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    Abuso di alcol: ormai è un dato generazionale

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    di Emanuela Martino – Solito weekend con gli amici, in una città di provincia. Col dato negativo, però, di un consumo di bevande superalcoliche tra i giovanissimi, al punto da

    far lanciare l’allarme ai sanitari del servizio Suem 118 degli Ospedali Riuniti.

     

    Dati che parlano di un 30 – 40 % di interventi per etilismo acuto nel fine settimana e cifre che vedono l’alcol al secondo posto tra le sostanze d’abuso primarie e quarto tra quelle secondarie, dopo l’eroina, la cocaina e i cannabinoidi.

     

    Cifre che preoccupano, che spiegano verso cosa si indirizzino i consumi dei reggini, ma che non danno il senso profondo e vero del problema vissuto dalle giovani generazioni.

    Di questo ne abbiamo parlato con Vincenzo Maria Romeo, psichiatra, docente di Psicologia Sociale presso l’ Università “Dante Alighieri” e responsabile medico del Ce.Re.So (Centro Reggino di Solidarietà).

    Dottore, alla base del consumo di alcol, ci sono certamente delle ragioni psicologiche. Ma esiste una motivazione più immediata che spieghi l’acquisto di queste bevande?

    «Sicuramente la facile reperibilità e il costo piuttosto economico accelerano un fenomeno che ha radici più intime e che trovano giustificazione nella società moderna. Il nostro è un mondo in cui lo spazio e il tempo sono decisamente alterati dalla tecnologia, con un semplice click entriamo in contatto con luoghi lontani o con persone distanti da noi. Questo condiziona la nostra capacità di ancorarci al reale e di viverlo concretamente, deturpando e svilendo il sano concetto di “desiderio”, ed i conseguenti vissuti di “mancanza” ed “attesa”».

    Sta dicendo che la società ultra moderna limita la capacità di gestire il vissuto quotidiano di ciascuno di noi?

    «Dico che è sempre più difficile oggi riuscire a esprimere emozioni e sentimenti, sia attraverso le parole che attraverso i gesti. E questo è particolarmente evidente nelle giovani generazioni. Una forma di incomunicabilità che sta alla base dell’incapacità di riconoscere i propri sentimenti e di conseguenza ad esternarli. È l’alexitimia, che a sua volta si correla clinicamente spesso con l’anedonia, cioè all’incapacità di provare piacere, sulla quale si innestano le nuove dipendenze».

    Sul social netwok Facebook troneggiano frasi inneggianti all’alcol, al bere. Questa frase, postata da una ragazza di 22 anni, ci sembra interessante: “A volte l’alcool è solamente una scusa per poter ridere a crepapelle senza esser presi per pazzi”, La vuole commentare?»

    «È un esempio tipico di anedonia. Come se servisse qualcosa, in questo caso l’alcol, per potersi divertire, proprio perchè le giovani generazioni assurgono al “dovere sociale” di divertirsi, e all’ esigenza di colmare con il godimento il vuoto che vivono della loro percezione affettiva. Per altro, bere sostanze alcoliche abbassa la nostra soglia di controllo e rende più semplici delle azioni che sobri non commetteremmo mai, o che, una volta commesse, trovano la giustificazione morale dentro di noi, nel fatto che eravamo “ubriachi”».

    Un fenomeno preoccupante in generale ancor di più se i dati ci dicono che sono i giovani a bere collettivamente e soprattutto nel weekend.

    «Oltre all’alcolismo, ci sono oggi due disturbi connessi con il consumo di superalcolici. Uno è la drunkoressia, l’altro il binge drinking desorder, termini di coniazione americana, ma che rendono bene il senso del fenomeno».

    Drunkoressia, come bulimia e anoressia?

    «La bulimia e l’anoressia sono disturbi strutturati dell’alimentazione, con essi la drunkoressia ha in comune l’idea della difficoltà della percezione o la non accettazione del proprio corpo. Proprio per questo è un disagio femminile, per il quale le ragazze non mangiano tutto il giorno per poter poi bere la sera. Sostituendo così alle calorie del cibo, quelle dell’alcol. Un fenomeno “di gruppo”, per cui non è raro vedere nei pub molte ragazze, vestite alla moda, sedute a un tavolo a bere e contestualmente scattarsi foto da postare sui social network».

    Poi c’è il binge drinking desorder.

    «È la variante del binge eating desorder, l’abbuffarsi di cibo sino a sfinirsi. Non in maniera strutturata, come nella bulimia, ma come comportamento compulsivo che si svolge in un determinato momento della “quotidianità” di una persona. A tal proposito, momenti particolari come feste natalizie, capodanno o weekend si prestano facilmente ad un lettura “sociologica” nella quale scattano dinamiche per le quali, insieme agli amici, in modalità collettiva, si beve per liberarsi delle inibizioni e fino a sfinirsi».

    Ma si consuma solo alcol oppure c’è il rischio di assunzione di altre sostanze?

    «Ci sono situazioni di comorbidità, nel senso che chi beve, fuma cannabinoidi. Questo perché l’alcol alza il tono emotivo, abbassato dalla cannabis. C’è anche da aggiungere che l’alcol si associa facilmente anche alla cocaina per l’effetto opposto, per smorzare l’emotività. Del resto l’alcol è lo strumento parafarmacologico di automedicazione inconscia più utilizzato sia per i disturbi dell’umore, sia per i disturbi d’ ansia».

    Sta delineando uno scenario drammatico.

    «Sì. Lo è certamente per le radici psicologiche del fenomeno. Alla base c’è, infatti, un vuoto che non si può colmare e che innesta dinamiche di compenso compulsive. I giovani che ricorrono a utilizzare l’alcol o a strutturare altre dipendenze, in assenza delle istanze morali di Super –Io quali quella paterna soprattutto, si conformano a vissuti collettivi. I ragazzi sono spinti e inneggiati da una società che crea questo vuoto offrendo oggetti di godimento ad altissima velocità e in spazi infinitesimamente piccoli, quasi impercettibili. Oggetti appetibili che, rincorsi invano, attivano atteggiamenti compulsivi».

    Nonostante un’incidenza maggiore sulle donne, i dati dicono che sono più gli uomini a rivolgersi a centri specializzati per risolvere il problema.

    «Sono strutture di elevata professionalità in cui lavorano anche delle donne, il problema sta nelle remore personali nel frequentare le strutture o si trova in ragioni sociali di varia natura».

    Si spieghi meglio.

    «Posto che l’alcolismo individuale è tipico dell’età adulta, sarà difficile per una donna, moglie e madre, “uscire di casa” e palesare all’esterno un problema che ha dei risvolti nella gestione del menage familiare, ed ancor più per i suoi parenti. Per quanto riguarda i giovani, invece, sono sempre i genitori a forzare i figli a recarsi in centri specializzati».

    Questo quando accade?

    «Quando vengono sorpresi dai genitori, quando incomincia a mancare qualcosa in casa, quando si arriva a fenomeni delinquenziali. Il punto sta spesso nella bassa percezione del problema della dipendenza dovuta alla banale stigmatizzazione del concetto di “droga pesante – droga leggera”, da parte delle generazioni più adulte».

    I genitori di oggi sono poco responsabili?

    «Non direi. Direi che manca piuttosto la capacità di prendere posizioni scomode alla volontà dei figli e spesso si evita ciò celandosi dietro un alibi. Mi è capitato, in una riunione, di sentire un padre sollevare il problema della privacy nei confronti del figlio minorenne, o di una madre chiedersi se fosse giusto o meno leggere il diario della propria figlia. Laddove sia la prima, sia la seconda, sono giustificazioni messe in atto per paura di conoscere e prendere, doverosamente, in mano la situazione per risolvere il problema. Che è, oggi, un problema di dipendenza da sostanze alcoliche, e, più in generale, di quelle dipendenze figlie dei costrutti sociali del terzo millennio, definite come “new addictions”».

    C’è una cura? Quante probabilità di uscirne?

    «La cura c’è ed è di tipo psichiatrico e farmacologico, sicuramente supportata da una rete di servizi socio-psicologici, con una risoluzione clinica che però purtroppo non arriva a più del 10 – 20%. Ma l’analisi di come nasca una problematica sociale, spesso rimane non adeguatamente affrontata, perché le dipendenze, in quanto problema di “sistema”, sono di difficile gestione, lì dove è lo stesso sistema a non volersi mettere in gioco insieme alla persona e a non volersi assumere la responsabilità del “vuoto” generato all’interno dei propri stessi componenti».

    (3 – fine)