
di Teodora Malavenda – Da bambino trascorreva le vacanze in Sicilia, sua terra natale, e al ritorno era immancabile la visita ai parenti calabresi (la nonna era di Petilia Policastro). I ricordi d’infanzia del fotografo Filippo Romano sono sempre in bilico, o meglio in transito,
tra queste due regioni oggi quanto mai vicine nella sua memoria. La nostra chiacchierata si consuma davanti ad un’insalata e ad una tazza di caffè nero. A fare da sfondo un’invidiabile tramonto sullo Stretto.
Come ti sei avvicinato alla fotografia?
Dopo il liceo classico ho studiato grafica editoriale all’ ISIA di Urbino. Fondamentale è stato l’incontro con un insegnante appassionato di storia e cultura della fotografia che mi ha trasmesso l’interesse per quest’arte. Ho iniziato così a fotografare soggetti architettonici. Successivamente sono stato in Francia e poi mi sono trasferito a New York dove ho studiato fotografia all’ ICP (International Center of Photographi, ndr).
Ti rispecchi nella definizione di fotoreporter?
In realtà non credo di essere un vero fotoreporter. Nei miei lavori c’ è un approccio più documentaristico.
I miei progetti risentono della formazione ricevuta, soprattutto della street fotography.
Cos’è per te la fotografia?
La fotografia deve essere testimonianza di qualcosa e nel raccontare questo qualcosa deve suscitare delle domande per non rischiare di diventare semplice propaganda, prodotto pubblicitario, merce…
I nomi di quali fotografi?
Robert Louis Frank, William Klein, William Eggleston, Luigi Ghirri, Guido Guidi, Giovanni Chiaramonte, Alberto Giuliani. Alberto è uno dei fondatori di LUZphoto, l’agenzia di cui faccio parte.
Parliamo adesso del reportage sulla Statale 106 Jonica. So che è stato presentato alla Biennale dell’Architettura nella sezione sull’emergenza dei paesaggi italiani.
E’ un progetto che mi sta particolarmente a cuore. Mi riporta indietro negli anni, ai giorni di vacanza in cui la percorrevo con i miei genitori per andare a trovare il resto della famiglia.
Ci lavoro da tre anni insieme alla mia compagna Eva Frapiccini (anche lei fotografa, ndr).
La 106 è una strada insidiosa e interminabile. Quello che ci siamo proposti di fare è offrire una chiave di lettura diversa affinchè si possa dare un’ interpretazione di questa terra, che vada oltre gli stereotipi dell’immaginario collettivo e che racconti un territorio anche attraverso le forme che l’ uomo gli ha dato. Gli scatti ritraggono cantieri sequestrati, edifici incompleti e abbandonati, ma anche fiori e scorci del paessaggio caratteristico del sud Italia.
Nel 2007 con OFF CHINA hai vinto il premio Pesaresi Contrasto. In questo reportage racconti una nazione nell’epoca della trasformazione, una realtà al confine con il capitalismo americano. Raccontami questa esperienza.
Nel 2005 ho partecipato alla biennale di Gauangzhou e visitando la città mi sono detto che mai sarei riuscito a fare scatti in quel Paese. Invece ci sono ritornato e ho realizzato OFF CHINA. La Cina è un posto violento in cui interi isolati vengono svuotati con forza e la gente spedita nelle periferie. Molti quartieri storici vengono distrutti e al loro posto sorgono centri commerciali. Ovunque si scorgono tracce del capitalismo. Le città cinesi stanno scomparendo sotto l’impeto del modello americano. Quello che a me interessava immortalare era lo spaesamento e la solitudine delle grandi città. Il loro soccombere alla globalizzazione.
In quale direzione pensi che stia andando oggi il fotogiornalismo in Italia?
Le riviste, così come le agenzie fotografiche, stanno attraversando un periodo di forte crisi. Vivendo a Milano ti posso dire, ad esempio, che non è più la città simbolo del lavoro. Molte fabbriche stanno chiudendo e la crisi è percepibile anche nel mercato dell’arte e quindi della fotografia.
A cosa stai lavorando?
Sono sempre alle prese con tante cose e attivo su vari fronti. Sicuramente ritornerò in Calabria per proseguire il lavoro sulla 106. Inoltre mi piacerebbe riprendere il discorso della Cina perchè è una realtà emblematica che mi affascina parecchio.




