’inaugurazione della personale di Bruno Donzelli, uno dei massimi esponenti della Pop Art italiana.
All’evento, ideato dalla giovane curatrice Marta Toma, ha presenziato anche l’artista che è ritornato in Calabria dopo 50 anni, e che a tal proposito ha ricordato: “Erano gli anni ‘60 quando andai a Villa San Giovanni dove in occasione di una mostra collettiva vinsi anche un premio, uno dei primi che ricevetti”. Con queste parole Donzelli saluta il pubblico presente in sala. Quello di ieri è solo il primo di una lunga serie di appuntamenti che la Dottoressa Toma ha in programma per i mesi a venire. “Il mio obiettivo è di rinforzare il debole fermento culturale che anima la nostra città. Sicuramente il mio interesse si concentrerà anche nella promozione di artisti locali con la speranza che la galleria diventi un luogo di scambio e di confronto e non un semplice spazio espositivo”.
Bruno Donzelli nasce a Napoli nel 1941. Si dedica da giovanissimo alla pittura, esponendo poco più che ventenne, nelle più prestigiose gallerie italiane degli anni ’60. Le sue opere riflettono sin da subito le novità introdotte dalla Pop Art, senza per questo risultare scontate. Sono quadri animati da colori vivaci, che propongono un linguaggio fantastico, riconducibile ad una chiave interpretativa decisamente ironica. Nel riproporre con originalità tematiche care alla storia dell’arte del ‘900, Donzelli si è guadagnato nel tempo numerosi riconoscimenti internazionali che lo hanno consacrato il “maestro della Pop Art italiana più famoso in America”.
Risponde alle nostre domande con quella verve tipica dei napoletani di cui è difficile non subire il fascino.
Che senso ha fare arte oggi?
Il secolo passato è stato un secolo saturo di avvenimenti artistici che si sono succeduti a ritmo frenetico, basti ricordare il futurismo, l’ astrattismo, il cubismo e chi più ne ha più ne metta. Io penso che tutto è stato fatto e tutto è stato visto. Oggi è molto difficile dare un senso all’arte contemporanea. I giovani si orientano verso la fotografia e le opere computerizzate ma anche quello è un discorso già vecchio. Secondo me ci potrebbe essere un ritorno al passato inteso come una rivalutazione dell’abilità manuale.
Pittura intesa come gioco, come impegno o come avventura?
La mia è una pittura molto ironica proprio perché si rifà ai grandi del passato. Se pensata come ad una mescolanza di carte della storia dell’arte del ‘900 può essere paragonata ad una piacevole attività ludica.
Se dovesse paragonare le sue opere ad un piatto culinario, cosa le verrebbe in mente?
Sicuramente dei dolci. Nei miei lavori ricorre spesso il babà o si vedono dei coni gelato che però non simboleggiano il dolce ma piuttosto sono i frammenti del mondo caotico che ci circonda.
Gli artisti che hanno maggiormente stimolato la sua fantasia?
Picasso, Kandinsky, Mirò. Tra i protagonisti degli ultimi cinquant’ anni, Rauschenberg è il mio preferito.
Lei ha viaggiato parecchio, si è confrontato con culture e realtà diverse dalla nostra. Come viene percepita l’arte italiana “oltre” i confini?
Noi abbiamo un passato storico-artistico molto forte. Abbiamo un bagaglio culturale che negli Stati Uniti non hanno ma che ci invidiano fortemente. Per un artista italiano è molto difficile avere successo oltre oceano, dove anche il processo di costruzione dell’immagine è diverso.
Che rapporto ha con Napoli?
Pessimo. Ho un rapporto di amore odio con la mia città. Basti pensare che a Parigi ho fatto una decina di personali, a Milano ancora di più, mentre a Napoli una o forse due.




