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    I Calabresi sono soli e io non so più come insultarvi

    di Giusva Branca – “Il problema del coronavirus è politico, è politico”, mi dicevano. E io ho atteso. Poi ho atteso ancora. Poi ancora e ancora. Ero certo che no, stavolta la cosa era troppo grossa per sottostare ai soliti, porcherosi, minuetti politici; ero sicuro che, finalmente, il caso della sanità calabrese avrebbe preso una piega nuova, diversa e, soprattutto, immediata.
    Sono solo un povero scemo, un illuso, un coglione, và…
    “Quando a Roma parli della Calabria si girano dall’altra parte e pisciano” mi disse qualcuno una volta e non solo era perfettamente vero, ma, cambiati i protagonisti, a Roma continuano a pisciare.
    Star qui a raccontare della situazione della sanità calabrese, della sua genesi, delle conseguenze sociali di essa, ancora prima della emergenza Covid, è esercizio non solo inutile ma vagamente offensivo e vergognoso.
    La verità, inoppugnabile, è che i Calabresi sono soli.
    Sono passati tanti giorni e non si è andati oltre lo schifo visto ovunque e targato Cotticelli/Zuccatelli.
    Loro (e Spirlì) sono diventati oggetto di gags satiriche ma nessuno ha mosso un dito.
    Nulla è stato fatto, nessun nuovo reggente è arrivato, Zuccatelli è in attesa di giudizio (politico, si intende), Cotticelli – pare con un recente passato da 007, sta indagando sulla sua sanità mentale (parole sue, ci mancherebbe…), Gino Strada si è, ovviamente rotto di stare a bagnomaria e i Calabresi continuano a morire o a rischiare la vita festeggiando come lo sbarco degli Alleati la notizia (si badi bene, solo l’annuncio) di 4 ospedali da campo, esattamente come in guerra.
    Ad oggi la sanità calabrese – già in situazione disperata – è senza una guida, i Calabresi, in piena emergenza socio-sanitaria sono soli.
    Anche Spirlì – al quale la buona volontà non fa difetto – prova a mettere pezze improbabili con ordinanze assai probabilmente illegittime per carenza, appunto, di legittimità.
    Nulla è accaduto, Conte e Speranza portano cognomi che sembrano solo la caricatura della Calabria, sempre più aggrappata a logiche di antiche baronie e a una lettura del domani che prelude al “disperato muore” di chi, appunto, “di speranza vive”.
    Per essere chiari il Governo centrale non ha mosso un dito e, come facilmente previsto, la nostra rappresentanza politica ha continuato a farsi i fatti propri, sul piano personale.
    Lo hanno fatto, tranne qualche rara mosca bianca, i nostri parlamentari e lo hanno fatto i nostri consiglieri regionali, indaffarati all’ultimo assalto alla diligenza e ad attrezzarsi per provare a garantire per se stessi un altro giro di giostra dopo quello prematuramente abortito.
    In poche parole sono già in campagna elettorale e, come accade nelle epoche di scarsa fortuna e di basso impero, essa si mette in piedi secondo il più becero clientelismo, promettendo, come già visto in questa Nazione sgangherata, una scarpa subito e l’altra solo a risultato elettorale acquisito.
    Questo è il quadro, tutto è fermo, immobile e io, voi che non vi vergognate mai, non so più come insultarvi.
    Siamo in mezzo alla tempesta su una barca piena di buchi e con un equipaggio stremato, senza timoniere… “ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”
    Ecco, la classe politica della Calabria aspira a questo; alla fine un bordello va sempre bene…