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    Quando i rifiuti possono uccidere: a caccia della “Rigel” tra inconfessabili traffici -prima parte-

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    di Gianluca Del Gaiso 

    << Latitudine 37° 58’ N – Longitudine 16° 59’ E >>. Per i non addetti ai lavori: 50 km a Sud di Reggio, a 20miglia S/E da Capo Spartivento. “E’ qui che troverete la Rigel”. Parola del consigliere comunale reggino, Nuccio Barillà. Membro del direttivo di Legambiente e soprattutto del neo Comitato per la verità che vede ormai da tempo, insieme al lavoro: magistrati, politici, giornalisti, familiari delle vittime. Tutti accomunati dall’unica volontà

    di portare alla luce “dagli abissi dove sono affondati quei relitti”, la verità. Un mosaico complesso e oscuro mai chiarito completamente che vede al centro dell’inchiesta coordinata da Legambiente i traffici di rifiuti tossici internazionali attraverso le acque del Mediterraneo e nello specifico di quelle italiane. Barillà nel suo intervento pubblicato dal periodico dell’associazione ambientalista “La nuova ecologia”, parte proprio dalla vicenda della Rigel. La nave battente bandiera maltese salpata da Marina di Carrara ad inizio settembre del ’97 (era il 9 del mese) e diretta all’isola di Cipro dove sarebbe dovuta arrivare in poco meno di una settimana. In quel porto non l’avrebbero mai vista ormeggiare. In mare per oltre dodici giorni, nonostante condizioni meteorologiche ottimali, scomparirà definitivamente da tutti i radar il 21 settembre. Dieci ore di “agonia” come spiegherà poi alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il giudice reggino, Francesco Neri. A lungo in prima fila nell’inchiesta su un presunto traffico si sostanze radioattive. "Incredibile a dirsi"- continua Nuccio Barillà- “nessuno sembra accorgersi di nulla. Nemmeno un segnale di SOS viene lanciato dalla nave Rigel nonostante la rotta sia tra le più frequentate. Le cronache racconteranno che sarà poi una nave battente bandiera Jugoslava a salvare i suoi marinai, sbarcandoli a Tunisi. Badate bene in Africa e non in porti come Catania o Siracusa decisamente più vicini”. Alla fine scompariranno anche i membri dell’equipaggio. Capitano compreso che a quel punto denuncia sì il naufragio della nave, ma dando coordinate errate”.

    Dubbi, tanti dubbi, andando a spulciare fra le carte. Ma la cosa più inquietante di quella nave fantasma “è proprio il carico”. Sconosciuto ma “sospetto”, come reciterà la relazione della commissione d’inchiesta. Se da un lato si parla di “organizzazione del sinistro per lucrare sui premi assicurativi”, dall’altra allo stesso tempo “non sembra potersi escludere che alcuni caricatori consapevoli abbiano caricato anche prodotti e rifiuti pericolosi”. Il pensiero, continua Barillà, va a quei blocchi di cemento messi a bordo prima del naufragio. Il timore è che al loro interno qualcuno abbia nascosto rifiuti tossici. La Rigel aveva preso il mare nel suo ultimo viaggio, solo ed esclusivamente per essere affondata. Per scomparire definitivamente. Lei e il suo carico. Da qui l’inchiesta e la memoria riportano velocemente ad altri fatti e volti. Ma anche alcune conferme importanti a quelle ipotesi che vogliono proprio al largo di Capo Spartivento il relitto affondato della nave. In primis, quegli accertamenti effettuati all’epoca, spiega Barillà, dal Capitano di Corvetta, Natale De Grazia. Riscontri effettuati anche attraverso l’Istituto Oceanografico Mondiale che dimostrerebbero come l’unica nave ad affondare in quel 21 settembre dell’87 fosse proprio la Rigel. La cronaca aggiunge poi che a morire “in circostanze misteriose” il 13 dicembre 1995 sarebbe stato proprio il Capitano De Grazia, durante un viaggio verso La Spezia. All’epoca stava conducendo delle indagini sui traffici di rifiuti tossici. Alla sua memoria, l’ex Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, avrebbe poi dedicato una medaglia all’onore “per l’acume con cui portò avanti il suo lavoro al prezzo di un grande sacrificio, nonostante pressioni ed atteggiamenti ostili”.

    L’ombra della criminalità organizzata aleggia su queste pagine di una storia recente. Nessun riscontro oggettivo sul caso specifico, “ma lasciano pensare le parole dell’ex Procuratore della Repubblica di Reggio, Antonio Catanese, quando in merito alle dichiarazioni di alcuni pentiti di ‘ndrangheta nell’ambito di un’indagine su possibili interessi nel traffico dei rifiuti, dice <<Gli elementi probatori acquisiti (…)consentono di ipotizzare che il principale indagato (…) abbia potuto affondare nel mare Jonio e nel Mediterraneo in genere, con l’avallo delle cosche reggine, circa trentadue navi>>, tra cui la Rigel”. L’inchiesta del Tribunale reggino sul caso della nave maltese è stata archiviata perché “priva di idonei elementi di riscontro”. Come “è rimasta presunta l’individuazione della località di Capo Spartivento, per la profondità delle acque, quale possibile sito prescelto per l’affondamento delle navi e dei rifiuti radioattivi”. Un vero “disegno criminoso” in cui però “mancano elementi che consentano di ricondurre in tale programma l’affondamento delle navi Rigel e Rosso”. Già, quella famigerata ex “Jolly Rosso”, arenatasi sulla spiaggia di Formichine vicino Amantea. Anche qui il caso era stato archiviato prima di essere riaperto in tempi recenti dalla Procura di Paola, sulla base di nuovi elementi raccolti. Un dato importante ma ad ogni modo, solo due nomi in quella lista di trenta “misteri sommersi” italiani su cui sta cercando di portare luce il Comitato per la verità..

    1 – continua