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    Viaggio nel mondo universitario: lo sciopero dei ricercatori a Messina e le speranze di "Unime in Protesta"

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    di Stefano Perri
    – Il nostro viaggio inizia da Messina. Per capire meglio come vanno le cose nell’Ateneo peloritano abbiamo intervistato la giovane Irene Romeo, 24 anni,
    studentessa

    al 2° anno della specialistica in Filosofia contemporanea, che fa parte del movimento “Unime in protesta”che negli ultimi mesi si è reso protagonista di una serie di iniziative con l’intento di sensibilizzare le istituzioni rispetto ai problemi del mondo universitario.

    La cultura spesso è un indice per comprendere il tasso di democrazia e di civilizzazione di un Paese. Secondo te oggicome sta l’università in Italia?

    L’università pubblica italiana è soggetta, negli ultimi due anni in modo particolare, ad un attacco spietato da parte del governo. I tagli ai FFO imposti dalla finanziaria del 2008 e l’intrusione di soggetti privati, il 40% del Cda di ogni ateneo, all’interno del sistema di istruzione e ricerca pubblico determineranno la coartazione di quella libertà del Sapere che, invece, dovrebbe caratterizzare una società civile e democratica. Inoltre l’accesso all’istruzione sarà possibile solo per coloro che potranno permetterselo economicamente (le tasse per gli studenti saranno molto più elevate – e già da quest’anno si percepiscono gli aumenti).

    E a Messina le cose come vanno? Dalle proteste che gli studenti ed i ricercatori hanno organizzato negli ultimi giorni non sembra che la situazione sia molto diversa.

    L’ateneo di Messina sarà anch’esso travolto dalle conseguenze di questa riforma scellerata, in modo irreversibile. Basta segnalare che già oggi l’ateneo ha a disposizione, come fondi per la manutenzione delle strutture delle varie facoltà, 0 euro. Ciò significa, più prosaicamente, che l’università non è nelle condizioni economiche – neppure – di riparare un rubinetto in un bagno (qualora dovesse guastarsi). Figurarsi se ha la possibilità di finanziare la ricerca – curando, ad esempio, i laboratori o sostenendo la pubblicazione di articoli e libri. Ovviamente tutta questa situazione ha delle ricadute gravissime sulla pelle degli studenti, in primis; e questo non solo a causa dell’incapacità, per motivi economici, di questo ateneo di tutelare i bisogni primari di chi usufruisce di questa struttura ma anche perchè, mancando l’innovazione e la ricerca, l’offerta formativa è inevitabilmente più carente dal punto di visto qualitativo se non anche quantitativo (molti corsi non verranno attivati, mentre altri saranno tenuti in modo approssimativo e superficiale per mancanza di personale).

    Sembra che la questione centrale sia quella delle risorse. Ma da dove nascono i problemi dell’università in Italia?

    E’ vero che l’università italiana è vittima di problemi di baronato, clientelismo e talvolta anche di negligenza. Ma queste condizioni sono anch’esse conseguenze generate dalla crisi economico-finanziaria che, inevitabilmente, ha investito anche l’ambito universitario. La scelta del governo Berlusconi, nelle vesti del ministro Gelmini, di tagliare i fondi all’università deprivandola di 1,5 miliardi di euro – in un momento di estrema crisi delle risorse – mette in ginocchio tutto il sistema di istruzione e ricerca; di certo non risolve il problema del baronato ma, al contrario, rappresenta, essa stessa, il vero problema.

    universitamessina3Il quadro che descrivi sembra davvero disastroso. Ma essere universitari a Messina è più difficile?

    Essere universitari a Messina è molto difficile per vari motivi. Innanzitutto perchè anche Messina è una città italiana e, dunque, subisce le conseguenze dell’attuazione di politiche regressive a livello nazionale; ma Messina è anche una città del Sud Italia e di certo il fatto che la questione meridionale sia stata totalmente espunta dal dibattito politico odierno rappresenta un’altra seria ipoteca sullo sviluppo, anche del suo ateneo. Inoltre, e questo è l’aspetto più complesso che ha radici più lontane del 2008, la nostra università, nell’arco di tempo degli ultimi vent’anni, è stata soggetta ad una serie di vicissitudini che hanno portato, diversi anni fa, la Commissione Antimafia a definirla un “verminaio”: tutt’oggi una serie di inchieste pendono sulla testa dei vertici istituzionali di questo ateneo.

    Sembra che ci sia una parte cospicua di studenti e ricercatori che proprio non si rassegnano alla riforma Gelmini. Qual è il problema principale?

    Mentre nel resto del mondo occidentale si risponde alla crisi finanziando il sistema di ricerca e istruzione pubblico, la Gelmini ha scelto di tagliare i fondi. Questo determinerà l’impossibilità per gli atenei di sostenere le spese necessarie, lo scadimento della qualità dei corsi e della complessiva offerta formativa, e, infine, l’ombra dei privati che incombe sul sistema pubblico non permetterà l’autonomia della Ricerca poichè ogni scelta, nelle università, verrà subordinata alle esigenze di mercato.

    Come si organizzano gli studenti per contrastare la riforma?

    Stiamo tentando, da circa un mese, di portare avanti una protesta che innanzitutto sia solidale con quella dei ricercatori (della quale condividiamo totalmente i motivi) e che oltre a gettar luce sulla verità tragica di questa riforma sia anche capace di saldare le istanze del movimento universitario con quelle del movimento dei lavoratori – i quali anche, ad oggi, stanno ingiustamente pagando il prezzo di questa crisi.

    L’Ateneo di Messina è scosso da una serie di iniziative che investono più o meno tutte le facoltà. Cosa sta accadendo in questi giorni?

    Abbiamo organizzato una serie di assemblee (fino ad ora nelle facoltà di scienze mmffnn, lettere e filosofa, veterinaria e farmacia, economia e medicina) e contiamo di continuare ad organizzarne altre nelle facoltà che fino ad ora non hanno partecipato alla protesta, o che vi hanno partecipato in modo più marginale. Dopodiché sicuramente il 17 novembre saremo in piazza a manifestare per la “giornata dello studente”. Ma prima di quella data, in accordo con i ricercatori, tenteremo di organizzare iniziative all’aperto (lezioni, e vari momenti assembleari) capaci di dar voce in modo più incisivo alla nostra protesta.
    Cosa c’è in programma per i prossimi mesi?

    Non abbiamo ancora definito un vero e proprio programma, per la nostra protesta: tutto dipenderà dai prossimi sviluppi riguardanti l’approvazione – o meno – del ddl alla Camera.

    Ma è possibile che l’unico problema dell’università italiana sia la proposta della Gelmini? Ci sono altre situazioni che gli studenti vogliono denunciare?

    I problemi nel mondo universitario non hanno origine esclusivamente nell’ultima riforma, quella della Gelmini. Oltre ai problemi già menzionati sopra, il sistema dei crediti, ad esempio, è antecedente alla riforma Gelmini ma, secondo me, quando è stato approvato, ha rappresentato un momento di regressione per l’università pubblica italiana.

    Rispetto a ciò che non va sembra che gli studenti abbiano le idee abbastanza chiare. Ma in mezzo a tanti no forse ci vorrebbe qualche si. Qual è la tua proposta alternativa?

    L’investimento, e non il taglio, di risorse e finanziamenti all’università pubblica; perché lo sviluppo di un Paese dipende principalmente dallo sviluppo della sua cultura – realizzabile, appunto, solo se si investe in innovazione e ricerca.

    Sembra semplice detta cosi. Tu sei ottimista?
    Diciamo che l’ottimismo non è una categoria con cui credo sia possibile imbrigliare quell’insieme di emozioni, sensazioni e aspettative che caratterizzano l’attivismo di una giovane universitaria impegnata in una protesta politica. Posso dire che sicuramente mi dona e mi donerà speranza veder crescere questo movimento, fino a travalicare i confini delle mura accademiche.

    3 – CONTINUA…