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    Centrale a carbone: una bugìa, una conferma, una notizia e pericolose omissioni

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    di Antonino Monteleone –
    E’ passato poco più di un mese dall’annuncio di SEI Spa che, in un comunicato, rendeva noto di avere chiesto la sopensione della procedura autorizzativa per la costruzione della Centrale a Carbone di Saline Joniche. 

    I fatti dicono che la macchina, in realtà, è ancora in moto. Ecco perché.
    Il 19 settembre, accertata la contrarietà degli enti territoriali coinvolti, la Sei Spa scriveva al Ministero per lo Sviluppo Economico, dell’Ambiente, dei Beni Culturali ed alla Regione Calabria per comunicare che “alla luce delle osservazioni emerse anche nel corso della Conferenza di servizi tenutasi in data 18 settembre ultimo scorso” la società chiede “la sospensione della procedura autorizzativa”. Questo perché – scriveva ancora la SEI – è necessaria “una ricalibratura di progetto e/o integrazioni eventualmente neessarie”.

    Che non è proprio quello che il comunicato diffuso alla stampa, accolto con gli applausi dalle associazioni e da una fetta di politica, firmato dall’amministratore delegato della partecipata elvetica, lasciava intendere. 
    Il motivo è presto detto. E’ lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico, infatti, che il giorno successivo risponde a SEI ricordando che “il procedimento in essere presso questo Dicastero è già “di fatto” sospeso, in attesa delle risultanze del procedimento di valutazione d’impatto ambientale, il cui esito positivo costituisce parte integrante e condizione necessaria del procedimento autorizzativo”.

    Lo stesso Ministero dell’Ambiente, che non ha partecipato alla conferenza dei servizi, ha comunicato che “in relazione all’istanza della Società SEI Spa, del 19/06/2008 (prot. DSA-2008-0017241 del 23/06/2008) di pronuncia di compatibilità ambientale ai sensi del D.lgs n. 152/2006 come modificato dal D.lgs n. 4/2008, (…) sono state completate positivamente le verifiche preliminari di competenza della Divisione III di questa Direzione in merito alla procedibilità della detta richiesta di riavvio del procedimento.

    Dall’accesso agli atti depositati presso il Ministero dello Sviluppo Economico, quindi, la conferma che la procedura non si è interrotta, ma la palla è passata al Ministero dell’Ambiente che dovrà pronunciarsi in sede di Commissione Tecnica di Verifica dell’Impatto Ambientale. La Sei, in modo equivoco, ha annunciato – o voluto far credere – che un progetto da 1,1 MLD di euro fosse stato appallottolato e scaraventato dentro la pattumiera al primo ostacolo concreto.

    Non è così. E la famosa delibera risolutiva (il “no” definitivo) della Giunta Regionale della Calabria, hanno spiegato da Via Molise, sede del Ministero dello Sviluppo Economico, non è ancora pervenuta.

    Dal verbale della conferenza dei servizi, infatti, leggiamo – con un po’ di stupore – che Giuseppe Graziano, in rappresentanza dell’assessorato all’Ambiente della Regione Calabria ha dichiarato che “non c’è ancora un atto formale di denegata intesa da parte della Giunta Regionale in quanto nessun soggetto aveva ancora provveduto a chiedere formalmente un pronunciamento della Regione in tal senso, pronunciamento che avverrebbe con una delibera di Giunta Regionale”.

    Che è come ammettere di non avere mai conosciuto come si sviluppa l’intera procedura autorizzativa dell’impianto ex legge 55/2002. Posto che gli atti depositati dalla Regione non bastano a qualificarsi come “no” in termini di legge.

    Il rinvio alle determinazioni della Giunta Regionale non deve essere considerato come un rinvio di merito, ma è un rinvio legato esclusivamente alla non configurabilità dell’atto depositato dalla Regione Calabria nella riunione odierna quale formale atto di intesa negativa”.

    Per questo motivo “il procedimento viene “di fatto” sospeso in attesa della VIA, a meno che la Regione non provveda nel frattempo a formalizzare la denegata intesa all’iniziativa, nel qual caso il procedimento si concluderebbe ai sensi di quanto disposto dalla legge n. 55/2002.

    Difficile, peraltro, che i 12 (dodici!) rappresentati di SEI intervenuti nella prima parte dei lavori della conferenza dei servizi del 18 settembre scorso (non avrebbero – formalmente – dovuto prendere parte ai lavori, ma hanno effettuato una sintesi del progetto da realizzare) avessero intenzione di perdere del tempo. E il tempo si traduce in quattrini. Una montagna di quattrini che gli investitori hanno puntato sul progetto.

    Fino ad oggi le uniche informazioni relative alla composizione societaria di SEI Spa si limitavano alla circostanza che questa fosse  una società di scopo di proprietà di Ratia Energia.

    Saline Energie Ioniche Spa è costituita da 4 società.

    Ratia Energie, la cui proprietà è suddivisa tra partner industriali (al 46%), il Cantone dei Grigioni (46 %) e la borsa di Zurigo (8%), con la quota del 57,5%.
    GruppoHERA, società quotata in borsa e seconda “multiutility” in Italia per capitalizzazione (fatturato di 3 MLD di €) con una quota del 20%.
    Foster-Wheeler, società di ingegneria e costruzione specializzata, che ha realizzato il progetto definitivo della mega centrale da 1320 MWe, con una quota del 15%.
    APRI Sviluppo, società servizi nel campo della “promozione industriale, assistenza finanziaria” specializzata “nell’assunzione di capitale di rischio in aziende italiane all’estero e in aziende straniere in Italia”, che con una quota pari al 7,5% ha “scommesso” sulla centrale qualcosa come 60 milioni di €.

    Avere appreso la composizione societaria di SEI Spa consente di notare che è proprio una delle società che la controllano, il Gruppo HERA, a sostenere sul proprio sito internet l’uso del gas naturale contro altre fonti energetiche facendo presente che “produce circa il 25-30% in meno di emissioni di CO2 rispetto al quella dei prodotti petroliferi e addirittura il 40-50% in meno rispetto alla combustione del carbone”.
    Sulle emissioni HERA argomenta in modo piuttosto efficace che “un ciclo combinato a gas consente di ridurre le emissioni di CO2 del 52% rispetto a un impianto tradizionale alimentato a olio combustibile e del 62% rispetto a un impianto alimentato a carbone”.
    Caldeggia, insomma, l’uso del gas naturale con lo stessa tecnica don ila quale SEI vorrebbe accreditare il carbone come fonte energetica del “futuro”: “la domanda di gas naturale dell’Europa a 25 dovrebbe passare dai 436 miliardi di metri cubi circa del 2002 ai 524 nel 2012 per raggiungere i 633 miliardi nel 2030, con una crescita media annua tra il 2002 e il 2010 del 2,3%”.

    La Sei, contrariamente a quanto affermato dal suo secondo socio ufficialmente, sostiente che “il repentino aumento del costo del petrolio, il cui trend di crescita è confermato dalle previsioni per i prossimi anni, contribuirà ad aumentare il ricorso al carbone in quei Paesi, quali Stati Uniti, Cina e India, in cui si trovano le maggiori riserve mondiali. Una lieve inversione è invece attesa da parte dell’Europa e Giappone, e in generale si stima una diminuzione di 2-3 punti percentuali della frazione di carbone sul consumo totale di energia”.

    A proposito di emissioni è di questi giorni la notizia della firma di un “accordo strategico” siglato tra tra Eni e Enel  e Ministero dell’Ambiente, alla presenza del ministro Stefania Prestigiacomo.

    L’accordo strategico prevede la cooperazione per lo sviluppo delle tecnologie di cattura, trasporto e sequestro geologico dell’anidride carbonica (CO2) e la realizzazione congiunta del primo progetto italiano per la sperimentazione dell’intero processo, dalla cattura della CO2 all’iniezione nel sottosuolo, al monitoraggio e alla verifica della stabilità e della sicurezza del deposito.

    Contestualmente alla firma dell’accordo strategico, Eni, Enel e Ministero dell’Ambiente hanno firmato un Protocollo d’Intesa finalizzato alla verifica e diffusione delle tecniche di cattura della CO2 e alla promozione delle fonti rinnovabili.

    La tecnologia che SEI si dice pronta ad adottare per contenere le emissioni. Questa prevede l’immissione, in appositi contenitori  installati nel sottosuolo, della CO2 prodotta dalle centrali. Con rischi, specie di tipo geologico, non ancora accertati.

    Nel documento più recente ed importante sul sequestro della CO2, pubblicato dall’IPPC, un organo della Commissione Europea dedicato alla prevenzione ed al controllo dell’inquinamento, si afferma che “l’applicazione di questa tecnologia aumenterebbe il costo della produzione di energia dal 35 al 70 %.”

    Anche se dal punto di vista ambientale preoccupano molto, molto di più, le emissioni di particolato di tipo PM 2,5 impossibile da filtrare e letale per l’uomo.

    Da quando è stata annunciata la “richiesta di sospensione” delle procedure la Sei è entrata in uno strano “silenzio stampa”. Alla luce di questi fatti non si può che ritenerlo strategico.

    Visto che la partita è ancora aperta e l’attenzione degli “attori” coinvolti va scemando.

    www.antoninomonteleone.it