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    La relazione “nascosta”: quando lo Stato fece un favore alla ‘ndrangheta

    forgione di Claudio Cordova

    Le agenzie di stampa, i giornali, gli approfondimenti in tv, hanno dato grande risalto alla relazione stilata, non più tardi di qualche settimana fa, dal Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Francesco Forgione, sul fenomeno della ‘ndrangheta.

    Numerosi i riferimenti alla pericolosità della ‘ndrangheta, ritenuta la più potente organizzazione criminale del mondo, ancor più numerosi i riferimenti agli insoliti paragoni fatti da Forgione: quello della ‘ndrangheta gestita alla maniera di un fast food, o quello relativo alla

     sua struttura tentacolare simile a quella di Al Qaeda.
    Ma nelle pagine scritte da Forgione c’è anche dell’altro, c’è quello che non è stato detto “perché non fa notizia”. Proprio tra le righe più nascoste della relazione sulla ‘ndrangheta si muoverà il viaggio, che comincia oggi, di strill.it.

    Dal capitolo 1 della Relazione annuale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare.

    Si parla spesso, e lo fa anche Francesco Forgione nella sua relazione, della potenza dirompente della ‘ndrangheta “l’unica organizzazione mafiosa ad avere due sedi; quella principale in Calabria, l’altra nei comuni del centro-nord Italia oppure nei principali paesi stranieri”. Traffico di stupefacenti, di armi e quindi di denaro sporco. La ‘ndrangheta opera su tutto il pianeta.

    Il passo precedente è stato però quello di occupare l’Italia: in questo senso, secondo Francesco Forgione, una grossa mano alla ‘ndrangheta, paradossalmente ed inconsapevolmente, ma di certo con poca lungimiranza, è stata data proprio dallo Stato italiano, negli anni ’50.

    Forgione scrive: “…questo riferimento all’espansione nazionale e internazionale della ‘ndrangheta ci introduce all’analisi più approfondita del secondo, congiunto fattore di successo di questa forma del crimine organizzato. Tale fattore di successo – direttamente collegato e anzi interconnesso a quello della struttura familiare – consiste nell’attitudine colonizzatrice, ed anzi nella vera e propria scelta strategica della ‘ndrangheta di impiantarsi e di radicarsi nelle regioni del centro e del nord Italia, a partire dalla metà degli anni cinquanta del Novecento. Inizialmente gli ‘ndranghetisti arrivarono nelle regioni del centro e del nord non per scelta ma perché inviati al confino di Polizia. In quegli anni si riteneva che per contrastare il potere criminale nelle regioni del sud fosse necessario recidere i legami del mafioso con il suo ambiente d’origine. Lo strumento era quello del soggiorno obbligato che imponeva al sospetto mafioso di risiedere per un determinato numero di anni –dai 3 ai 5 – fuori dal suo comune di nascita o di residenza.
    In tal modo i mafiosi, dapprima siciliani e poi via via campani e calabresi, furono inviati nelle regioni del centro e del nord, in comuni possibilmente piccoli e comunque lontani da centri che avessero stazioni ferroviarie o strade di grande comunicazione. Ma l’idea di recidere i legami con il territorio (adatta a un’epoca pre-moderna) non poteva funzionare in un periodo storico in cui rapidissimo era già lo sviluppo dei trasporti e delle telecomunicazioni. Ferrovie, autostrade, aerei e lo sviluppo della telefonia consentirono sostanzialmente di annullare l’effetto dei provvedimenti di soggiorno obbligato e ciò anche in relazione a una nota paradossale della relativa disciplina.

    Se infatti il soggiornante non poteva spostarsi dalla sua sede, non c’era nulla che vietasse che altri lo raggiungessero nelle sedi del soggiorno. Il contesto mafioso si riproduceva dunque nelle località di soggiorno obbligato dove si verificavano riunioni operative e financo cerimonie di affiliazione.

    Si diceva di decisione inconsapevole, ma di certo poco accorta dello Stato.

    Forgione non si ferma qui, però. Dalle righe che seguono si evince come lo Stato, con il confino, un provvedimento assolutamente anacronistico anche negli anni ’50, abbia inconsciamente suggerito alle organizzazioni criminali, la strada da percorrere:  “Fu in tale contesto che si fece strada nelle ‘ndrine l’idea di seguire l’ondata migratoria (più o meno forzosa) e di trapiantare pezzi delle famiglie mafiose al centro-nord. Dapprima fu una necessità, poi diventò una scelta strategica che coinvolse alcune fra le famiglie più prestigiose della ‘ndrangheta, le quali intuirono le enormi possibilità operative di una simile proiezione (che divenne vera e propria occupazione, in alcuni casi) verso le ricche e sicure terre del centro e del nord Italia.

    Il piano di colonizzazione della ‘ndrangheta fu inconsapevolmente favorito dalle scelte di politica sociale ed urbanistica degli amministratori settentrionali che concentrarono i lavoratori meridionali nelle periferie delle grandi città, in veri e propri ghetti, dove fu facile per gli esponenti delle ‘ndrine ricreare il clima, i rituali e le gerarchie esistenti nei paesi d’origine. In alcune realtà il controllo della ‘ndrangheta divenne asfissiante”.

    1 – continua