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    Traffici di rifiuti tossici: lo spiaggiamento della “Rosso” – terza parte

    jolly_rosso_3di Anna Foti

    Navi inghiottite negli abissi dei nostri mari o spiaggiate sulle nostre coste. Porti trasformati in strategici crocevia di traffici illeciti. Rotte internazionali che, sacrificando la salute dei mari, dell’ambiente e della popolazione, agevolano l’ingresso di armi al prezzo del deposito di rifiuti tossici e radioattivi sul fondo dei nostri mari o in discariche opportunamente nascoste e abusive. Nasce per fermare tutto questo il Comitato per la Verità, promosso

    da Legambiente e insediatosi a Montecitorio lo scorso novembre per interrogare la politica sui misteri che intanto continuano ad avvelenare l’ambiente. Un intreccio di interessi che estende i propri tentacoli anche oltre i confini nazionali per interessare rapporti con paesi africani. Una pista di indagine pericolosa, la cui piena attendibilità è stata drammaticamente avvalorata dagli omicidi della giornalista del tg3 Ilaria Alpi e del collega operatore Miran Hrovatin, di recente qualificati dagli inquirenti come omicidi espletati su commissione, consumatisi a Mogadiscio nel marzo del 1994.

    Vicende giudiziarie complesse che interessano numerose procure in tutta Italia. Anche la Calabria al centro di questi traffici, in cui è fortemente probabile il coinvolgimento della ‘Ndrangheta. A testimoniare che anche i mari della Calabria potrebbero essere stati complici incolpevoli di tali traffici, due episodi in particolare: l’affondamento della motonave Rigel al largo di Capo Spartivento (Reggio Calabria) nel settembre del 1987 e lo spiaggiamento della ex Jolly Rosso nel tratto di costa compreso tra Amantea  e Campora San Giovanni (Cosenza) nel dicembre del 1990, questo solo al vaglio degli inquirenti di Paola. Dopo tutto ciò, nel dicembre del 1995, anche la tragica e improvvisa morte del comandante della Capitaneria di Porto, Natale De Grazia, elemento di spicco del pool investigativo Ecomafie della Procura di Reggio Calabria, insignito della medaglia d’oro al Valore Civile nel 2004 e destinatario dell’intitolazione di un premio studio della Lega Navale Italiana proprio nei mesi scorsi. In particolare la procura di Paola, prosegue con le indagini in cui è coinvolta la società di Ignazio Messina, proprietaria della ex Jolly Rosso, imbarcazione arenatasi quasi venti anni fa sul litorale tirrenico – cosentino nel tratto di costa compreso tra Amantea e Campora San Giovanni.

    Secondo l’inchiesta pubblicata su L’Espresso la nave aveva trasportato nel 1989 duemila tonnellate di uranio dal Libano a Porto Marghera, dove poi questo rifiuto radioattivo, nonostante gli altissimi rischi ambientali, era stato ugualmente smaltito. L’indagine della procura di Paola, avviata nel 2004 dopo le parentesi di Reggio Calabria e Lamezia Terme, ha fatto seguito anche alle dichiarazioni di un pentito che riferisce delle cosiddette “Navi a perdere” utilizzate dalla criminalità organizzata per smaltire rifiuti scomodi. Pur avendo individuato le discariche abusive di Grassello (Amantea) e Foresta (Serra d’Aiello), dove si presume sia stato interrato il carico di rifiuti trasportato dalla motonave Rosso, l’inchiesta giudiziaria approda al capo di imputazione rubricato come abbandono di rifiuti in suolo pubblico. Sebbene, infatti, sia stato fugato il dubbio di contaminazione radioattiva delle acque del cosentino, rimane da chiedersi come mai, in quel bacino territoriale privo di fabbriche inquinanti, il numero di persone affette da tumori e forme di leucemia continui ad essere in forte aumento. Nessuna risposta è seguita, inoltre, alle continue sollecitazioni del Comitato per verità sulla ex Jolly Rosso in merito ad un’opera di bonifica delle aree sospette. La tossicità dei rifiuti che potrebbero esservi depositati attende ancora di essere appurata da questa attività di bonifica, non ancora espletata dalla Regione Calabria che aveva programmato uno studio preventivo dei siti alla fine della scorsa estate. Dall’esito di questo studio potrebbe dipendere uno degli epiloghi della vicenda giudiziaria, il cui capo di imputazione potrebbe mutare da abbandono di rifiuti in suolo pubblico a disastro ambientale. Al momento l’indagine coordinata sostituto procuratore di Paola, Francesco Greco, infatti non attiene ai rifiuti che sarebbero stati depositati abusivamente nelle discariche, ma ai resti della motonave ancora non rimossi dalla società Messina. Troppe incognite, nessuna risposta precisa in merito ad una vicenda che forse potrebbe classificare la Jolly Rosso come una della “navi a perdere” mancate. Intanto, nel 2005, il ritrovamento ad una profondità di 400 metri, a 4-5 miglia dalla costa di Cetraro, di un‘imbarcazione lunga un centinaio di metri e larga una ventina. Poi un altro corpo estraneo, assente nelle carte nautiche del 1992 e poi riapparso in quelle del 1993 sotto la denominazione di relitto misterioso, lungo circa 126 metri sarebbe stato rinvenuto poco tempo dopo a largo di Belvedere ad una profondità di 500 metri. Mentre sono state oltre cinquanta le navi affondate nel Mediterraneo nel decennio 1980/1990, cresce il sospetto di un traffico che si servirebbe dell’interramento in zone segrete e nascoste della Calabria e dell’affondamento di navi per smaltire rifiuti nocivi. Un traffico che sembra coinvolgere anche altre zone del Sud Italia come è emerso dalle dichiarazioni, sempre richiamate dall’inchiesta giornalistica pubblicata su L’Espresso, di un pentito della ‘Ndrangheta. Una criminalità, dunque, di chiaro stampo mafioso che, nel caso della ex Jolly Rosso, si inserisce in un contesto, quale quello di Amantea, il cui alto livello di infiltrazione è stato proprio recentemente oggetto di indagine. Nelle scorse settimane tornata alla ribalta l’operazione denominata Nepetia che ha messo in luce l’alleanza che i clan Gentile e Muto avrebbero stretto per gestire la raccolta di rifiuti nella zona dell’alto tirrenico – cosentino. Senza dimenticare la commissione d’accesso insediatasi sempre verso la fine di gennaio di quest’anno presso il Comune di Amantea per far luce sulla gestione del porto della cittadina cosentina. Purtroppo i segni di questi traffici potrebbero essere molti di più. Basti pensare alla recente denuncia di Angelo Surace, sindaco di Cosoleto, comune aspromontano in provincia di Reggio Calabria, secondo la quale il numero alto di tumori contratti dalla popolazione di quel territorio sarebbe ascrivibile alla presenza di fattori inquinanti. Non dimentichiamo che all’epoca dell’indagine coordinata dal procuratore reggino Francesco Neri, poi archiviata nel 2000, che aveva accertato il legame tra lo spiaggiamento della ex Jolly Rosso e l’affondamento della Rigel al largo di capo Spartivento, emerse un nesso tra i traffici di armi destinati alle ‘ndrine aspromontane e gli inabissamenti di navi e le operazioni di interramento. Ma allargando lo sguardo ad altre regioni limitrofe, non solo il traffico di armi sarebbe la contropartita del deposito di veleni negli entroterra. Anche a Potenza, infatti, un’inchiesta condotta dal procuratore Nicola Maria Pace e dedicata al traffico illegale di plutonio, è stata favorita dalle dichiarazioni di un pentito della ‘Ndrangheta che conosceva i luoghi esatti del deposito dei fusti radioattivi. Un traffico tra Italia e Iraq su cui ha tentato di far luce la voce coraggiosa del docente barese Angelo Chimienti, impegnato per svelare i retroscena del nucleare. Decisiva anche la figura del professore istriano Giulio Brautti, progettista delle ultracentrifughe per la produzione di uranio. Entrambi morti in circostanze sospette. La sede dello smaltimento illegale sarebbe stato il centro Enea-Sogin della Trisaia di Rotondella in provincia di Matera, secondo per pericolosità. Un filo oscuro potrebbe unire il destino dei due docenti alla morte improvvisa del capitano De Grazia che aveva fatto tappa a Matera per incontrare il procuratore Pace, proprio nel dicembre del 1995 in quell’ultimo viaggio verso La Spezia per interrogare l’equipaggio della motonave Rosso. Una matassa che si infittisce proprio mentre, con l’intento di venirne a capo, si cercano le estremità delle sue fila. Per contrastare effetti devastanti che tali veleni potrebbero continuare a causare sulla salute di persone e ambiente e per prevenire altri traffici che espongano a tale rischio la nostra e altre regioni, è necessario un impegno congiunto di politica, magistratura e informazione. Ma forse ancor prima è necessaria la volontà di fare chiarezza. Il comitato per la Verità nasce proprio per sollecitarla.