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    Centrale Saline, il progetto della discordia

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    di Damiano Praticò –
    Come funziona una centrale a carbone? Ma soprattutto, cosa c’è di peculiare nel disegno sia industriale sia architettonico realizzato da Progetto Sei?

    E’ necessario, dunque, analizzare dettagliatamente cosa sarebbe realizzato (e come funzionerebbe) nel sito di Saline, dal momento in cui il progetto potrebbe aver superato il complesso iter burocratico già esposto da Strill.it.
    GRANDEZZA E POTENZA DELL’IMPIANTO
    Progetto Sei prevede una centrale a carbone estesa, in totale, per 322.750 m2, di cui 135.575 asfaltati e coperti. Il volume totale degli edifici è pari a 2.853.450 m3. L’altezza della ciminiera (un’altra rispetto a quella dell’ex Liquichimica che giganteggia penosamente sui nostri orizzonti e che non ricade nell’area interessata dal Progetto) sarà di 180 m.
    L’impianto si articola in due linee gemelle, entrambe costituite da una caldaia, una turbina a vapore ed un alternatore comune: la potenza complessiva è di 1320 MWe, 660 ciascuna. Ciò consentirà di avere, grazie alla tecnologia Ultra Super Critica a polverino di carbone, un’efficienza pari al 45,5%: tenendo presente che l’efficienza dell’attuale parco produzione a carbone è circa del 33%, ciò significa un incremento dell’efficienza, in assoluto, di più del 10% che tradotto in termini relativi significa che la centrale SEI è in grado di marciare con un’efficienza superiore alle altre centrali di un terzo. Questo dato è tra i più significativi perché determina la quantità di combustibile necessaria per produrre una certa quantità di energia: a parità di energia prodotta un impianto con un’alta efficienza brucerà meno carbone. L’alta efficienza significa anche che,a prescindere dal cosiddetto sistema di trattamento fumi su cui magari torneremo con un altro articolo dedicato, bruciando meno carbone per ottenere la stessa quantità di energia anche le emissioni vengono drasticamente ridotte.
    Un altro elemento degno di nota – anche per il possibile indotto legato al Progetto – riguarda la  possibilità di utilizzare, in cocombustione, delle biomasse vegetali (preferibilmente a filiera breve, ossia di origine locale, si spera!) fino ad un 5% dell’intera potenza.
    La capacità di combustione di ciascuna caldaia è pari a 400 t/ore, mentre la capacità degli scaricatori di carbone è uguale a 1500 t/ore.
    IL PROGETTO INDUSTRIALE
    Come si trasforma il carbone in energia? E qual è il suo percorso dentro la Centrale? Innanzitutto, il carbone giunge ad essa grazie a navi carboniere che attraccheranno al porto di Saline. Il ruolo del porto è fondamentale per un impianto del genere ed indubbiamente un punto di forza del sito di Saline: grazie al pescaggio profondo potrebbero attraccare navi di grandi dimensioni, riducendo al minimo il traffico marino. Un esempio in questo caso può aiutare a capire: le centrali che affacciano sull’adriatico sono costrette a far attraccare le grosse navi al largo (o addirittura in Croazia), scaricare il carbone su chiatte più piccole per poi arrivare alle centrali: questo comporta un aumento sensibile del traffico marino. Ma per il porto di Saline non sono tutte rose e fiori: come si vede dalle pessime condizioni in cui versa oggi l’attuale struttura presenta grassi problemi di progettazione che ne provoca il periodico insabbiamento. Non a caso la Sei dichiara la volontà di investire 80 milioni per la sua rimodulazione: a questo proposito sorge qualche dubbio sulla reale efficacia di interventi spot nell’ordine delle decine di migliaia di euro fatti per aprire una breccia nel muro di sabbia che ostruisce l’imboccature e che, regolarmente, dopo poco torna ad ostruirsi completamente. Il nuovo porto legato alla centrale SEI rappresenta un piccolo progetto dentro il progetto il quale cambierà volto al porto di Saline consentendo la creazione di 400 posti barca utili al rimessaggio per privati e, soprattutto, la costituzione di una nuova banchina sul cui lato saranno in grado di attraccare navi da crociera: di sicuro un’infrastruttura degna di nota per chi parla di rilancio del turismo e di promozione delle risorse locali, a cominciare dal pentadattilo.
    Le navi carboniere attraccheranno in un molo esterno al porto da dove due scaricatori preleveranno il carbone dalle stive e lo condurranno al carbonile attraverso un sistema di nastri trasportatori. L’intero processo, dalle stive della nave al carbonile, avviene al chiuso ed in depressione, al fine di evitare qualsiasi dispersione di polveri: guardando altri impianti come questi sono pochi (ad oggi solo uno in Italia) quelli che hanno un carbonile coperto ed una movimentazione al chiuso. La capacità di stoccaggio del carbonile sarà di trecentomila tonnellate.
    Una volta giunto al carbonile, il carbone passerà in polverizzatori per la macinazione e, successivamente, nelle caldaie per la combustione. Queste ultime prelevano l’acqua dal mare e non possono rilasciarla – per legge – ad una temperatura superiore ai tre gradi rispetto alla temperatura dell’acqua prima del suo utilizzo a distanza di un chilometro dalla centrale. Quest’acqua non entrerà mai in contatto con le macchine della centrale che usano sempre la stessa, in un cosiddetto circuito chiuso: quest’acqua, una volta trasformata in vapore ed utilizzata, viene infatti ricondensata e reimmessa in circolo.
    La caldaia produce vapore a temperatura e pressione molto elevate, grazie sempre all’alta efficienza dell’impianto. Fuori di essa, sono previste diverse tecnologie impiegate per abbattere le emissioni: un denitrificatore per bloccare gli ossidi di azoto, filtri a manica per le ceneri leggere (abbattute su livelli molto più alti di quanto, ad esempio, si può riscontrare in molte metropoli), un desolforatore per abbattere gli ossidi di zolfo, già di per se molto bassi a causa del tipo di carbone impiegato che, per legge, non può avere una concentrazione di zolfo superiore all’1%.
    Sulle emissioni inquinanti e climalteranti della centrale di Saline, Strill.it dedicherà una puntata ad hoc per spiegare dettagliatamente se, quanto e come il carbone possa danneggiare l’uomo ed alterare l’ambiente. Di certo, e su questo sono d’accordo tutti, il ‘carbone pulito’ è solo uno slogan: il carbone è sempre quello, cerchiamo di capire se la tecnologia è diversa.
    Ultimo punto: la realizzazione di un elettrodotto, il quale collegherà la centrale alla Rete di Trasmissione Nazionale fino a Rizziconi: 35 km di elettrodotto la cui realizzazione aumento la complessità del Progetto.
    IL PROGETTO ARCHITETTONICO
    L’architettura del Progetto Sei è firmata da Italo Rota, il quale, insieme al paesaggista Andreas Kipar, ha voluto dar forma ad un cosiddetto parco enzimatico. Il lavoro dell’architetto rota (che da ultimo ha firmato il museo del 900 di Milano) mira a ripensare l’infrastruttura energetica immaginandolo come un oggetto in grado di inserirsi in modo aromonioso facendo propri gli elementi identitari e distintivi del territorio circostante.
    Rota e Kipar hanno inventato una sorta di parco-centrale: saranno allestiti ampi spazi verdi, giardini e boschi a cui il pubblico potrà liberamente accedere. Il carbonile sarà completamente invisibile in quanto coperto da una collina su cui sarà allestito uno spazio verde fatto di piante che verranno piantate rispettando le leggi della botanica (insolazione, irrigazione, ecc) ma che poi avvieranno un processo di “ibridazione” che porterà ad avere una vegetazione sempre diversa ed imprevedibile. Sono previsti, inoltre, un vivaio, una fornace di produzione vasi, un bosco di eucalipti. Tante zone verdi con flora intercambiabile col mutare delle stagioni.
    Dato che l’oggetto è una monumentale centrale a carbone, il colpo d’occhio sarà sicuramente importante.
    Decideranno i cittadini, poi, se nel bene o nel male.
    (3 – continua)