
di Josephine Condemi – I ringraziamenti, convinti, delle centinaia di persone presenti alla serata dedicata alla grande storia del jazz hanno rappresentato la cornice ideale per suggellare
la settima serata di “Tabularasa”.
La storia di un genere musicale, nato sull’asse Sud Italia- New Orleans ha catalizzato l’attenzione del pubblico che, prima del concerto della band di Lino Patruno, ha goduto del dibattito storico animato dallo stesso Patruno e da Lucio Villari, entrambi calabresi.
“Tante persone sono nate in Calabria, emigrate negli USA e hanno fatto dei figli che sono diventati famosi: nel jazz, un caso eclatante è quello di un grandissimo compositore degli anni 30-40, Harry Warren. Vero nome: Salvatore Guaragna. Padre: di Castrovillari. L’ho detto più volte: facciamo qualcosa per ricordarlo, sono cose che si devono sapere, si deve sapere quanto il Sud ha dato al jazz, ma niente…”
Lino Patruno, jazzista di fama mondiale, crotonese di nascita romano d’adozione, a Tabularasa non fa nulla per nascondere la propria amarezza nei confronti dell’indifferenza con cui l’Italia e in particolare la Calabria (mal) trattano il jazz: “In Italia è diventata una moda, i giovani imparano la tecnica dello strumento ma non si insegna la storia del genere, quello che è successo: molti credono che il jazz l’abbia inventato Coltrane”… Invece ai tempi di Coltrane il jazz esisteva già da quarant’anni e, ha sottolineato Patruno, “è nato anche grazie al contributo di persone come Nick La Rocca, originario di Salaparuta (Tr) e Joe Venuti, originario di Spadafora (Me)…tanti emigrati meridionali si ritrovavano a New Orleans perché il biglietto della nave da Palermo costava la metà rispetto a quello per New York”. A conversare con Patruno, il prof. Lucio Villari, che ha evidenziato come “il jazz è storicamente servito da forte collante di etnie diverse, da motivo di identificazione: la musica è più forte di coloro che vogliono ignorarla, riempie spazi enormi di conoscenza e partecipazione, è un elemento di vitalizzazione della società. Un vero e proprio patrimonio da difendere”. E ritorna l’amarezza di Patruno quando dichiara che “attualmente è un patrimonio a rischio… Mi hanno chiesto di aprire un centro studi di cultura jazz a S. Marino… all’Italia non interessa, la Rai se ne frega del jazz: a maggio 2011 ho rappresentato l’Italia al ‘New Orleans Jazz & Heritage Festival’, era la seconda volta nella storia che un italiano era invitato (nel ’77 era andato Gaslini), ne sono stato orgoglioso, pensavo che qualcuno ne avrebbe parlato…invece quando sono tornato tutti i tg parlavano della separazione Clooney-Canalis”. Ancora: “la Calabria è il posto dove vado meno a suonare, in assoluto. Nemo profeta in patria, evidentemente”. Poi, imbraccia la chitarra e insieme a Mauro Carpi (violino), Fabio Crescente (contrabasso), Calogero Marrali (batteria), Michael Supnick (cornetta e voce) e Antonella Parnasso (voce) inizia lo show, perché, come ha dichiarato il prof. Villari, “il jazz, lo insegna la storia europea ed italiana, è la musica che più delle altre riesce a legare e fare uscire dai confini”. Oltre la frontiera.
Subito dopo la protagonista assoluta è stata la musica, sulle note di pezzi classici e reinterpretati dalla band di Patruno che si è giovata anche dello straordinario contributo del trombettista americano (e dunque vero e proprio “ponte” per gli argomenti dell’intera serata) Michael Supnick, che alla fine, sulle note di uno straordinario assolo in “When the saints go marching in”, ha anche celebrato il suo cinquantesimo compleanno
(foto Antonio Sollazzo)




