di Josephine Condemi – E’ possibile parlare nel silenzio? Dipende. Il silenzio è assenso, il silenzio è dissenso. Parlare nel silenzio può significare essere fuori luogo oppure circondati dalla massima approvazione.
E’ possibile rompere il silenzio? Certo. Si può fare in maniera indolore, perché “autorizzati”dalla comunità, oppure dolorosamente, quando si violano le “regole del silenzio”. Regole che ogni gruppo sociale si dà per disciplinare il modo comunicativo ambiguo per eccellenza: il silenzio. Silenzio che unisce, silenzio che divide. Silenzio-ponte, silenzio-barriera. Silenzio che generalmente è associato a situazioni sociali in cui la relazione tra partecipanti è incerta, poco conosciuta, vaga (“non parlare agli estranei!”) oppure in cui vi è una distribuzione nota e asimmetrica di potere sociale (il subalterno sta in silenzio). Il silenzio è anche, ovviamente, legato al sacro e ai tabù. Il paradosso di parlare del silenzio spetterà stasera a Nicola Gratteri e Daniele Biacchessi. Ovvero, al procuratore aggiunto della repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria e al vice capo-redattore di Radio 24 autore ed interprete prestigioso di teatro civile. Dalle 21 a “La luna ribelle” la parola fronteggerà il silenzio, per scoprire cosa ci è così estraneo (o ci appartiene così tanto) da dover essere taciuto, se e a che cosa siamo subalterni se restiamo in silenzio. Forse sottolineare l’ambiguità del silenzio è già uno scandalo. Sarà di nuovo Tabularasa.





