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    Viaggio nella crisi – Cervelli in fuga e crollo del sistema accademico regionale

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    Da più parti durante gli ultimi anni è giunta la proposta di utilizzare il settore della formazione e della ricerca come via d’uscita per venir fuori dal buio della crisi economica.

    In effetti la ricerca in Italia potrebbe rappresentare uno straordinario motore di investimenti. Tutti i maggiori economisti affermano che l’obiettivo da centrare è quello della qualità nella produzione, da contrapporre alle fatture dozzinali che provengono dalle tigri asiatiche che negli ultimi anni hanno quasi monopolizzato il settore dei beni di consumo.

    Con ingenti investimenti nel settore della ricerca universitaria, collegata in maniera adeguata con il mondo produttivo, si riuscirebbe nell’intento di immettere sull’asciutto ed avidissimo mercato internazionale non solo flussi di moneta sonante di provenienza pubblica,  i cui utili contribuirebbero a risollevare molte aziende oggi in difficoltà, ma anche di ottenere personale qualificato pronto a spendersi nella dimensione del lavoro altamente specializzato e capace di competere con la nuova realtà commerciale globalizzata.

    La ricerca universitaria potrebbe dunque rappresentare quel settore chiave nel quale gli investimenti hanno un ritorno in termini di mercato sia a breve che a lungo termine. Un po’ come successe con i paesi europei all’epoca della rivoluzione industriale con la costruzione della ferrovia sul Continente che riuscì a finanziare l’industria dell’estrazione e della lavorazione dei metalli pesanti, impiegare un enorme bacino di nuovi occupati e quindi di nuovi consumatori, ed infine, quando il treno iniziò a passarci sopra, trasformarsi in uno straordinario motore di sviluppo e di scambio in termini commerciali ma anche di esperienze e competenze.  Ecco la ricerca, nell’ambito dell’alta qualità, oggi dovrebbe fare qualcosa di molto simile.

    Pur con le dovute proporzioni di scala, il sistema universitario calabrese, se si esclude qualche singolo caso di eccellenza, non sembra affatto pronto ad affrontare una sfida del genere. La nostra precedente inchiesta sul mondo universitario, in tempi non sospetti, l’aveva già messo in evidenza. Il sistema universitario calabrese fa acqua da tutte le parti. E questo i cittadini, ed i giovani non fanno eccezione, sembrano averlo assolutamente compreso. La Calabria non è una Regione appetibile per gli universitari, neanche per gli stessi universitari calabresi.

    Interessante da questo punto di vista è l’analisi al dettaglio dei flussi della cosiddetta emigrazione studentesca, un fenomeno che tocca indiscriminatamente tutte le province calabresi, con valori diversi che dipendono anzitutto dal grado di sviluppo delle istituzioni di alta formazione.

    Il dato regionale già dice tutto. In Calabria abbiamo, secondo i dati di UnionCamere relativi all’anno 2010, un totale di 12.613 studenti universitari. Un bel gruzzoletto, seppure nettamente inferiore dal punto di vista numerico rispetto ai competitor delle altre regioni italiane. Di questi solo poco più della metà studia in Calabria, esattamente il 54,9%. Nella provincia di origine il 34,6% (che in termini reali  corrispondono a 4.368 studenti) e il 20,3% in province diverse dalla propria (esattamente 2.558 studenti). Tutto il resto degli universitari, ben 5.687 unità, cioè il 45,1%, studiano in altre regioni italiane. Una risorsa persa in partenza perché solo pochissimi di essi rientreranno al temine del loro ciclo di studi per immettersi nel mercato del lavoro in Calabria. Pensare di formarsi fuori e poi tornare a lavorare in Calabria è da considerarsi ormai più un’utopia che un buon proposito.

    Nel dettaglio i dati relativi alle cinque province evidenziano un trend abbastanza omogeneo.

    Significativo è ad esempio il dato relativo alla provincia di Cosenza che con un totale di 4.400 studenti rappresenta il territorio più popoloso dal punto di vista studentesco. Di questi 2.458 (il 55,9%) studiano all’Unical, solo 332 (7,5% del totale) nelle altre province calabresi e addirittura 1610 (36,6%) studiano fuori regione.

    A Catanzaro su un totale 2713 universitari solo 941 (34%) studiano in provincia, 748 (27,6%) in Calabria e ben 1024 (37,7%) fuori Regione.

    La situazione si aggrava per ovvie ragioni (non esistono strutture universitarie vere e proprie) nelle due sorelle minori tra le Province calabresi.  A Crotone su 974 universitari solo 41 (il 4,2%) studiano in provincia, 446 (il 45,8%)  in altre province calabresi e 487 (il 50%) studiano fuori Regione. A Vibo su 969 studenti solo 11 (l’1,1%) studiano in provincia, 523 (il 54%) in altre province e 435 (il 44,9%) in altre regioni.

    Particolarmente esemplare è infine il caso di Reggio Calabria dove su 3557 studenti solo 917 (25,8) studiano in provincia, 509 (14,3%)  in altre province calabresi e ben 2131 (59,9%) fuori regione.

    Aggregando i dati relativi all’emigrazione universitaria fuori regione si evidenzia che la provincia con l’emorragia più grave è proprio Reggio Calabria con il 59,9% (anche se il dato è palesemente alterato dalla particolare vicinanza con il polo universitario di Messina), seguita da Crotone con il 50%, Vibo con il suo 44,9% e poi Catanzaro e Cosenza appaiate a 37,7% e 36,6%. Ma in generale la tendenza è quella di andar via.

    Il punto è che in Calabria il lavoro non c’è. Sempre dai dati di UnionCamere si evince come i livelli di occupazione nella nostra Regione sfiorano i minimi storici. 33,4%. In Calabria lavora solo una persona su tre. Peggio di noi fa solo la Campania. E allora il ragazzo tipo che viene fuori da un liceo o anche da un istituto professionale comprende che se vuole cercar fortuna deve farlo lontano dalla sua terra. E se deve andar via per il lavoro, tanto vale che lo faccia già prima di iniziare il ciclo degli studi universitari.

    L’Università viene percepita come una sorta di anello di congiunzione tra il mondo della formazione e quello del lavoro, l’opportunità di inserimento per eccellenza. Cercare questa connessione su un territorio dove il lavoro non c’è sarebbe un investimento sbagliato per il giovane che si trova di fronte alla scelta tra restare o partire. In tanti preferiscono nei fatti andare a frequentare corsi e facoltà in aree economicamente più sviluppate sperando di rientrare in quei bacini di competenze dai quali le poche, pochissime, aziende italiane ancora in salute attingono per il personale qualificato.

    Inoltre una riflessione va fatta anche sui livelli qualitativi. E’ vero che nella nostra terra esistono taluni Corsi di Laurea e Master di eccellenza che nulla hanno da invidiare a tante Università più rinomate, ma non ci si venga a spiegare che sul piano internazionale una laurea all’Università Mediterranea di Reggio o alla Magna Graecia di Catanzaro valga quanto quella conseguita al Politecnico di Torino, all’Alma Mater di Bologna o all’Università degli studi di Padova (giusto per rimanere nel settore pubblico).

    Infine c’è da dire che le Università calabresi peccano proprio nei settori strategici dello sviluppo del territorio. Qualcosa nella pianificazione delle aree di interesse didattico deve essere andato storto. E da lì probabilmente poi derivano a cascata tutta una serie di altre problematiche evidenziate non solo dall’emigrazione dei cervelli ma anche dall’alto tasso di dispersione universitaria.

    Stando ai numeri i settori produttivi più importanti per la Calabria sono il turismo, l’agricoltura e il commercio. Che tradotti in termini accademici significano Facoltà di Economia, Scienze del Turismo e Agraria. Solo Cosenza può vantare una facoltà di Economia degna di questo nome mentre Agraria esiste solo a Reggio ed assume dimensioni abbastanza modeste. Ciò significa che gli unici settori capaci di assicurare un percorso professionale sono stati, e purtroppo lo sono tutt’ora, abbastanza bistrattati in termini gestionali accademici. A Reggio proliferano invece giusristi, architetti ed ingegneri, a Catanzaro medici ed ancora giuristi e a Cosenza politologi e comunicatori. Possibile che nessuno abbia mai pensato che se questa terra vuole un futuro economico più solido bisogna puntare sui suoi settori strategici anche attraverso la formazione di una classe dirigente competente e ben organizzata? Eppure basta solo farsi due conti per capirlo. E’ vero che questa terra è stata sfruttata e bistrattata per decenni dalle leve del potere romanocentrico e milanocentrico, ma è indubbio che a darci la zappa sui piedi siamo stati bravissimi anche da soli. La crisi economica che ha messo in ginocchio i mercati mondiali potrebbe aiutare a darci una mossa. Ma di certo è venuto il tempo per la Calabria di decidere cosa vuol fare da grande.

    (8 – continua)