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    Tabularasa chiude a Reggio con Marco Paolini: bagno di folla e spettacolo fuori programma

    di Grazia Candido – Tabularasa chiude per quest’anno la sua avventura e lo fa portando a Reggio Calabria un grande drammaturgo e regista italiano, Marco Paolini. In una Torre Nervi gremita, l’autore veneto e interprete di un repertorio che appartiene al cosiddetto teatro civile, parla di sé, dei suoi esordi, della scelta di fare un teatro “diverso” che si distingue per il gusto dello studio dei testi e della ricerca delle fonti. Un teatro capace di affrontare tematiche complesse e attuali, un teatro che può dar fastidio ma che sprona a riflettere.

    La scena è tutta sua, la gente lo ascolta in religioso silenzio a volte smorzato da applausi e risate, spesso amare.
    “Il Sud è raccontato da giovani talenti, da chi sta e vive un territorio. Sono 35 anni che faccio questo mestiere e ho la mia carta delle Regioni: in molte ancora oggi, non sono mai entrato perchè ci sono porte che  non si apriranno mai – afferma Paolini – Ho iniziato da ragazzo, a 16 anni, a fare politica perché a quell’età era più facile fare politica che sesso. La politica era uno straordinario veicolo di aggregazione. Con un gruppo di amici, iniziammo a fare riunioni sul Laos, sul Cile e a Treviso ad un tratto avevamo risolto tutti i loro problemi ma non so se qualcuno è andato a dirglielo. Crescendo ho capito l’importanza dello scollamento tra quello che vuoi fare e quello che riesci a fare. Credo che fossimo romantici non ridicoli e, all’inizio, feci teatro come strumento per fare politica per veicolare dei messaggi. Mi resi conto che anche se usavo il teatro per raggiungere un fine forse il mezzo era molto più interessante del fine stesso”.
    Il pubblico sembra quasi stregato da quel racconto, nessuno scosta lo sguardo dal palco o si lamenta per essere rimasto in piedi.
    “Non ho una brillante carriera scolastica alle spalle, non ho mai frequentato una scuola di teatro. Noi le contestavamo – continua Paolini – ma io volevo fare teatro. Ho iniziato a raccontare storie per bambini sino ad arrivare a narrare la nostra storia, nelle sue pagine più nostalgiche, più tragiche con “Il racconto del Vajont”, “I-TIGI – Racconto per Ustica”. L’ho chiamato teatro civile perchè passa un messaggio politico di una generazione che aveva molto da dire: noi siamo un Paese tragico che ci raccontiamo in un modo strano, ci riconosciamo nella commedia italiana che per carità ha il suo fascino, però quando ho cominciato a fare Vajont mi sono reso conto che anche se crediamo che la commedia ci aiuta a campare, la tragedia ci aiuta a capire perché siamo un popolo fondato su tragedie non comuni.  Ci sono due modi per continuare a vivere – prosegue l’attore – elaborare il lutto oppure dimenticarlo. Noi siamo vivi ma abbiamo pagato il lutto con un grado di oblio più alto degli altri. L’oblio vincerà sempre però possiamo fare guerriglia, sarà una guerriglia perdente ma ci divertiremo”.
    Poi “tuona” contro quella memoria storica che “non deve essere obbligatoria perchè diventa un rito pericoloso. Una generazione che non ha risolto piazza Fontana, piazza Bologna, Ustica non ha alcun diritto a far ricordare alla generazione futura i casini che noi non siamo stati in grado di risolvere. Per me – afferma Paolini – la memoria è uno zainetto dove decidi tu i libri che devi mettere. La memoria è una scelta e l’oblio è un’alternativa. Si gioca tutto sulla questione dell’educazione. Se, con il mio lavoro, il mio teatro, incuriosisco anche un solo ragazzo e lo oriento nella sua scelta per il futuro, per quanto difficile, ecco, ne sarei orgoglioso. Serve immaginazione. Il futuro non è di chi si adegua alle previsioni”.
    Ma alla domanda “come vedi questo Paese? E la Calabria e i calabresi?”, Paolini risponde in modo secco: “Quello  che manca è il senso del tragico, molti attori si cimentano con la tragedia greca classica ma non sanno interpretare la nostra. Non è possibile che un terremoto come quello dell’Aquila si gestisca come abbiamo fatto noi. Dobbiamo essere vicini alla gente non con 2 euro di Telethon ma con un sistema di gestione che risolva davvero il problema. Noi ci accontentiamo di emozioni da poco, dovremmo vivere la nostra tragedia italiana fatta di un miscuglio di risate e pianti. Ci serve trovare la connessione tra il ragionamento e le emozioni. Dobbiamo insegnare ai nostri figli a ritrovare la propria dignità e non di chiedere a qualcuno più grosso o più potente di noi di risolvere il problema. Se giuriamo di non costruire il Ponte sullo Stretto, voi demolite le colonne di una casa che non si può più alzare? Anzi, sapete che facciamo? Noi ci impegniamo a finire la Sa-Rc ma voi progettate in un altro modo le case in Calabria. Rischiate che quello sia il trullo, l’elemento caratteristico che definirà il territorio – ironizza Paolini prima di regalare al suo pubblico un monologo – Troppa abitudine fa male. Iniziamo ad aiutare i nostri giovani ma prima gli adulti devono fare gli adulti, esprimendo il grado di maturità di una società adulta. Se invece la società adulta, approfittando del fatto che di giovani veri ce ne sono pochi, si fa la plastica, si veste e si traveste da giovane, non fa un buon servizio né alla gioventù né a se stessa”.
    In apertura il presidente dell’Ente Parco Apromonte, Giuseppe Bombino, aveva omaggiato Paolini con un volume fotografico sull’Aspromonte presentato da lui stesso con una lettura sull’anima del parco e prendendo l’impegno di proporre per la prossima edizione di Tabularasa uno spettacolo di Marco Paolini nel cuore dell’Aspromonte.
    La chiusura, dopo i saluti e i ringraziamenti finali della manifestazione da parte degli organizzatori, è tutta a sorpresa: “E’ un regalo che faccio a voi due” – ha detto Paolini rivolgendosi a Branca e Mortelliti – “e ora andate giù in platea e godetevelo”.
    I 40 minuti di monologo hanno chiuso in bellezza Tabularasa 2013

    Marco Paolini - pubblico