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    Reggio: una fogna di insoluti, la lunga agonia di Acquereggine

    depurazione
    di Stefano Perri
    – Acquereggine non licenzia, per ora. Sono salvi almeno per i prossimi tre mesi i 39 lavoratori ancora rimasti alle dipendenze della Società di gestione dei servizi idrici a Reggio Calabria che si erano

    visti recapitare una lettera di licenziamento a decorrere dal prossimo 1 ottobre. Un salvataggio in extremis per il quale è risultato decisivo il lungo incontro in Prefettura con il Viceprefetto Maria Suraci al quale hanno partecipato anche i vertici del Comune di Reggio Calabria. Assicurati per ora altri tre mesi di attività, con un versamento dal Comune nei confronti di Acquereggine pari a 300mila euro, che dovrebbero arrivare entro una decina di giorni, come garantito dai rappresentanti dell’Amministrazione, anche se come spesso accade in questi casi si teme qualche ritardo.

    Ma l’impressione è che la partita non si sia ancora conclusa. I Sindacati – sono Cgil, Cisl e Uil quelli firmatari di contratto – nutrono sospetti sulle ipotesi prospettate dal Comune e nel frattempo non si placano in città le polemiche attorno ad una vicenda, quella di Acquereggine appunto, che sembra ormai aver raggiunto un punto di non ritorno. Una società che, è proprio il caso di dirlo, ormai da molti mesi non naviga in buone acque. Lo sanno bene gli 87 lavoratori licenziati nella prima tranche di gennaio scorso. Di loro, a differenza dei 39 che per il momento hanno salvato il posto, la trattativa per salvare i livelli occupazionali sembra essersi dimenticata.

    Ma proviamo a fare un po’ di chiarezza. Facciamo qualche passo indietro per capire chi sono i lavoratori di Acquereggine e cosa chiedono stazionando, un giorno si e l’altro pure, sotto le finestre della Prefettura e di Palazzo San Giorgio.

    Acquereggine è la società che gestisce l’Ato 5 di Reggio Calabria. Per Ato si intende l’Ambito Territoriale Ottimale, un circondario individuato dalla Regione, nel caso calabrese coincide con le Province, sul quale agisce l’Autorità d’Ambito che affida la gestione del servizio integrato ad una Società (per la Provincia di Reggio è Acqureggine appunto) e ne controlla l’operato.

    Il Territorio dell’Ato 5 di Reggio Calabria è a sua volte diviso in 5 macroaree (Locride, Grecanica, Reggio, Costa Viola e Tauro) per un totale di circa 45 depuratori. La Società Acquereggine, attualmente titolare del servizio per la depurazione e la gestione fognature, è a sua volta controllata da una triade di Società: la Smeco Reggio Srl, che ne detiene il 55%, la Società Consortile Gear Srl e la I.A.M. Spa che hanno rispettivamente il 30% e il 15% del capitale. Un totale di circa 130 dipendenti per quella che appare a tutti gli effetti come una piccola Fiat del territorio reggino, sulla quale, come spesso avviene, negli anni, la politica ha anche indirizzato le sue  mire clientelari.

    Seppur con disfunzioni derivanti soprattutto dalle particolari condizioni del territorio e dalle diffusissime pratiche illegali degli scarichi abusivi, la gestione di depuratori e servizi fognari è andata avanti con alti e bassi fino al 29 dicembre 2010, quando la nuova legge regionale ha sancito l’accorpamento definitivo degli Ato prevedendo la creazione di un unico Ambito Territoriale  regionale titolare del servizio che dovrebbe, tramite gara d’appalto, affidarlo ad una nuova società, con la garanzia per le maestranze di essere ”riassorbite” dal nuovo appalto.

    Una procedura che dopo la legge regionale si è però inceppata, lasciando le società che svolgevano il servizio, e di conseguenza i dipendenti, in un limbo dal quale sembra non si riesca più ad uscire.

    E’ qui che inizia la disavventura di Acquereggine, e dei suoi circa 130 dipendenti, che stanno affrontando la complicatissima fase di passaggio dall’Ato 5 al nuovo, ancora presunto, Ato regionale, in un momento congiunturalmente terribile dal punto di vista economico.

    Già da diversi anni, infatti, Acquereggine si trascina senza grandi prospettive in termini di bilancio. E la faccenda va imputata soprattutto ai problemi economici dei Comuni del comprensorio di Reggio, soprattutto dei più piccoli, che con i tagli crescenti delle erogazioni dal Governo e dalla Regione, hanno difficoltà a pagare i debiti nei confronti della Società. Ad onor di cronaca sarebbe anche bene precisare che spesso, nonostante i fondi siano inseriti a bilancio, ed in qualche caso effettivamente percepiti dalle casse comunali, sono il più delle volte utilizzati almeno in parte per altri servizi, certo non meno importantin e che però nulla hanno a che vedere con la gestione dei depuratori e dei servizi fognari.

    Ed è proprio in seguito ad una lunga serie di insoluti che Acquereggine, nel gennaio 2012, decide di interrompere il rapporto con i tanti piccoli Comuni della provincia, rivolgendo da quel momento in avanti  i suoi servizi solamente al Comune di Reggio, fermo restando che il capoluogo rappresenta la fetta più sostanziosa di tutti i servizi (e quindi dei corrispondenti introiti) gestiti in precedenza.  E’ in questa fase che viene mandata a casa la prima tranche dei lavoratori di Acquereggine, 87 in tutto, quasi il 70% dell’organico, che dopo qualche mese di mobilità, nonostante le iniziative di protesta e le relative puntuali rassicurazioni della politica, sono rimasti completamente fuori a partire dal mese di marzo 2012.

    Sulle vicende di quel periodo rimangono ancora insoluti alcuni dubbi. Anche i Sindacati si sono chiesti quali procedure erano state seguite dall’Azienda all’atto del licenziamento, obiettando i criteri secondo i quali erano stati scelti gli 87 lavoratori da mandare a casa. Sul punto attualmente è in atto una vertenza sulla quale il giudice del lavoro si è pronunciato stoppando le polemiche sindacali, ma il ricorso della Cgil dovrebbe dovrebbe essere discusso nel prossimo mese di gennaio, quando però c’è il rischio che sia ormai troppo tardi.

    Sorte non meno triste stava per toccare anche ai pochi lavoratori rimasti in azienda, 39 in totale, che si sono visti recapitare nelle scorse settimane una lettera di licenziamento definitivo da parte della Società a partire dal 1 ottobre 2012. Il motivo è sempre lo stesso. Mancano i soldi, anche il Comune di Reggio è insolvente e la Società non ha più alcuna convenienza ad erogare servizi che poi non vengono saldati. Un’eventualità scongiurata solo grazie all’ultima tranche di erogazione di 300mila euro, per la verità ancora da percepire. Ma l’impressione è che ancora si navighi a vista in attesa del completamento della procedura per l’istituzione del Ato unico regionale e della relativa gara d’appalto.

    E nel frattempo rimane incerto il futuro di 130 padri di famiglia che tra mille proteste in questi mesi hanno cercato di sollevare l’attenzione su un tema che segna un durissimo colpo all’economia cittadina. E per molti di loro, gli 87 licenziati di gennaio dei quali ormai non si parla neanche più, il futuro si è ormai trasformato in una sorta di terribile tuffo nel vuoto. E’ il caso di dirlo parlando di depurazione, un salto nella melma della Calabria che non funziona.