
di Teodora Malavenda – E’ uscito il 26 novembre il primo lavoro discografico di Dimartino. Il giovane cantautore palermitano si presenta sulla scena musicale italiana con il disco “Cara maestra abbiamo perso”,
(prodotto dall’etichetta indipendente Pippola Music di Firenze. Avvalendosi di collaborazioni eccellenti, come quella di Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica ndr) e di Enrico Gabrielli (ex polistrumentista degli Afterhours ndr), Antonio debutta con un lavoro dal “contenuto adulto e complesso”, pur mantenendo nella forma le peculiarità tipiche della canzone all’italiana.
“Cara maestra abbiamo perso” racconta con ricercatezza melodica mista ad un approccio apparentemente disilluso, la sconfitta storica di una generazione, quella degli anni ‘80. “Ma sarà proprio la consapevolezza di questa sconfitta che ci consentirà di credere ancora in un futuro migliore perché anche noi alla fine ce la faremo”. Così ci dice Antonio e noi vogliamo fidarci di lui.
Lo raggiungiamo telefonicamente in sala prove.
Dimartino è affiancato da altri due componenti, Simona Norato (piano e chitarra) e Giusto Correnti (batteria). Come nasce la vostra collaborazione?
Io e Giusto suoniamo insieme da dodici anni nei Famelika. Dopo una serie di vicissitudini, tra cui il concerto del primo maggio a Piazza San Giovanni, i Famelika rimangono senza chitarrista e ci ritroviamo a sperimentare un concerto in tre sfruttando le capacità musicali di Simona che, oltre a essere un’ ottima pianista, suona la chitarra molto bene. Dopo un anno di concerti come Famelica (con la “c”) il progetto ha definitivamente assunto la valenza cantautorale che volevamo avesse sin dall’inizio e così nasce Dimartino che è altro non è che il mio cognome tutto unito.
Cantante e /o gruppo preferito?
Non ho un cantante preferito. Ascolto molta musica cantautorale italiana, gruppi degli anni ‘60 e tanta musica classica.
Regista preferito?
Non c’è più nessuno all’altezza di Federico Fellini, però ricordo con nostalgia Marco Ferreri. La grande abbuffata del 1973 è uno dei film che più mi riporta all’adolescenza.
Periodo storico preferito?
I primi dieci anni del ‘900 se consideri quanto influenti siano stati per la musica e per il teatro contemporaneo e quanto ancora non era avvenuto di sconvolgente: le guerre mondiali, le dittature, l’olocausto. C’èra qualcosa che oggi si è perso: l’illusione.
“Abbiamo perso tutte le occasioni e adesso siamo carte senza identità”…canti così in “Cara maestra”. Nel brano ascolto disillusione, omologazione, sconfitta. Cosa rimane degli anni rivoluzionari a noi figli degli ’80”?
Qualche paio di pantaloni a zampa e per quanto mi riguarda la carcassa di una seicento nel giardino. Per il resto credo che la nostra generazione non abbia saputo “raccogliere” nessuna delle conquiste fatte in quegli anni. Se ci pensi è la sconfitta storica di una generazione che per la prima volta è più disagiata della precedente. Nonostante tutto sono speranzoso. Non vedo solo desolazione in giro, c’è un campo di battaglia e tanti piccoli eserciti che si stanno organizzando. Le cose miglioreranno ne sono convinto, però è necessaria la consapevolezza della sconfitta. Per questo il titolo del disco è “Cara maestra abbiamo perso”.
Sei di Palermo, una città ricca di arte e di tradizioni. Che rapporto hai con la tua terra?
Per un siciliano è difficile non essere un’unica cosa con la propria isola, anche se ne ho conosciuti molti che una volta partiti per il nord est ritornano in estate con i Suv metallizzati sfoggiando un improbabile accento Veneto. Noi siamo quelli che sono rimasti, partiamo spesso aiutati dal low cost per fare concerti, andiamo all’estero per capire cosa succede ma poi torniamo. Sempre!




